Non è l’uomo che va curato, ma le immagini del suo ricordo (James Hillman)

Pensavo a una cosa da scrivere, ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito.

Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

Erano un poco di commozione e un poco di dispiacere. Una parte residua, di rabbia.

Erano come quel giorno in cui ho capito che qualunque cosa io facessi, sarei rimasta sempre un poco invisibile e che nulla, nulla, nulla, avrebbe mai potuto restituirmi la rotondità di una completezza. Che mi restava il dono del racconto, come collante tra gli estremi.

Che sempre sarei rimasta divisa in due metà asimmetriche, dissimili. Che al sollevarmi e guardarmi in controluce anche oggi vedi le cicatrici, i solchi, le venature, il punto in cui combaciano. E segni di frammenti ricomposti, le due metà maldestramente vincolate insieme.

Il punto fragile. Dove anche senza una lama, senza troppa pressione, puoi infilare qualcosa a far leva e da lì far defluire il contenuto e i lacrimoni. Scollarmi.

L’asimmetria di questo stare al mondo. Come altro dirla? E’ una cosa che non si dice, al massimo puoi provare a raccontarla.

Così pensavo ieri, per strada, volendo raccontare di una mattina densa, di una di quelle mattine in cui la realtà si muove su vari piani e traccia disegni, muove possibilità, un poco scolla. E scrolla.

Da qualche parte c’è dentro di me  – ne sono più che certa che sia questo – un retaggio di cattiva trasmissione, l’interruzione del fluire, un certo intoppo che impedisce alle metà di svilupparsi insieme, gioiosamente, all’unisono.

Per quanti sforzi faccia – di cura, nutrimento ed attenzione – una delle due rifiorisce e ombreggia l’altra, le ruba la sostanza, la occulta, la tradisce.

La sminuisce, la rende invisibile. La consuma.

Sicché lo stesso atto del nutrire è in realtà qualcosa che assomiglia all’affamare.

Di tutti i paradossi è il più tremendo.

Avrei scritto di questo. Del giorno in cui mio padre, più di trent’anni fa,  ha tirato fuori la frase che da sempre mi impedisce di godere dei miei frutti, quella che pone un limite alla mia corretta percezione dell’agire, che situa in un momento non dato, futuro, in un altrove, la completezza del senso dell’azione, del sapere. Di tutto. Del perché racconto.

La ciarlataneria, questo è il terrore. L’inattingibilità del senso profondo delle cose, la parte che sfugge e che sempre va inseguita e conquistata per mettere a posto la coscienza, per dirsi un sì, un no. Per non temere il buio, per non bruciarsi al sole.

Nel racconto è sempre tutto ammesso, nessuno potrà mai muovermi un’accusa.

Pensavo pure ieri, ieri mattina, e poi il pomeriggio, la sera, fino a notte profonda, che una decisione, una presa di posizione non necessariamente esclude il suo contrario. Come dirlo?

Che per esempio se si decide di vivere, talvolta non si fa nulla per impedirsi di morire. Non sto parlando del pensarsi immortali, ma della giusta posizione dei gesti, delle azioni finalizzate all’una o all’altra cosa.

Che se si decide di amare ciò non comporta automaticamente la rinuncia al fuggire.

Che se si sceglie di non essere invisibili bisogna fare i conti con la vulnerabilità e ciò che ci vergogna e ci sospinge di nuovo all’invisibilità.

Che quando vuoi vedere chiaro nelle cose talvolta – apparentemente tuo malgrado – ti infliggi una cecità senza motivo.

Che a raccontarlo questo viene bene, ma a viverlo un po’ meno.

Ieri mattina mi sono seduta come una brava scolara, al di qua di una cattedra dove ho sostenuto il mio primo esame da matricola, dopo tanti anni.

Non mi sono mai sentita così impreparata in tutta la mia vita di studentessa, e al tempo stesso con la piena consapevolezza che quello fosse il livello massimo al quale poter arrivare, con un senso del limite che mi ha caricato di umiltà. Ho parlato a lungo di malattia e di morte, di istituzioni sanitarie, delle parole per raccontarsi nel dolore, ho trascinato alle labbra tutto quello che i miei occhi e le mie orecchie hanno raccolto sulle forme del dolore, ovunque nel mondo, cercando di restituire loro un senso complessivo, una cornice.

Ho parlato in modo scientifico di questo post, senza mai nominarlo ma tenendolo come linea guida, delle parti che sfuggono, dei diversi piani sui quali si articola la realtà, dell’elemento che sempre sfugge e che forse contiene l’essenziale, il trait d’union che può consentire ai due tronconi opposti di una scelta di pacificarsi, di unire i due piani del mondo – il visibile e l’invisibile – con uno sforzo sapiente. Di ciò che ci fa male nel dolore  e cui pure restiamo attaccati perché è il nostro riferimento nel mondo, la sola mappa conosciuta. Di cosa serve per fabbricarne un’altra, perché ci insegni ad orientarci. Di chi ci fidiamo e di chi no. Del perché.

Ho parlato di me, in fondo. In modo scientifico.

La mia metà affamata sussurra che è ciarlataneria, puro incanto della parola. Che nella vita faccio l’imbonitrice, nulla più di questo. L’ammazzerei, se non sapessi che grazie a lei vado oltre, alzo lo sguardo, aggiungo pezzi e mattoni.

Per il timore che mi scopra in difetto rafforzo le fondamenta, mi irrobustisco, vado oltre. Ignoro la crepa.

Per il timore che mi scopra in difetto mi affido al suo giudizio e non mi chiedo se davvero ci sia un oltre. Se non c’è ci sarà. Lo costruisco.

So che scrivo per trovare un senso, quale che sia. Fosse anche per distruggerlo subito dopo.

Dice Hillman che le storie accadono a chi sa raccontarle.

E a chi ben racconta il racconto che da sempre lo racconta al mondo, talvolta viene concesso il dono di cambiarlo.

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9 Risposte to “Non è l’uomo che va curato, ma le immagini del suo ricordo (James Hillman)”

  1. Flounder Says:

    (e poi ringrazio il Secretario per aver riportato la mia attenzione sul post del miracolato, che io me l’ero pure scordato, e di avermi permesso di approdare a una dissertazione scientifica su intersoggettività e malattia con la stessa leggerezza con cui si tiene un blog. ammesso che un blog si tenga con leggerezza, diciamolo.)

  2. ilcavaliere Says:

    a volte il solo leggerti mi fa sentire invadente, a volte invece o anche in formidabile intima compagnia, e non c’è niente da commentare, ma da rileggere, un brano alla volta durante il giorno

  3. anonimo Says:

    Magari non te ne frega niente, ma il tuo post mi ha richiamato alla mente Guccini, che di un certo scollamento ha fatto il leit motiv di alcune canzoni (scirocco?).

    Questo esser sempre in più di un posto implica avere diversi punti di vista e dubitare, e sceglerne uno, spesso per eroismo infantile, o imprudenza o passione, o vigliaccheria, ma senza esserci dentro tutti interi. E quella interezza, qulell’essere tondi, rimane da una parte un ricordo(di bambino, di magici momenti di completezza) e dall’altro, però – ed è questo il bello – il sottofondo della tua esitenza che appare tormentata solo in superficie, come un lago mosso dal vento con le acque calme sotto.

    (lo so questo commento fa un po’ schifo e non rappresenta quello che volevo, ma, insomma, è solo un commento fatto al volo per dirti che mi è paiciuto il tuo post…)
    Stratagemma

  4. Flounder Says:

    ho messo una mia foto recente qui, sul tumblr di famiglia.

    [la verità è che non riesco a fermare l’autoironia nemmeno in quei momenti in cui il sentimento prevalente è il dispiacere e, come recita il lemma, mi sento “sospesa nella regolarità del movimento di scambio, che costituisce il commercio” :-D]

  5. Flounder Says:

    vorrei poi approfittare di questo post, che alla malattia fa riferimento, per citare oggi, in pieno disgusto per quanto sta avvenendo in Parlamento, alcuni brani di un lunghissimo articolo comparso in Rete sul rapporto tra servizi sanitari nazionali e immigrati:

    Queste donne (si parla di prostitute nigeriane, clandestine) intrattengono con la sfera della sessualità dell’affettività, relazioni particolarmente difficili e ambivalenti. L’ambiguità che queste donne riproducono nei confronti dei propri partner è la testimonianza per eccellenza di che cosa esprime il concetto di “corpo-capitale” (Wacquant): un corpo diventato mezzo di produzione, scarsamente sensibile a messaggi di prevenzione o a codici morali.

    I primi (qui si parla di medici) accusano i genitori di scarsa collaborazione, di reticenza, le seconde (si parla delle famiglie nelle quali c’è il bambino ammalato, fisicamente o psichicamente) si sentono scrutate, diffidano dell’ingresso nel loro mondo privato di figure professionali ad esse poco familiari. L’assistenza spesso persegue strategie e tempi oggettivamente difficili da comprendere, anche per gli utenti italiani: nei servizi di NPI della città di Torino i tempi di attesa per un primo colloquio sono intollerabilmente lunghi (spesso sino a tre mesi, e anche oltre), e ciò contribuisce a incrinare la relazione tra famiglie e istituzioni.

    Ancora:

    L’esperienza della migrazione ha con le dimensioni della violenza, della perdita e della morte, del lutto, un rapporto “strutturale” (Beneduce, 2006, Taliani, 2006). Gli esperti della salute mentale sanno di doversi confrontare sistematicamente con i temi della violenza, politica, morale e sociale, all’origine di non pochi disturbi mentali nella popolazione di rifugiati: anche in Italia le vittime di tortura giungono numerose da paesi come Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Uganda, Afghanistan, Iraq, Eritrea, Tunisia ecc.
    Ancora una volta la competenza degli operatori relativa alle vicende geo-politiche rappresenta una variabile spesso decisiva nel determinare il destino della relazione terapeutica, non meno di quanto faccia il grado di competenza nell’accogliere storie di violenza e umiliazione: storie che spesso vengono solo alluse, non si dicono “coerentemente”, e dove contraddizioni e persino “bugie” hanno spinto alcuni autori a parlare di paesaggi narrativi “frammentari” o “rotti” (Kirmayer, 1996), dove infine è propriamente frantumato il senso comune dell’esperienza ordinaria.

    e mi chiedo come sia possibile non riuscire a valutare l’impatto di un provvedimento così cogente, così violento su una massa enorme di gente che comunque abiterà questo paese.
    se veramente si mirasse alla sicurezza, allora ci si preoccuperebbe di dare cura alla malattia silente (che sia fisica o mentale) che attraversa le frontiere e che rischia di insediarsi tra noi.
    in questo modo le si agevola il cammino, le si apre il passaggio.
    nella minaccia di denuncia e condanna al malato, lo si condanna al silenzio e se ne fa un untore.

    bleah!

  6. anonimo Says:

    Frammenti, rovine, prete sfrantummate, vasule, acque di scolo, scarde, vriccilli, polvere…

    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

    “Si può dire che tutti i suoi romanzi [di Gadda]
    siano rimasti allo stato d’opere incompiute o
    di frammenti, come rovine d’ambiziosi progetti,
    che conservano i segni dello sfarzo e della cura
    meticolosa con cui furono concepite”.
    I. Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2000

    Se in questi vicoli, se in questa terra di quartieri città non riusciremo a fare ciò che deve essere fatto…a trent’anni mi ucciderò anche se non mi ucciderò ma vale come mi ucciderò con una mano sul cuore l’altra sulla pistola a premere il grilletto, inghiottito dalle sabbie mobili del malessere franoso. Accussì dentro me, ma senza confessarlo a nisciuna faccia di amico. Se pure volessi, pensavo, cioè con tutto il cuore, che le cose non si possono fare perché qui, in questa terra, tutto, persino l’amore puro e quello profano, e la merda stessa, sono nostalgia e struggimento di adesso, qui e ora, di pazzi in amore, e non potrei, per la dinamica dei fatti e degli eventi e dei finali che rimandano sempre all’attracco di un altro porto, non posso né potrei per il mio atto dirmi il dire. E, di certo, per il mio atto, sarò indagato. Due volte. Cioè in vita e in vita creduto vivo, mentre sono un vivo morto. Espropriato di terra e di vita. E, quel disgraziato del mio cadavere – vivo o morto – verrà processato: omicidio volontario, diranno. Quindi condannato alla massima pena. Caspita, non posso essere nemmeno l’assassino di me stesso che pure questo mi rubano di brutto. Mi trattengo. Indugio. Ho da fare un sacco di cose, ma prima una e due telefonate, poi i blogger e le e mail e il cappotto e i pantaloni da comprare e il turno da rispettare e…tutto. E la polizia, l’omicidio di me medesimo, lo rubricò: Insano gesto. Avevo pregato i miei di cremarmi. A loro non piace. Me ne sto tutto in questa terra stantia di camposanto di gente indaffarata che non sta mai ferma e porta in giro le proprie carcasse e lapidi e fiori e di nicchie si circonda come fossero palazzotti, ville, bassi e scantinati. Sono in attesa di consumare la mia anima di mattoni, pozzolana, putrelle, detriti e polvere. Me ne sto recluso tra le strade, le vetrine, i pensieri e la via di casa in casa in casa in casa.

    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

    Sono nato qui. Sono l’assassino di me stesso, che a me dar la colpa agli altri del mio insano gesto mi scoccia e, poi, pure se ricevo una spinta che non si vede a occhio nudo, sarò io a uccidermi. E, ciò che mi circonda, s’assomma e me ‘ncatena, mi ha sempre circondato e, ppirciò hanno ditto: L’immobilismo, il fatalismo, la plebe, l’ignoranza e il mare nostrum, e poi, a e i o u ciuccio a bestia ca si tu e vado abbascio ‘a litoranea, addò ‘o marvizzo luceva attuorno a ll’amo e ‘a lenza e, io e ‘e cumpagnielli mie avimmo piscato ‘na vavosa accussì grossa spaventosa cu na vocca tanta ca pe’ poco nun c’ha agliuttute, subbito subbito. E da chillu tiempo, il tempo, tutto lu tiempo che è stato e fu, e che fuie per tutto il tempo che si è addensato, ammappucciato, arravugliato, scurrenno come acqua ‘e cesso e latrine e saittelle e acqua ‘e dint’e canale e di fiumi e chiagne ‘o cielo ca ‘o pataterno s’è scurdato e di giornate e notti cadaveriche e poi il caldo di un sole ‘nfame. Il tempo ca scorre e cammina e corre sopra i binari di tutte le carrette di trasporto e della metropolitana e della Direttissima dalla Stazione Centrale da sotto il centro storico ai confini della porta Orientale la strada delle campagne di carrette cariche di craviciori, rafanielli, verze, cucuzzielli, vruoccoli, carcioffole, frutti ‘e staggione, ciucce, cavalli, surdate e cunzegne. Batte quel tempo, ‘o tiempo nuosto, chistu ccà, ca scorre annanzo e areto, comme penzammo nuje. Saglienno e scennenno. Chistu tiempo ca scorre. E ca tutti quanti diciamo E’ ‘o tiempo ca passa ncuolla ‘e pperzone.

    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

    Che bella ripetuta recitazione da reginetta sofferente…per non si sa che cosa e per chi…a cui piace ubriacarsi e confondersi con mille e mille parole sotto la pioggia nella città di mare con vulcano…

    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

    Insomma, la solita immagine sentimentaloide e tardo romantica di una femmina che vive l’ipocrisia di questo mondo. Evitando di dire apertamente ciò che vuole. Però, lei Madame Flounder si è imposta la recita del giro di parole di un maledetto copione.

    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

    Io ero lì, di fianco a lei, e lei niente, bagnata fradicia a recitare la parte dell’eroina tutta ‘nfosa, d’a capa ‘o pere. Io l’affiancavo e lei a piangere lacrimoni che si confondevano con la pioggia. Io l’ho chiamata senza alzare la voce, evitando di spaventarla con il richiamo alla realtà, ma lei niente. L’ho accarezzata, lei niente, a straparlare nella mente in mezzo al traffico e la trambusto e agli spari e alle coltellate di due sedicenni e agli scippi di cui è stata anche vittima ma niente, lei continuava. L’ho accarezzata e baciata il naso e poi gli occhi e lei niente. L’ho riparata sotto il mio ombrello di 5 euro vendutomi da Vittorio ‘o sfrigiato e poi ci siamo rifugiati in un palazzo dal portone antico.
    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

    L’ho presa per mano e ci siamo diretti in un bar dove abbiamo ordinato due the, ma lei era ancora lì con la testa tra le nuvole. Ha bevuto due tazze di the, poi è salita su una sedia e si è guardata intorno. Tutte le persone presenti guardavano lei. Ha iniziato a dire tutte quelle cose che aveva pensato. Dopo aver finito di dire le sue cose, non si è nemmeno accorta di me e si è accompagnata a un altro uomo con gli occhi neri a mandorla più di un mongolo che di cinese che fino a quel momento era stato buono e calmo a recitare la sua parte di personaggio dentro il libro ‘e chesta vita.
    …ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito. Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.
    Che maleducata Madame Fluonder, non mi ha detto grazie né per il mio soccorso né per il the. E’ passata una vecchia signora bella e sfatta che ha ditto: Lassatela cuntà, è ‘a figlia ‘e stu ventre.

  7. Flounder Says:

    Hillman sarebbe entusiasta di tanta coerenza narrativa. Direbbe che è accaduto per davvero, a dispetto della realtà evidente.
    Pure a dispetto del fatto che io detesti il thè.
    La prossima volta mi offra una tisana.
    E mi scusi la disattenzione, ma quando sto nel personaggio dell’eroina sentimentaloide nun capisco niente cchiù.
    Piacere, mi chiamo Giovanna.
    Di cognome D’Arco 🙂

  8. anonimo Says:

    Nun capisco niente cchiù.

    Nunn’ è ‘na frase disperata.
    Ma ‘nu brinnese all’ammore.
    Semmai ll’ammore ca fa chiagnere ‘e pprete.
    Ll’ammore ca accumpare e scumpare comme
    ‘nu spiritillo dint’o palazzo sgarrupato.

    Nun capisco niente cchiù.

    Se sente sango cavero e core ca pompa e sbatte p’e dulore,
    o si no nun te mettisse a ridere mai, comm‘a morte.

    Scinne e te spierde dint’e ‘e rummore e ‘e voce d’e viche.
    T’emozioni e te sbatte ‘o core pure assistenno a ‘na violenza
    ca te ‘ncatena e te stracce ‘e ccarne. Tiene ll’uocchie chin’e
    lacreme annanza a tanta violenza e… bellezza…te siente ‘e murì.

    Nun capisco niente cchiù.

    Si ‘a femmena d’e caverne, d’e vasci; e femmena
    alliccata e ‘nprufumata e cu ‘e tacche a spillo
    ca nun vò fa ‘e piatti e ‘e pentole, ma ‘o punto
    nun è chisto. Schiava sei spicialmente a
    dummeneca pomeriggio, quanno ‘o cuorpo
    s’abbattte e l’anema è ‘nu lenzulo ‘e nera pecundria.

    Nun capisco niente cchiù.

    Ma quantu mmele doce e amarostico
    esce ‘a dint’a vocca toia ‘nzieme ‘e pparole ca tu
    sai dicere comme perle una addereta a n’ata d’a
    cullana ca ‘a nonna Maria lasciaie a mamma toia.

    Nun capisco niente cchiù.

    Faie venì ‘o genio a te stà vicino.
    ‘A femmena d’o popolo e ‘a studiosa.
    Ma senza l’antiutopia ‘e chellu veleno
    e tumore d’a divisione d’e ceti sociali.

    (dint’e grotte una sulamente l’umanità animale)

    Nun capisco cchiù niente.

    E’ a frase, l’incipit, ‘o cummenzaglio d’e capitoli
    e d’e libri ca staie scrivenno journo pe’ gghiurno.

    Nun te fermà, ‘a vita s’appresenta bello e bbuono,
    quanno nun te l’aspietto e, quanno cu ‘o sorriso
    ncopp’e labbra o pigliata d’e turche cunfiesso
    a te stessa e a tutti quanti:

    Nun capisco cchiù niente

  9. ilcavaliere Says:

    aho!
    mmettete a sede!”
    esclamò Alberto Sordi vestito da gondoliere

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