Non si uccidono così anche i cavilli?

Monsieur Dubeurre non era d’accordo e non lo sarebbe stato mai. Mai.

E avevano un bel dire, loro, i fautori delle moderne pratiche propugnate dal giovane Lepoivre, che i suoi metodi, quelli tradizionali, sperimentati da anni e anni, recavano in sé le stimmate della tortura, la condanna dell’efferatezza.

Non era vero.

O forse lo sarebbe stato, a patto di dimostrarlo.

Sicuramente gli studi raccontavano a tutt’oggi che un organismo di quel genere, condannato ineluttabilmente alla fine in brevissimo tempo, non possedeva la cognizione del dolore, e neppure la sua percezione.

Che la smettessero, dunque, di ostinarsi sulle loro idee malsane e preconcette.

Da che mondo è mondo le cose erano andate così. E adesso la prospettiva di privare quel corpo di vita, ancora prima del tempo, con mezzi del tutto innaturali e in nome di una qualche forma di buonismo travestito da necessità tecnica, gli era insostenibile. Un’ipocrisia che non poteva essere suffragata da nulla. Men che mai dal desiderio di acquisire una fama mondiale a scapito della purezza e della tradizione.

Avrebbe continuato per la sua strada, Monsieur Dubeurre, fregandosene dello scisma e di ciò che l’ammutinamento del suo secondo avrebbe comportato.

Facesse della sua vita e della sua carriera ciò che voleva.

Solo, in cuor suo, gli dispiaceva di averlo trattato da sempre come un figlio e di avergli trasmesso così tanta cura, e attenzione, e nozioni. Inutilmente.

Con tanto amore ne aveva fatto un freddo assassino.

Tragica ironia della passione.

Il giovane Lepoivre dal canto suo era stanco di tanto praticantato sotto l’ala protettiva del Maestro.

Ne aveva visti, di casi. Non era una sciocca pretesa di bontà, la sua. Era modernità, era scienza, era rifiuto della cultura quando questa si dimostri inadeguata.

Del resto l’autopsia lo confermava: i corpi ai quali non venivano inflitte le tradizionali torture, anche dopo il trapasso restavano più morbidi, privi di contrazioni. Fibre lisce. Come se i tessuti connettivali riuscissero a trattenere fino all’ultimo uno stato di idratazione ottimale. La migliore delle condizioni possibili.

Certo, non poteva non essere grato a Monsieur Debeurre.

Tutto, doveva a quell’uomo di mano rapida e sapiente, capace di definire con un solo e rapido colpo d’occhio lo stato di salute, l’età, lo stato di conservazione, il migliore destino possibile.

Questo non lo avrebbe dimenticato mai, nemmeno decenni anni dopo, quando il dibattito sulla cottura delle aragoste si sarebbe ormai concluso e nessuno più avrebbe saputo dire se andassero gettate nell’acqua bollente o preventivamente stordite in ghiacciaia. Decenni dopo l’Apocalisse culinaria non avrebbe risparmiato nessuno.

Ho letto cose bellissime, in giro. In memoriam,  qui e anche qui. Cose toccanti su un tema al quale non so dare risposta e sul quale non so darmi pace. Nel post precedente c’è una frase che sintetizza tutto questo, e sicuramente c’è uno dei miei venticinque lettori, quello che più spesso gioca alla caccia al tesoro, che l’ha vista.

Non ho cuore per scriverne seriamente, non ho il sentimento giusto.

Posso solo giocarci, prenderne le distanze in questo modo.

Qui e qui la posizione di Monsier Dubeurre e di Monsier Lepoivre. Qui, un rinvio ad altre verità possibili.

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7 Risposte to “Non si uccidono così anche i cavilli?”

  1. anonimo Says:

    Cara,
    non ho letto il tuo post, perch̩ ci sono cose di cui Рalmeno in certi momenti Р̬ un delitto perfino parlare.
    Vergognoso il decreto-legge, più che un urlo, un graffio, vergognoso sentire alla radio qualcuno dire che verrebbe leso il suo diritto ad amare quella povera ragazza (nazisti travestiti da cattolici?) insomma il contrario di tutto quel che dovrebbe essere, posizioni strumentali prive di pietas ed umanità. Nulla di tutto questo dovrebbe avvenire, non se ne dovrebbe parlare, non ora, non più.

    Poi un giorno, la riflessione sulla volontà, sulla sua persistenza, sul “diritto” di scegliere di non essere, sull’essere ricordo e in altri luoghi, andrà pure fatta, ma per piacere, non ora.

  2. ilcavaliere Says:

    intorno a dove la vita muore
    pietà e compassione impongono silenzio
    tutto il di più è scempio e profanazione

  3. ilpithecantropo Says:

    e insieme a una vita pare stia morendo anche la democrazia

  4. Flounder Says:

    utente anonimo n.1, sono dello stesso spirito, anche se credo che il confronto sui temi morali sia necessario.
    senza clamori, anche semplici conversazioni tra amici per cercare di spiegarsi e dispiegare altri sensi possibili, per muovere un poco i limiti e collocarsi al centro delle posizioni opposte, per chiarirsi, incontrarsi.

  5. Nonostantetutto Says:

    Ma Buran non lo aggiornerete mai più?

    ;(

    Rob.

  6. Flounder Says:

    caro Rob,
    tocchi un dispiacere vivo.
    mai più non lo so.
    come scrivevo questa mattina ai miei soci, compagni di merende, insomma ai miei amichetti buranici, che pure stamattina si sono svegliati assai nostalgici, un mai più non mi sento di dirlo.

    io ho dei sogni su Buràn, penso che sia una delle cose più belle (e lo dico soprattutto considerando lo sbilanciatissimo rapporto risorse/risultato) che mai la rete abbia prodotto.

    stamattina mi verrebbe da dire con un paragone assai poco felice e inopportuno ancorché efficace, che è lì in stato vegetativo. in esso respirano le parole e le vite narrate, quietamente.

  7. aitan Says:

    sono d’accordo col cavaliere

    the rest is silence

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