Acqua e sangue

Morirà durante la notte, sentenziò il medico.

Che di questi casi ne aveva visti tanti, e sapeva che da un’occhiaia scavata come quella, da quel pallore, dal modo in cui il respiro si faceva più breve, non v’era modo di far ritorno.

Siete sicuro, dottore? chiese allora la figlia, che doveva darne notizia a sua madre, moglie del morituro e a sua nonna, madre dello stesso.

L’itto parla chiaro, figlia mia. Non arriverà all’alba.

Siete sicuro, dottore? chiese ancora la donna con un lieve trasalimento nella voce, che pure tradiva un poco di stizza.

Sì.

Lo diceste anche le altre volte, e invece le cose andarono in tutt’altro modo.

Allora le condizioni erano diverse, oppose il medico.

Dotto’, noi un’altra spesa così non ce la possiamo permettere. La veglia funebre costa, costa il prete al capezzale, costa lavare le lenzuola. Tutto, ci costa. I preparativi ci costano. Il dispiacere, ci costa. Le lacrime, ci costano. Se voi mi mettete per iscritto che è sicuro, io mando a chiamare le donne, di modo che si preparano e faccio fare pure un po’ di spesa per quelli che ci vengono a trovare, se no non se ne fa niente.

Capisco, aggiunse il dottore. E se anche te lo metto per iscritto e tuo padre  decide di sopravvivere pure questa volta, che senso ha?

Se il padre mio sopravvive, e il Padreterno lo benedica e vi benedica pure a voi, le spese, tutte le spese che dobbiamo sostenere inutilmente stanno a carico vostro, tanto voi ve lo potete permettere. Noi siamo povera gente e ci accolliamo solo il dispiacere.

Il medico ci pensò un momento e aggiunse: sta bene. Se sopravvive pago tutto io, se vi lascia nella nottata, delle spese ve ne occupate voi. Ma solo se accettate un’altra condizione: se tuo padre finisce nella notte, te ne vieni a casa mia.

La donna prese un respiro profondo e rispose: aspettate un momento.

Poi entrò nella stanza del padre, portandosi dietro quell’espressione altezzosa e triste di poco prima, lo guardò e gli chiese: che vvuo’ fa?

Il padre fece spallucce.

E allora? incalzò la figlia, con un’ansia che le montava dallo stomaco.

Non lo so, rispose tra il fastidio e l’indeterminazione. Dici che ha senso?

Questa volta mi sono arrabbiata. Gli ho detto che ci costa, tutto questo dolore, questa organizzazione, questo patema. Ha detto che se sopravvivi, paga tutto lui. Se invece hai veramente deciso di andartene, mi porta a casa sua. Solo che non ha detto né come e nemmeno per quanto tempo.

E che ti devo dire, figlia mia, io sto a disposizione. Se per te va bene, alzo baracca e burattini e vi saluto. Se no, continuiamo un altro poco la jacovella. Ma pure ‘stu miedeco,  però, sempre con quest’exitus a morte ‘e subbeto. Ma non ci poteva dare due o tre giorni per pensare, per riflettere, per valutare come stavano effettivamente le cose? E che miseria!

La figlia addolcì un poco il tono della voce: ma tu come ti senti? Tu che vorresti fare?

No, no, io sto bene, disse il padre. E’ che pure mi scoccio di stare qua a dare un poco di fastidio, a tenervi tutti attorno. Vedete voi: per me o qua o là più o meno fa lo stesso. Qua l’unica pena mia sei tu, che a quest’età ti devi ancora sistemare. Piccere’, parliamoci chiaramente: qua lo spazio su questa terra è poco, tutti quanti non c’entriamo. Se il dottore tiene intenzioni serie, e nel giro di un anno vi apparate, fate una famiglia come si deve, un bambino, io levo il disturbo e libero la stanza. Se invece tiene ‘a capa fresca, allora tanto vale che sto qua un altro poco, ti pare?

E sì, rispose la figlia convinta e un poco sconsolata, il ragionamento è giusto. Allora io mo’ vado di là e punto i piedi, gli dico che ci ho pensato e che la miseria nostra ce la vediamo noi, i soldi non li vogliamo e neppure accettiamo condizioni. Poi vediamo lui come reagisce.

Tornò di là, la figlia, riferendo quando aveva appena detto al padre.

Il dottore abbassò un poco lo sguardo, come pizzicato dalla vergogna.

Hai ragione, sussurrò alla ragazza, non mi sono reso conto di quello che dicevo. E’ che questi non sono momenti per decidere di queste cose. Ma è che sei sempre così distante, così altera, e con te nessun momento è quello buono. Ma ti pare possibile, disse abbassando ancora un poco la voce, che per chiederti in moglie, ogni sei mesi noi dobbiamo fare questa sceneggiata del momento fatale, dell’estrema unzione, della promessa sul letto di morte? E pure tuo padre, che si presta ogni volta e che ogni volta riesce miracolosamente a guarire, contraddicendo tutto quello che ho appreso nei libri di medicina e facendomi fare la figura dell’idiota agli occhi di tutta la famiglia e pure del paese! E che miseria!

La ragazza si asciugò una lacrima con il rovescio della mano: papà non imbroglia, guarisce veramente, lo fa per me. Fino a che non mi vede felice, non se ne può andare.

Che devo fare?, chiese il medico, prostrato dalla fatica e dall’imbarazzo.

Dagli qualche altro mese.

Ma mica dipende da me, io mi limito ad accertare lo stato fisico, i sintomi, le condizioni complessive. Tanto qualsiasi cosa dica, alla fine fa sempre come vuole lui. Tale e quale a te, tenete ‘a stessa capa. E nove vite, come i gatti.

 

E allora l’altra notte, o perché a cena s’era mangiato sushi, e si sa, il wasabi induce una serie di alterazioni nella sensibilità psicocorporea, vuoi perché ero un poco turbolenta di mio, o vuoi perché diosololosa, fatto sta che in quelle brevi fasi di veglia mattutina, mi sono sognata  su un braccio di mare, arrivata da un lungo tunnel su una banchina che ospitava sedie e tavolini ed enormi pesci che sfrecciavano in acqua e arrivavano a lambirci le caviglie  con dei denti molto aguzzi.

E quando dico enormi, voglio dire enormi, giganteschi: gallinelle grandi quanto balene, mante della misura di un cacciatorpediniere, delfini smisurati, scorfani che uno solo bastava a farci una zuppa per tutta Pozzuoli. La cosa bella è che nessuno si stupiva, ero la sola. Ne avevo una paura terribile.

Di fianco al nostro tavolino – sedevamo nel sogno io, il Secretario e una presenza femminile che non ricordo ma poteva essere Katiuuuscia – c’era una specie di botola aperta piena d’acqua in cui galleggiavano tre esseri filamentosi, simili a grossi embrioni umani, col viso perfettamente formato e bellissimo e gli arti e il tronco trasparenti e gelatinosi.

I miei commensali non si stupivano nemmeno di questo e anzi, di fronte alle mie perplessità, mi spiegavano che si trattava di quelli che sono in procinto di nascere. Ché si sa, d’altronde, che si nasce dal mare. Aspettavano solo che qualcuno facesse loro spazio.

Poco distante una sorta di fontana ospitava invece una gatta fulva, che viveva in apnea e ne usciva solo per nutrirsi di bulbi d’aglio e cipolle forniti dai passanti e dalla gente del paese. Una gatta contro natura, capace di nutrirsi di quanto uccide gli altri gatti. Una gatta immortale.

Oltre l’ampia varietà di simboli animali, tutto aveva una sua connessione con il femminile: coppe rotonde, barche dalle chiglie semisferiche, onde, capigliature mosse nel vento. Ho pensato di nuovo alle Sirene, a Lorelei, a Persefone, a Echidna.

Ho letto che le acque e tutti i simboli connessi, dai pesci ai tunnel alle coppe e via discorrendo sono legati alla luna e alla notte, dunque al tempo e alla morte, oltre che alla femminilità. L’acqua e il sangue sono legati in modo indissolubile, la vita e la morte pure. E’ consolatorio, e al tempo stesso dà il magone.

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30 Risposte to “Acqua e sangue”

  1. didolasplendida Says:

    e pecchè te ssì purtata à catiuscia e nnò a mmè?

  2. fuoridaidenti Says:

    Ho pensato a McGrath (ma non vale il tuo post quel romanzaccio). E poi che è parecchio che non leggevo una storia così bella (ma, mi consenti?, escludendo la spiegazione). ciao

  3. Flounder Says:

    credo ci sia un senso, dido.
    (mammamia, che razza di sogno, lo tengo tutto azzeccato addosso, come le squame di pesce)

  4. Flounder Says:

    grazie, mauro
    (il peggior libro di McGrath, quello, vero)

  5. Zu Says:

    Come la totalità e la perdita, sì.
    (curioso poi che perdendosi in certi vortici ci si ritrovi totalmente, chissà se sono quelle le pieghe spaziotemporali in cui scamparla)

    Ah, gran bel pezzo.

  6. aitan Says:

    ‘Nsomma mi trovavo nel bel mezzo di un capitolo postumo di Napoli Milionaria e mi trovo tutto all’intrasatto catapultato in un sogno pieno di botole, sensi, controsensi e valenze simboliche e significanti. E mo’ sto qua a decidere quale mood m’è piaciuto di più, e so che mi sono piaciuti tutti e due, ma ancora non ho osato accostarli per metterli in relazione dialettica e farne uscire sensi terzi, quarti, quinti et cetera cetera.

  7. Flounder Says:

    tengo un rigurgito karmico, non so che dire. mi sento un poco angosciata.

  8. anonimo Says:

    no no, il peggiore è Port Mungo (ma si fa prima a salvare solo Follia e Spider)

  9. elsecretario71 Says:

    pare strano, ma che le cose stavano così il dottore lo sapeva da tempo, su x giù da quel giorno che si tuffarono nelle acque salsobromoiodiche tutti e tre invece di andare a pranzo tutti e cinque, ché l’invito era inaspettato, e fu giudicato prematuro, non tanto xchè non si fosse pronti ad accogliere, quanto xchè non si era pronti a perdere.
    comunque che da tempo il tempo stringesse, era un dato di fatto. che continuasse a stringere, a intermittenza, fu altrettanto evidente.
    sul molo c’era vento e le bambine erano bellissime con una giacca e una camicia distese ad abbracciarle, a far loro da cappotto.
    resta il fatto che scegliere la propria morte in base alla vita di un altro non è possibile, e che scegliere la direzione della propria vita in base alla morte di un altro non è sensato.
    almeno nei sogni.

  10. Flounder Says:

    Port Mungo non l’ho letto.
    e comunque si fa sicuramente prima a dire che Follia e Spider, sì.
    e anche un poco Grottesco, ma poco.

    il dottore è un personaggio bellissimo. è un poco l’angelo della morte e un poco no, è un catalizzatore di energie.
    e poi – nel frattempo sto scrivendo un ‘altra storia, che stasera ho la vena – questa storia è complicatissima, la rileggo e ci trovo un sacco di cose.
    mi piace moltissimo questo dialogo:
    Lo diceste anche le altre volte, e invece le cose andarono in tutt’altro modo.

    Allora le condizioni erano diverse, oppose il medico.

    perché in realtà mentre parlano del malato stanno parlando di loro due, di questa cosa che va avanti da così tanto tempo senza trovare soluzione.

    e poi invece secondo me è possibilissimo muoversi su questi piani di vita e di morte, per sottrazioni e lievi spostamenti, per influenze sottilissime. e che la gente viva o muoia in base a un programma da compiere.io per esempio ho stabilito che non potrò morire prima di aver imparato a fare il montblanc.

  11. elsecretario71 Says:

    e, pure questo, il dottore lo sapeva.

  12. elsecretario71 Says:

    il chè, mia cara, non vuol affatto dire che morirai il secondo dopo aver imparato a farlo.
    il montblanc

  13. Flounder Says:

    no, devo imparare pure a fare la delizia al limone e la sacher. poi posso andare.

  14. elsecretario71 Says:

    po’ so’ io il genio della prorastinazione…

  15. elsecretario71 Says:

    *procrastinazione

  16. anonimo Says:

    grazie.
    M

  17. elsecretario71 Says:

    e cmq, bene…vi vedo ben avviata sul sentiero dell’opera.
    Ragion per cui, senza por tempo in mezzo, inizio la vostra iniziazione con il vitriol, che non è un acido muriatico, bensì un precetto…che dico ? è IL precetto:
    Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem

  18. elsecretario71 Says:

    “e poi invece secondo me è possibilissimo muoversi su questi piani di vita e di morte, per sottrazioni e lievi spostamenti, per influenze sottilissime. e che la gente viva o muoia in base a un programma da compiere.”

    ci ho pensato un poco, combattuto tra la convinzione che aveste ragione, che il ragionamento fosse valido, e il rumorino che diceva che no, che una vita si trattiene solo consapevolmente, e che la consapevolezza si basa sull’indipendenza e che una vita consapevole e indipenente non può legare la sua morte al destino di un altro.
    è che questi fatti qua non sono aggratis, richiedono energia e l’energia si deve saper maneggiare, bisogna saper essere consapevoli.
    allora qua bisogna distinguere le cose, guardarle un poco meglio…rileggere le fonti, insomma ! 😉
    così il fatto del programma da compiere – che secondo me funziona, eccome ! – funziona xò solo se riguarda la vita propria, il proprio desiderio, le proprie aspettative culinarie…potete rimanere qua finchè non vi imparate voi stessa a fare la delizia (al limone :-), ma se volete aspettare – tanto x dirne una – a me che faccio il monblànc, non solo state fresca, ma mi sa che non ci riuscite.
    a meno che, ovviamente, non vi do una mano io.
    io xò, per parte mia, ci ho i fattarielli miei e i miei tempi e a me la farina di castagne, alla fine, mi si piazza sullo stomaco e sono poco abile a montare la meringa….e se voi mi volete bene e mi conoscete, questi fatti qua li sapete tutti quanti, lo sapete che queste mie abilità e il gusto mio non dipendono da voi e le mie inabilità non sono un dispetto nei vostri confronti…x questo ve ne andate serena, contenta di aver fatto un’ottima delizia al limone e che ce la siamo mangiata insieme.
    può darsi pure il caso, però, che io non vi riesca a far andare, che in capa a me siete troppo la reginetta del monblà e mi dovete troppo insegnare, o che senza tenere a voi che me lo fate ogni giorno davanti a me, questo monblà, io penso che il monblà da solo non lo so fare.
    e allora succede che voi che mi volete bene un poco vi sentite responsabile della mia formazione culinaria, e un poco sono io stesso che vi trattengo e dico (pur senza dirlo effettivamente):
    – e no, ja, no ! e mica te ne puoi andare…ancora non ho fatto il monblà !

    vedete bene, quindi, che le forze che consentono lo spostamento della partenza sono due: la vostra e la mia.

    quanto a me, io ho voglia a fare sacrifici, a pagare veglie e veglioni x far vedere che sono pronto a salutare, quello sono pure io che alla fine vi trattengo.
    anzi siamo noi.
    io e il monblà.

  19. didolasplendida Says:

    ma forse il padre morente è il simbolo del loro amore che vuole andare via e loro invece capatosta lo rianimano e lo fanno campare per qualche altro giorno, hanno bisogno di quella ineluttabilità della morte, della fine, per ricominciare, mi ricorda amore disperato di nada, perchè in fondo sono tutte canzonette

  20. riccionascosto Says:

    Di McGrath ho letto solo Follia e a quello che dite voi, sono stata fortunata (Spider me lo segno, però).
    Sul racconto Рe sul resto, che non mi sembra una spiegazione; forse una specie di antefatto, o magari solo humus Рquel che posso dire ̬ che mi hanno catturato, in due modi diversi. Sto in bilico come Aitan, insomma.

    E la procrastinazione, poi, è un tema che mi riguarda da vicino (saranno le chele, chissà; acqua, pure loro) e che in questi giorni, quasi, mi circonda.
    Leggendo qua e là in questo posto, che trovo bellissimo, ho trovato pure questa citazione, che copio/incollo:

    «Procrastinare significa non prendere le cose così come vengono, non agire secondo il naturale succedersi delle cose. Contrariamente a un’impressione comune, la procrastinazione non è una questione di accidia, indolenza o lassismo; è una posizione attiva, un tentativo di assumere il controllo sulla sequenza degli eventi e renderla diversa da quella che sarebbe stata se si fosse rimasti docili e acquiescenti». (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2006)
    E mi ci riconosco, un po’.

  21. ilcavaliere Says:

    occultam lapidem
    e si! Aitan, che quelli per cui lavoro, mi fanno spesso pensare a quello che porta la medicina per i calli al dottore che assiste la bambina nella famosa “nuttata” e invece di rendersi conto dell’inadeguatezza di ciò che reca risponde stizzito che insoma dottò, un pò di buona volontà pure da parte vostra!
    Interiora terrae, rectificando invenies occultam, occultissimae lapidem, forse il mont blanc 🙂
    saker, ver sacrum, montagna sacra 🙂

  22. Flounder Says:

    mi piace moltissimo quando cominciate a interpretare e tirate fuori cose che io non pensavo minimamente, poi le leggo e mi dico: epperò, pure può essere.
    come se l’avesse scritte qualcun altro.

    secre, con questo commento mi sono arravogliata mani e piedi.
    procurami 700 grammi di marroni entro venerdì e non ci pensiamo più.
    [astenersi battute troppo facili :-D]

    riccio, mi piace molto Bauman. tranne per il piccolo dettaglio che mi provoca istinti suicidi, ma insomma 😀

  23. elsecretario71 Says:

    cavaliè, non tentate di confondermi l’identità sessuale del lapis, non gli mettete strane idee in testa…quello, il piccirillo, è maschio…assai maschio…non facciamo di ognerbunfascio, non ci sbagliamo con la cuginetta, la lapide (tombale)
    🙂

    ‘onna Flo’, rectifichiamo la ricetta con un pò di aspartame ? a me il monblà mi pesa come un lapis, ancorchè occulto…in alternativa, non possiamo scendere in interiora terrae e invenire, che so io ?, un truffe ? magari au chocolat ?

  24. HangingRock Says:

    d’istinto mi ha commossa questo padre tenuto in vita dall’amore per la figlia (il suo, attuale; quello del dottore, futuro); che non intende mollare la presa sulla vita se prima non passa il testimone dell’amore ad un altro uomo.
    D’altra parte è proprio la vita, e dunque l’amore del padre che sospende questo passeggio del testimone.
    Così poi ho pensato che in realtà quello che sembra non è.
    Sembra che tutti vogliano qualcosa, e che le loro volontà dichiarate convergano, ma in realtà è esattamente l’opposto. il padre non vuole morire, il medico non si vuole pigliare la figlia del malato, la figlia, che soffoca nell’apnea (e non è un caso che ritorni nel sogno il tema dell’apnea – prima ancora che come stato odiato, come stato incomprensibile, contro natura -), non vuole il medico che non si decide a volerla, e non vuole il padre che non si decide a vivere o a morire. E tutti, invece di ascrivere a sé la responsabilità del non accadere di quello che dichiarano di volere -ma che non vogliono-, legano il loro destino al non volere di un altro.

  25. anonimo Says:

    quindi più vicino alla realtà che non al sogno

    naturalmene sono

  26. hobbs Says:

    la morte in dote, ad un funerale di interesse.

    (bravissima, tu)

  27. Flounder Says:

    tu, tu e tu, invece.

    quando tempo fa (quanto tempo, mammamia, e mi sembra che sia ancora più lontano, per le cose che ci sono trascorse in mezzo) HangingRock scrisse (perché HangingRock scriveva, ah, se scriveva, vi ricordate?) questo post, eravamo ancora così lontane dal senso della perdita, ne eravamo per così dire all’anticamera.
    e già sembrava che non potessimo sopportarlo.
    scrive Hanging: Quanto si può perdere? Quanto si può arrivare a perdere senza perdersi? Cosa si perde veramente?
    Qualunque cosa si perda, quello che si perde davvero è sempre qualcos’altro. Qualcosa su cui si contava, o qualcosa che si era già perso.

    credo che queste parole prima o poi vadano completate con ciò che si acquisisce nella perdita.
    in questi ultimi tempi in questo blog è tutto un narrare di perdite, lacerazioni, nostalgie.
    credo che andrà avanti ancora così, fatevene una ragione.

    (oggi provavo a scrivere un saggio antropologico comico, ma mi morivano le parole sotto i polpastrelli. domani ci riprovo.)

  28. Flounder Says:

    ah, e poi: signor o signora naturalmene sono, ovviamente sono, etcetc.
    e definitevi, perdiana.
    all’età vostra (se siete una signora chiedo venia, le donne arrivano massimo a quarant’anni, per legge)ancora a giocare a nascondino e bubusèttete!!

  29. ilcavaliere Says:

    ottimo secretario, il maschile e il femminile che cambia nei linguaggi nasconde come occulte pietre significati e soprattutto accezioni.
    Se in tedesco la morte e la luna sono maschili non sarà un caso, così in una casa così pregna di profumo di donna come questo blog si può giocare con il genere di quanto si può rinvenire visitando interiora terrae 🙂

  30. Flounder Says:

    cavaliere, sarà per questo che le donne tedesche sono un po’ virago?

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