Archive for marzo 2009

Tutto a cinquanta centesimi.

marzo 27, 2009

Adorati e squallidi lettori, stimati e dopati commentatori di passaggio, avvenenti e idiopatici lurker,

oggi per noi è un giorno dicotomico e antifrastico.

D’altronde, di questi tempi, anche le certezze vengono a costare assai e dunque si viene meno qua e là, si taglia e si lima, si riduce. Si risparmia anche sulle virgole, se necessario.

Stanotte mi sono sognata nell’acquisto di scarpe cinesi – una volta sognavo di acquistare marche prestigiose – e questo la dice tutta.

La crisi e la riduzione al minimo è talmente persistente che un amico mi riferiva che anche il suo immaginario onirico erotico da un po’ di tempo a questa parte si è ridotto ai soli preliminari, per di più relegati alla breve fase Rem, passata la quale gli chiedono un codice e scopre di essere in un Pay-Dream e di aver esaurito il credito della sua card.

Ebbene, sciamanici e rupestri lettori, avidi e bolsi consumatori di inutili e aggettanti parole, sappiate che a causa della crisi vi beccherete un inutile post sulle chiavi di ricerca che menano a questo blog, che questo mese tuttavia mi appaiono succulente e anche un po’ gliscromorfe, con decenza parlando.

La prima, che mettiamo all’asta a partire da un’offerta libera, siòri e siòre, è: graforrea bipolare.

Si tratta di una malattia contagiosissima che consiste nello scrivere un giorno sì e un giorno no. Nel giorno sì vengono composte poesie, redatte petizioni,  scritte pasquinate, discettate erudite teorie e vergate preziose epistole. Nel giorno no ce ne si pente drammaticamente e si medita a come rimediare il giorno seguente. E’ contagiosissima, s’è detto. A nulla vale indossare un preservativo durante l’atto scrittorio, al massimo infilatelo sulla tastiera.

Segue, a prezzo popolare, un’affermazione che ci darà a lungo da riflettere: la Callas aveva l’elefantiasi. A riprova della natura antitetica e polemica delle nostre esistenze, sappiamo che non si può avere tutto dalla vita: o la voce o le gambe, o la bellezza o l’intelligenza, o il denaro o la sensibilità, o il mare o la montagna, o le tette o il culo. Unica eccezione: prosciutto e mozzarella.

E chest’è.

Per la sezione bricolage ed economia domestica, ci vengono a trovare mediante uno squali a punto prosciutto. Il punto prosciutto è un evoluzione del punto nodino o la sua variante un po’ mouliné? Ma soprattutto – ed è ciò che mi inquieta – quando e dove avrò scritto io, in questo blog, di queste cose?

Alla voce "Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avreste mai osato chiedere", abbiamo niente popodimeno che due item. Il primo: baccalà prestazioni sessuali; il secondo: caratteristiche delle misure dei cazzi.

E qui s’apre il dibattito. Allora, la questione del baccalà va scissa in due momenti, secondo se vogliamo riferirci a un’utenza maschile o femminile. Nel caso di uomini, potrà essere consumato una o due volte al dì, in forma di filetto o crocchetta, o mantecandolo e spalmandolo sulla parte nella speranza di un maggiore inturgidimento. Nel caso delle donne, si raccomanda, ai fini di una maggiore soddisfazione, di usare invece lo stoccafisso, perché il ripetuto contatto tra il filetto salato e le mucose genitali potrebbe essere fonte di irritazioni.

Sulle caratteristiche delle misure, suggeriamo solo di non far confusione tra il sistema metrico decimale e quello anglosassone. Avete solo due pollici, non barate.

Ma non dimentichiamo che questo è un blog di buongustai. E dunque arrivarci digitando pietanze comuniste non può che riempirci di orgoglio. La cucina comunista, come tutti sanno, è una cucina a base essenzialmente proteica, che nel tempo può dare luogo a problemi di uricemia, ritenzione idrica e patologie irritative dell’apparato digestivo. C’è da dire che negli anni la diminuzione delle nascite ha indotto sensibili variazioni nella dieta del comunista, che ai bambini ha sostituito prodotti più ricchi di Omega 3. Alcuni gourmet proporrebbero il ritorno a piatti tipici e sostanziosi, ai sapori dell’antichità, ma i disfattisti scuotono tristemente la testa e sostengono che non esiste nemmeno più la Satura lanx di una volta. Che tristezza la dieta, agognati e purulenti lettori miei.

Passate un buon fine settimana, voi che potete. Io mi chiuderò in casa, darò quattro mandate di chiavi di ricerca e cercherò di trovare delle frasi ad effetto sul tema ”non si fa credito”.

Se avete suggerimenti non esitate a comunicarmeli.

Usque tandem (l’anno, il giorno, l’ora in cui…). E anche un poco di Unheimlich, però così, senza impegno.

marzo 23, 2009

C’è la questione del tempo.

Lo so che iniziare così sembra insensato, ma è proprio questo che sto cercando di spiegare: la questione dell’ex abrupto, l’illusione dell’evento improvviso che inevitabilmente poi si trasformerà nell’alibi del casuale e del fortuito.

E ci diremo – ovviamente, come a ogni alibi che si rispetti, come a ogni favola, come a certe menzogne – che non si può opporre riparo e nemmeno trovare correttivi e rimedi.

L’ineluttabile.

O invece il tubo che è scoppiato non ci aveva forse dato avvisaglie continue nei giorni che precedettero l’allagamento e distrussero la nostra casa e poi la nostra vita tutta intera?

Se penso a ciò che negli anni, negli ultimi anni, ha prodotto la maggioranza delle mie frizioni con il genere umano ed ogni forma di conflitto e qualsiasi disagio del tutto personale, mi rispondo che c’entra la definizione del tempo, in tutte le sue accezioni: da una generica pretesa di attenzione e rispetto della puntualità e delle scadenze fino alla precisa definizione di momenti temporali ai quali far risalire l’inizio – o la fine – di una determinata azione, di un comportamento, di un’abitudine. Di una scelta o di una rinuncia.

Tempo e scelta costituiscono un binomio indissolubile.

E non mi dite che il tempo è un galantuomo. Il tempo non esiste, se non nella volontà di chi gli dà forma e contenuto.

Per esempio la domanda del medico al paziente: saprebbe dirmi da quando, più o meno (abbiamo detto che l’ ex abrupto non esiste, è un’infantile fantasia di onnipotenza, è desiderio di deresponsabilizzazione), è iniziato il suo disturbo alla schiena?

O la domanda del capo al subalterno: hai, più o meno, l’idea di quando terminerai questo lavoro?

Oppure l’invocazione della moglie al suo uomo disoccupato che trascorre la giornata ciondolando sul divano, ubriaco e scontento, triste e violento, senza porre rimedio a nessuna delle situazioni che lo affliggono: per quanto tempo potremo ancora sopportare questo?

La focalizzazione sul tempo serve ad aggregare un insieme di significati, di episodi, di eventi. Non è del tempo in quanto tale, che ci interessa, ma dell’esserci calati dentro. Dell’essere dentro il processo. Del darsi una storia e del poterla superare, se non ci piace. Se ci diventa stretta.

La domanda sul tempo è una domanda che contiene istanze di rinascita e purificazione, di superamento e conferma, di rinuncia alla vaghezza e al falso campo delle infinite possibilità.

Interrogarsi e rispondersi sul proprio tempo vuol dire sottrarsi al dominio del Tempo come forza che ci manovra dall’esterno.

Una giusta, onesta domanda sul tempo, prevede necessariamente un “più o meno” al suo interno.

Serve all’assestamento, alla negoziazione. Serve alla libertà.

Serve ad ottenere una risposta realistica, in cui l’imprevisto venga confinato nei limiti forniti dal più e dal meno, un margine inferiore e un margine superiore nei quali muovere impegno, affidabilità, responsabilità.

Margini di cui servirsi in modo dialettico per costruire un rapporto che rispetti i tempi di tutti e vincoli tutti intorno al medesimo obbiettivo. Laddove l’obiettivo esista. Oppure li lasci liberi di andarsene.

Senza un dialogo sul tempo, senza una sua gestione condivisa non si dà alcun rapporto umano, alcuna fiducia, alcuna costruzione. Forse senza una riflessione sul tempo non si esiste.

 

(Ho male a un pollice lussato, e so perfettamente da quando. Ho un dispiacere cronicizzato che colloco cronologicamente in un momento corrispondente a circa un anno fa e che quotidianamente sormonto, ho una rabbia di anni che riemerge a scadenze definite dal mio tempus lugendi e mi tormenta e impoverisce la mia vita.

Da alcune settimane provo inquietudini che vedo ben piazzate lungo i giorni, come pietre miliari.

Esistono cose che mi fanno sentire collocata fuori dal flusso del tempo, fuori da un ciclo,  e perciò stesso meno viva.

Esistono comportamenti e gesti stereotipati e necrotici che subisco e mi inchiodano a dimensioni statiche dell’esistenza che assomigliano alla morte.

Talvolta la mia scarsa memoria è una via di fuga per evitare di sistemare nel tempo alcuni eventi e riuscire così a scampare temporaneamente a qualcosa, alla ragnatele di interpretazioni cui far seguire decisioni o azioni. Per fingere di poter evitare dispiaceri che invece si ripresenteranno secondo un ben noto scadenzario. E invece non si sfugge mai a niente, mai.

In altri momenti invece ho una visione amplissima del tempo, come se fossi al centro di una ruota e da lì riuscissi ad osservare tutto contemporaneamente.

Da lì scorgo ogni giorno e il contenuto di dettagli definiti. Tenere il tempo vuol dire vederne la somma e il disegno complessivo. E poi scegliere dove andare.

Rifiutarsi di svelare il tempo potrebbe voler dire aver paura di pronunciare il nome delle cose?)

In(tutta)coscienza

marzo 18, 2009

Cara Flounder,

esibiscimi biglietto e prenotazione per il viaggio in questa vita, prego.

Tua FF.SS. (Ferroviariamente Statale) Coscienza

 

Cara Coscienza,

ho ingenuamente acquistato un abbonamento diuturno.

Tua metodica Flounder

 

Cara Flounder,

keine gegenstaende aus den fenstern werfen.

Tua cogente Coscienza

 

Cara Coscienza,

questo vuol dire che mi è impedito anche il suicidio?

Tua provocatoria Flounder

 

Cara Flounder,

tassativamente. E per di più ti faccio notare che sei seduta sul posto riservato alle gestanti.

Tua regolamentare Coscienza

 

Cara Coscienza,

lo so. Ma purtroppo i posti per invalidi e depressi erano tutti occupati.

Tua conscia dei suoi limiti Flounder.

L’ accoppiamento rituale presso gli Orehgnat, tra tradizione e modernità . Un breve saggio etnologico.

marzo 12, 2009

Survey

Questo saggio ha per oggetto l’analisi delle pratiche di accoppiamento studiate presso gli Orehgnat nel corso di ripetute osservazioni e lunga permanenza nei luoghi sacri individuati per le stesse.

Preliminare alla nostra indagine è la riflessione di  Michel Foucault, secondo il quale la sessualità non è una qualità intrinseca della carne, e neppure un impulso biologico. Come sostiene Laqueur, essa è  piuttosto “una maniera di modellare l’io nell’esperienza della carne”, e si costituisce a partire da certe forme di comportamento. La sessualità può essere dunque una sorta di opera d’arte.

Sappiamo da tempo che le teorie della differenza sessuale hanno influenzato il corso del processo scientifico. La biologia – come la letteratura – non riproduce la realtà, ma la costruisce.

In questo consisterebbe la lezione dello strutturalismo: gli esseri umani impongono il loro senso dell’opposizione (bianco/nero, acceso/spento, maschio/femmina) ad un mondo fatto di gradazioni continue di differenze e somiglianze.

 

L’idea fondamentale che sottende al nostro lavoro è che il corpo umano, così come determinato storicamente, si muove in direzione di un corpo di sesso contrario, fatte salve le dovute eccezioni che affronteremo in altro lavoro.

La mia personale esperienza presso gli Orehgnat è iniziata attraverso brevi e sporadici contatti nel corso dell’ultimo decennio, che si sono via via intensificati, fino a rendermi parte attiva e integrante dei diversi gruppi studiati, che dopo un’iniziale freddezza e indifferenza nei miei confronti, mi hanno accettato a pieno titolo.

Ho potuto così annotare le peculiarità osservate e analizzarle secondo un modello comparativo e al tempo stesso valutare la permeabilità del rituale facendomi attrice di performance trasformatrici.

La cultura Ognat è una cultura diasporica e migrante che ha saputo mantenere compatta la sua identità a dispetto delle diverse localizzazioni geografiche, anche laddove, in alcuni casi, sembri aver ceduto a tentazioni di esasperato modernismo e contaminazione.

Nonostante alcuni autorevoli scolari sostengano che la tradizione Ognat abbia una sua intrinseca purezza, sappiamo in realtà dalla lezione di Amselle che ogni meticciato rinvia all’infinito ad un’originaria purezza che non può mai essere raggiunta. Pertanto la cultura Ognat, lungi dall’essere isolata, ha sicuramente un debito nei confronti di culture precedenti e coeve, quali l’estinta Eugneynac, la Nolas e non ultima quella introdotta dagli Oveun della Mitteleuropa e dei Paesi del Nord, un piccolo gruppo che si accoppia con modalità differenti e in luoghi caratterizzati da minore sacralità. Ogni pretesa di rivendicazione assolutistica e totale autonomia, portata avanti da gruppi costituiti – primo fra tutti il clan Oreugnolim – è priva pertanto di qualunque fondatezza e legittimità.

Alcuni clan fanno riferimento a un antenato mitico,  Ledrag, che viene comunque riconosciuto in tutti i gruppi,  anche se presso gli Oveun si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.

In linea di massima i riti di accoppiamento degli Orehgnat seguono uno schema ben preciso:

Prima fase, o dell’iniziazione: gli Orehgnat vengono introdotti al mistero da uno o più sacerdoti officianti che ne curano l’educazione, la postura, l’abbigliamento. L’iniziazione può durare anche diversi anni. Nel corso dei primi tempi l’iniziando sarà totalmente fedele al maestro; in seguito è consigliato, se non addirittura necessario, che rivolga la sua attenzione ad altri, senza tuttavia offendere o mancare di rispetto a colui che per primo lo ha ammesso al rito.

Seconda fase, o della pratica: gli Orehgnat sono un popolo estremamente socievole, organizzati in uno schema tribale ripartito in fratrìe ancorché la tendenza sociale miri alla creazione di rapporti strettamente diadici. In questa seconda fase il ruolo del maestro è ancora preponderante: l’Orehgnat non è ancora libero nella scelta di accoppiamento, ma deve attenersi a un codice che regolamenta classi, caste e livelli iniziatici.

Terza fase, o dell’accoppiamento propriamente detto: gli Orehgnat vengono finalmente ammessi al luogo di culto, detto generalmente Agnolim, dove pubblicamente inizia il rituale di corteggiamento e successivo accoppiamento.

Due aspetti vanno rilevati: il primo è una contraddizione tra la necessità di formazioni diadiche e l’instabilità delle stesse. In questo senso la società Orehgnat è una società aperta, fluida, che si costituisce per accoppiamenti spontanei che non sono tuttavia destinati a durare, se non in rari casi.

Il secondo aspetto è l’importanza data alla numerologia: gli Orehgnat hanno un legame speciale con il numero 4 e il numero 3. L’insieme degli accoppiamenti che si realizzano sotto l’influsso di questi due numeri simbolici prende il nome di Adnat.

Si pensa che la funzione dell’Adnat sia quella di garantire una tutela alla donna, perché la fase di accoppiamento non venga bruscamente interrotta, e anche quella di facilitare i primi approcci all’uomo ancora inesperto o che non abbia certezza di volersi impegnare con totale serietà nell’accoppiamento rituale con quella compagna.

L’Adnat non è privo dell’influsso di concetti legati alla magia. A differenza della visione malinowskiana, in cui alla magia è riconosciuta la funzione di ritualizzare l’ottimismo e di fornire sostegno emotivo per comportamenti non controllabili tecnicamente, presso gli Orehgnat la magia è piuttosto avvicinabile al concetto espresso da Lévi-Strauss, ossia un atto magico che presuppone l’esistenza di un rituale basato su segni che abbiano un significato per la collettività che partecipa all’esperimento magico e ne condivide la speranza di riuscita, che si tratti del momento dell’ohco, dell’adacas o di un’adidrom, tanto per definire alcuni elementi costitutivi della cerimonia di accoppiamento

In aggiunta a queste tre fasi, ci sono momenti periodici e ciclici, nella vita di ciascun Orehgnat, in cui si effettuano pellegrinaggi a luoghi di culto in terra straniera o in altre Agnolim del proprio paese: sono i momenti in cui l’identità diasporica riafferma la sua forza e, come sostiene Appadurai, a dispetto della rottura della ‘solidarietà’ organica tra un territorio, una comunità e una tradizione culturale, vengono esaltate modalità di trasmissione culturale sul piano orizzontale,  contribuendo a trasformare in profondità le eredità culturali e le configurazioni di comunità in cui riconoscersi: comunità virtuali, comunità ‘immaginate’ dunque, molto più che comunità storicamente connotabili capaci di segnare una continuità ed un’evoluzione nel tempo. La diffusione nello spazio sembra sostituire dunque la ‘profondità’ nel tempo e confermare la priorità dei rituali di accoppiamento nel mantenimento di una comunità che preserva la sua identità a dispetto delle pervasive influenze sociali e storiche che la circondano e che pur modificandola, non corrompono le sue fibre.

 

Bibliografia:

Amselle, Connessioni

Appadurai, Modernità in polvere

Foucault, Storia della Sessualità

Laqueur, L’identità sessuale dai Greci a Freud

Malinowski, Magia, scienza e religione

Lévi-Strauss, Antropologia strutturale

 

Per approfondimenti:

Remi Hess, Tango, Astrolabio

Robert F. Thompson, Tango, Elliot Edizioni

 

Per la metodologia:

siamo totalmente ma totalmente debitrici all’opera di Horace Miner, Body Ritual among the Nacirema, pubblicato nel 1956 su The American Antropologist,  il più divertente saggio di antropologia che sia mai stato scritto e che vi dovete leggere per forza.

 

Acqua e sangue

marzo 9, 2009

Morirà durante la notte, sentenziò il medico.

Che di questi casi ne aveva visti tanti, e sapeva che da un’occhiaia scavata come quella, da quel pallore, dal modo in cui il respiro si faceva più breve, non v’era modo di far ritorno.

Siete sicuro, dottore? chiese allora la figlia, che doveva darne notizia a sua madre, moglie del morituro e a sua nonna, madre dello stesso.

L’itto parla chiaro, figlia mia. Non arriverà all’alba.

Siete sicuro, dottore? chiese ancora la donna con un lieve trasalimento nella voce, che pure tradiva un poco di stizza.

Sì.

Lo diceste anche le altre volte, e invece le cose andarono in tutt’altro modo.

Allora le condizioni erano diverse, oppose il medico.

Dotto’, noi un’altra spesa così non ce la possiamo permettere. La veglia funebre costa, costa il prete al capezzale, costa lavare le lenzuola. Tutto, ci costa. I preparativi ci costano. Il dispiacere, ci costa. Le lacrime, ci costano. Se voi mi mettete per iscritto che è sicuro, io mando a chiamare le donne, di modo che si preparano e faccio fare pure un po’ di spesa per quelli che ci vengono a trovare, se no non se ne fa niente.

Capisco, aggiunse il dottore. E se anche te lo metto per iscritto e tuo padre  decide di sopravvivere pure questa volta, che senso ha?

Se il padre mio sopravvive, e il Padreterno lo benedica e vi benedica pure a voi, le spese, tutte le spese che dobbiamo sostenere inutilmente stanno a carico vostro, tanto voi ve lo potete permettere. Noi siamo povera gente e ci accolliamo solo il dispiacere.

Il medico ci pensò un momento e aggiunse: sta bene. Se sopravvive pago tutto io, se vi lascia nella nottata, delle spese ve ne occupate voi. Ma solo se accettate un’altra condizione: se tuo padre finisce nella notte, te ne vieni a casa mia.

La donna prese un respiro profondo e rispose: aspettate un momento.

Poi entrò nella stanza del padre, portandosi dietro quell’espressione altezzosa e triste di poco prima, lo guardò e gli chiese: che vvuo’ fa?

Il padre fece spallucce.

E allora? incalzò la figlia, con un’ansia che le montava dallo stomaco.

Non lo so, rispose tra il fastidio e l’indeterminazione. Dici che ha senso?

Questa volta mi sono arrabbiata. Gli ho detto che ci costa, tutto questo dolore, questa organizzazione, questo patema. Ha detto che se sopravvivi, paga tutto lui. Se invece hai veramente deciso di andartene, mi porta a casa sua. Solo che non ha detto né come e nemmeno per quanto tempo.

E che ti devo dire, figlia mia, io sto a disposizione. Se per te va bene, alzo baracca e burattini e vi saluto. Se no, continuiamo un altro poco la jacovella. Ma pure ‘stu miedeco,  però, sempre con quest’exitus a morte ‘e subbeto. Ma non ci poteva dare due o tre giorni per pensare, per riflettere, per valutare come stavano effettivamente le cose? E che miseria!

La figlia addolcì un poco il tono della voce: ma tu come ti senti? Tu che vorresti fare?

No, no, io sto bene, disse il padre. E’ che pure mi scoccio di stare qua a dare un poco di fastidio, a tenervi tutti attorno. Vedete voi: per me o qua o là più o meno fa lo stesso. Qua l’unica pena mia sei tu, che a quest’età ti devi ancora sistemare. Piccere’, parliamoci chiaramente: qua lo spazio su questa terra è poco, tutti quanti non c’entriamo. Se il dottore tiene intenzioni serie, e nel giro di un anno vi apparate, fate una famiglia come si deve, un bambino, io levo il disturbo e libero la stanza. Se invece tiene ‘a capa fresca, allora tanto vale che sto qua un altro poco, ti pare?

E sì, rispose la figlia convinta e un poco sconsolata, il ragionamento è giusto. Allora io mo’ vado di là e punto i piedi, gli dico che ci ho pensato e che la miseria nostra ce la vediamo noi, i soldi non li vogliamo e neppure accettiamo condizioni. Poi vediamo lui come reagisce.

Tornò di là, la figlia, riferendo quando aveva appena detto al padre.

Il dottore abbassò un poco lo sguardo, come pizzicato dalla vergogna.

Hai ragione, sussurrò alla ragazza, non mi sono reso conto di quello che dicevo. E’ che questi non sono momenti per decidere di queste cose. Ma è che sei sempre così distante, così altera, e con te nessun momento è quello buono. Ma ti pare possibile, disse abbassando ancora un poco la voce, che per chiederti in moglie, ogni sei mesi noi dobbiamo fare questa sceneggiata del momento fatale, dell’estrema unzione, della promessa sul letto di morte? E pure tuo padre, che si presta ogni volta e che ogni volta riesce miracolosamente a guarire, contraddicendo tutto quello che ho appreso nei libri di medicina e facendomi fare la figura dell’idiota agli occhi di tutta la famiglia e pure del paese! E che miseria!

La ragazza si asciugò una lacrima con il rovescio della mano: papà non imbroglia, guarisce veramente, lo fa per me. Fino a che non mi vede felice, non se ne può andare.

Che devo fare?, chiese il medico, prostrato dalla fatica e dall’imbarazzo.

Dagli qualche altro mese.

Ma mica dipende da me, io mi limito ad accertare lo stato fisico, i sintomi, le condizioni complessive. Tanto qualsiasi cosa dica, alla fine fa sempre come vuole lui. Tale e quale a te, tenete ‘a stessa capa. E nove vite, come i gatti.

 

E allora l’altra notte, o perché a cena s’era mangiato sushi, e si sa, il wasabi induce una serie di alterazioni nella sensibilità psicocorporea, vuoi perché ero un poco turbolenta di mio, o vuoi perché diosololosa, fatto sta che in quelle brevi fasi di veglia mattutina, mi sono sognata  su un braccio di mare, arrivata da un lungo tunnel su una banchina che ospitava sedie e tavolini ed enormi pesci che sfrecciavano in acqua e arrivavano a lambirci le caviglie  con dei denti molto aguzzi.

E quando dico enormi, voglio dire enormi, giganteschi: gallinelle grandi quanto balene, mante della misura di un cacciatorpediniere, delfini smisurati, scorfani che uno solo bastava a farci una zuppa per tutta Pozzuoli. La cosa bella è che nessuno si stupiva, ero la sola. Ne avevo una paura terribile.

Di fianco al nostro tavolino – sedevamo nel sogno io, il Secretario e una presenza femminile che non ricordo ma poteva essere Katiuuuscia – c’era una specie di botola aperta piena d’acqua in cui galleggiavano tre esseri filamentosi, simili a grossi embrioni umani, col viso perfettamente formato e bellissimo e gli arti e il tronco trasparenti e gelatinosi.

I miei commensali non si stupivano nemmeno di questo e anzi, di fronte alle mie perplessità, mi spiegavano che si trattava di quelli che sono in procinto di nascere. Ché si sa, d’altronde, che si nasce dal mare. Aspettavano solo che qualcuno facesse loro spazio.

Poco distante una sorta di fontana ospitava invece una gatta fulva, che viveva in apnea e ne usciva solo per nutrirsi di bulbi d’aglio e cipolle forniti dai passanti e dalla gente del paese. Una gatta contro natura, capace di nutrirsi di quanto uccide gli altri gatti. Una gatta immortale.

Oltre l’ampia varietà di simboli animali, tutto aveva una sua connessione con il femminile: coppe rotonde, barche dalle chiglie semisferiche, onde, capigliature mosse nel vento. Ho pensato di nuovo alle Sirene, a Lorelei, a Persefone, a Echidna.

Ho letto che le acque e tutti i simboli connessi, dai pesci ai tunnel alle coppe e via discorrendo sono legati alla luna e alla notte, dunque al tempo e alla morte, oltre che alla femminilità. L’acqua e il sangue sono legati in modo indissolubile, la vita e la morte pure. E’ consolatorio, e al tempo stesso dà il magone.

Certe piccole posologie

marzo 3, 2009

Se una serie di persone di cui mi fido mi dicono che mi sentono agitata, forse sono agitata.

Va bene, allora: sono agitata. Lo ammetto. Come volete.

Poi mi passa.

E se non passa, resterò agitata. Turbolenta. Molto mossi tutti i bacini. Tutti tutti.

Prima o poi mi passerà.

Prima.

O poi.

O.

Nella peggiore delle ipotesi mi verrà un altro herpes. Uno in più, uno in  meno, chi vuoi che stia a contarli.

Nella migliore potrei imparare a volare e a volteggiare sui tetti.

Sopra il tetto come i gatti.

Come le stelle comete.

Come le stelle come te.

(Prossima settimana né caffeina, né teobromina.

Nemmeno nitroglicerina, la sera solo un po’ di minestrina.

Evitare rimbrotti e strapazzi.

Dormire bene, rifuggire imbarazzi e schiamazzi.

Volteggiare sui tetti, eventualmente. Sì.

E niente caffè, abbiamo detto, solo un po’ di te.)