L’ accoppiamento rituale presso gli Orehgnat, tra tradizione e modernità . Un breve saggio etnologico.

Survey

Questo saggio ha per oggetto l’analisi delle pratiche di accoppiamento studiate presso gli Orehgnat nel corso di ripetute osservazioni e lunga permanenza nei luoghi sacri individuati per le stesse.

Preliminare alla nostra indagine è la riflessione di  Michel Foucault, secondo il quale la sessualità non è una qualità intrinseca della carne, e neppure un impulso biologico. Come sostiene Laqueur, essa è  piuttosto “una maniera di modellare l’io nell’esperienza della carne”, e si costituisce a partire da certe forme di comportamento. La sessualità può essere dunque una sorta di opera d’arte.

Sappiamo da tempo che le teorie della differenza sessuale hanno influenzato il corso del processo scientifico. La biologia – come la letteratura – non riproduce la realtà, ma la costruisce.

In questo consisterebbe la lezione dello strutturalismo: gli esseri umani impongono il loro senso dell’opposizione (bianco/nero, acceso/spento, maschio/femmina) ad un mondo fatto di gradazioni continue di differenze e somiglianze.

 

L’idea fondamentale che sottende al nostro lavoro è che il corpo umano, così come determinato storicamente, si muove in direzione di un corpo di sesso contrario, fatte salve le dovute eccezioni che affronteremo in altro lavoro.

La mia personale esperienza presso gli Orehgnat è iniziata attraverso brevi e sporadici contatti nel corso dell’ultimo decennio, che si sono via via intensificati, fino a rendermi parte attiva e integrante dei diversi gruppi studiati, che dopo un’iniziale freddezza e indifferenza nei miei confronti, mi hanno accettato a pieno titolo.

Ho potuto così annotare le peculiarità osservate e analizzarle secondo un modello comparativo e al tempo stesso valutare la permeabilità del rituale facendomi attrice di performance trasformatrici.

La cultura Ognat è una cultura diasporica e migrante che ha saputo mantenere compatta la sua identità a dispetto delle diverse localizzazioni geografiche, anche laddove, in alcuni casi, sembri aver ceduto a tentazioni di esasperato modernismo e contaminazione.

Nonostante alcuni autorevoli scolari sostengano che la tradizione Ognat abbia una sua intrinseca purezza, sappiamo in realtà dalla lezione di Amselle che ogni meticciato rinvia all’infinito ad un’originaria purezza che non può mai essere raggiunta. Pertanto la cultura Ognat, lungi dall’essere isolata, ha sicuramente un debito nei confronti di culture precedenti e coeve, quali l’estinta Eugneynac, la Nolas e non ultima quella introdotta dagli Oveun della Mitteleuropa e dei Paesi del Nord, un piccolo gruppo che si accoppia con modalità differenti e in luoghi caratterizzati da minore sacralità. Ogni pretesa di rivendicazione assolutistica e totale autonomia, portata avanti da gruppi costituiti – primo fra tutti il clan Oreugnolim – è priva pertanto di qualunque fondatezza e legittimità.

Alcuni clan fanno riferimento a un antenato mitico,  Ledrag, che viene comunque riconosciuto in tutti i gruppi,  anche se presso gli Oveun si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.

In linea di massima i riti di accoppiamento degli Orehgnat seguono uno schema ben preciso:

Prima fase, o dell’iniziazione: gli Orehgnat vengono introdotti al mistero da uno o più sacerdoti officianti che ne curano l’educazione, la postura, l’abbigliamento. L’iniziazione può durare anche diversi anni. Nel corso dei primi tempi l’iniziando sarà totalmente fedele al maestro; in seguito è consigliato, se non addirittura necessario, che rivolga la sua attenzione ad altri, senza tuttavia offendere o mancare di rispetto a colui che per primo lo ha ammesso al rito.

Seconda fase, o della pratica: gli Orehgnat sono un popolo estremamente socievole, organizzati in uno schema tribale ripartito in fratrìe ancorché la tendenza sociale miri alla creazione di rapporti strettamente diadici. In questa seconda fase il ruolo del maestro è ancora preponderante: l’Orehgnat non è ancora libero nella scelta di accoppiamento, ma deve attenersi a un codice che regolamenta classi, caste e livelli iniziatici.

Terza fase, o dell’accoppiamento propriamente detto: gli Orehgnat vengono finalmente ammessi al luogo di culto, detto generalmente Agnolim, dove pubblicamente inizia il rituale di corteggiamento e successivo accoppiamento.

Due aspetti vanno rilevati: il primo è una contraddizione tra la necessità di formazioni diadiche e l’instabilità delle stesse. In questo senso la società Orehgnat è una società aperta, fluida, che si costituisce per accoppiamenti spontanei che non sono tuttavia destinati a durare, se non in rari casi.

Il secondo aspetto è l’importanza data alla numerologia: gli Orehgnat hanno un legame speciale con il numero 4 e il numero 3. L’insieme degli accoppiamenti che si realizzano sotto l’influsso di questi due numeri simbolici prende il nome di Adnat.

Si pensa che la funzione dell’Adnat sia quella di garantire una tutela alla donna, perché la fase di accoppiamento non venga bruscamente interrotta, e anche quella di facilitare i primi approcci all’uomo ancora inesperto o che non abbia certezza di volersi impegnare con totale serietà nell’accoppiamento rituale con quella compagna.

L’Adnat non è privo dell’influsso di concetti legati alla magia. A differenza della visione malinowskiana, in cui alla magia è riconosciuta la funzione di ritualizzare l’ottimismo e di fornire sostegno emotivo per comportamenti non controllabili tecnicamente, presso gli Orehgnat la magia è piuttosto avvicinabile al concetto espresso da Lévi-Strauss, ossia un atto magico che presuppone l’esistenza di un rituale basato su segni che abbiano un significato per la collettività che partecipa all’esperimento magico e ne condivide la speranza di riuscita, che si tratti del momento dell’ohco, dell’adacas o di un’adidrom, tanto per definire alcuni elementi costitutivi della cerimonia di accoppiamento

In aggiunta a queste tre fasi, ci sono momenti periodici e ciclici, nella vita di ciascun Orehgnat, in cui si effettuano pellegrinaggi a luoghi di culto in terra straniera o in altre Agnolim del proprio paese: sono i momenti in cui l’identità diasporica riafferma la sua forza e, come sostiene Appadurai, a dispetto della rottura della ‘solidarietà’ organica tra un territorio, una comunità e una tradizione culturale, vengono esaltate modalità di trasmissione culturale sul piano orizzontale,  contribuendo a trasformare in profondità le eredità culturali e le configurazioni di comunità in cui riconoscersi: comunità virtuali, comunità ‘immaginate’ dunque, molto più che comunità storicamente connotabili capaci di segnare una continuità ed un’evoluzione nel tempo. La diffusione nello spazio sembra sostituire dunque la ‘profondità’ nel tempo e confermare la priorità dei rituali di accoppiamento nel mantenimento di una comunità che preserva la sua identità a dispetto delle pervasive influenze sociali e storiche che la circondano e che pur modificandola, non corrompono le sue fibre.

 

Bibliografia:

Amselle, Connessioni

Appadurai, Modernità in polvere

Foucault, Storia della Sessualità

Laqueur, L’identità sessuale dai Greci a Freud

Malinowski, Magia, scienza e religione

Lévi-Strauss, Antropologia strutturale

 

Per approfondimenti:

Remi Hess, Tango, Astrolabio

Robert F. Thompson, Tango, Elliot Edizioni

 

Per la metodologia:

siamo totalmente ma totalmente debitrici all’opera di Horace Miner, Body Ritual among the Nacirema, pubblicato nel 1956 su The American Antropologist,  il più divertente saggio di antropologia che sia mai stato scritto e che vi dovete leggere per forza.

 

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15 Risposte to “L’ accoppiamento rituale presso gli Orehgnat, tra tradizione e modernità . Un breve saggio etnologico.”

  1. e.l.e.n.a. Says:

    quando si dice la speculazione intellettuale…

  2. anonimo Says:

    Ammesso che mi compro tutti ‘sti libri e che poi tengo il tempo di sciropparli, e poiché credo che qualcosa del post mi sia potuto sfuggire, e che voglio recuperare, ma oggi pomeriggio, o tutt’al più domani sera, a che ora ci si vede per andare là, e, sacralizzare il tutto(auniti e sparpagliati)al cospetto, spero discreto, degli Orehgnat o Orangu(tango) o Ghnat o Cultura della Foresta o come dir si voglia con o senza la speculazione intellettuale(che mò certe indagini diagnostiche si fanno sia con e sia senza mezzo di contrasto), che uno dice: Vabbuò, facciamola pure ‘sta speculazione intellettuale che ci rende di certo migliore e anche filosofi, ma poi pane al pane e vino al vino, che in certe occasioni il vino nella capa ‘e morte ci sta e anche perché a chi è che non piace il vino con la neve?

  3. Flounder Says:

    scusate, ma voi chi siete?
    e poi là dove?
    ma soprattutto: voi chi siete?

    elena, tu sei g.e.n.i.a.l.e. 🙂

  4. anonimo Says:

    …si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.

    “Là“, da Piazzolla(Allozaip) & Postura.
    Ma “là“è anche un luogo dell’anima.
    Come lo è Mappatella Beach, ‘nu palazzo Sgarrupato, o riva Fiorita. O certi scorci di Bacoli, di Ischia e di Palinuro e di Camerota o di un altro paesaggio naturale e dal vissuto “vacanziero”.
    O la speculazione intellettuale che ci fa raccogliere e darci la sensazione di allungare il passo impossessandoci della lentezza. Oppure abbasci’o Puorto, addò gli emigranti partivano pe’ terre assaje luntane. O addereta ‘a Preta ‘o Pesce, dove si svolgeva il mercato delle cibarie molti secoli fa.
    O ‘ncoppa Pusilleco, addò dint’a ll’aria di mare si respira n’ata città bella assaje, ca s’annasconne comme si fosse ‘na mariola. Eppure, llà ‘ncoppa, ‘mparaviso, mariuoli nun ce ne stanno.

    Ma “là” è il luogo che ha indicato Lei, Allozaip & Dintorni, e che conosce bene, visto che lo descrive. Se poi quel luogo “la” si è già sfrantummato, questo posso soltanto supporlo.

    La Speculazione Intellettuale e i Luoghi dell’anima sono “armi” che indossiamo quando, fiduciosi e disperati, vorremmo cambiare noi stessi e il mondo circostante delle persone e delle cose, compresa, naturalmente, la musica. E, innanzitutto, la parte illuminata del nostro arraggiunà e, di cui il Linguaggio(abilità dialettica?)fa sfoggio.

    Chi sono? Babbo Natale, anzi Calimero, no il gattaccio Silvestro.

    Madame,
    eh mammed’ocarmene!,
    ma ‘a vosta è propeto ‘na fissazione. E’ ‘nu ‘ngrippo.
    Vulite trasì pe’ forza dint’a scazzetta d’o prevete. “Là“, per esempio,
    senza scomodare i luoghi comuni, può anche essere il luogo artato, posticcio della curiosità.
    La solita divorante curiosità, e non voglio dire, femminile. O no?

    Spero di non essere stato scortese. Se Lei dice che lo sono stato, allora sbrovogno chi songo.

  5. elsecretario71 Says:

    😀

  6. ilcavaliere Says:

    insomma si nasce tutti strutturalisti e si muore impressionisti

  7. anonimo Says:

    Cavaliè,
    anche se siete un poco stringato, è vero quello che dite.
    Infatti, impressioni per impressioni, ci sta pure un bella canzone della Pfm che si chiama Impressioni di settembre. Veramente bella, la canzone dico, al di là stesse impressioni. Nel mese di maggio le impressioni sono bellissime con le violette e tutti i prati in fiore. E quelle settembrine, tipo i tuffi e le nuotate corroboranti e il sole che raschia la volta celeste. E le ottobrate, belle le ottobrate con quei colori pastello. A dicembre le impressioni soffrono il freddo e in estate no. Il caldo e la primavera favoriscono le impressioni e ascoltare Impressioni di settembre è salutare.

    Quanno mmiezz’a via succere ‘nu fatto ‘e sango, uno dice: Maronna!, sapisse che impressione. E tutti si accodano nel riportare le medesime impressioni. Poi è capitato pure che parecchie signorine dell’epoca rimanessero sott’a botta ‘mprissiunate che pure i bambini nascevano talmente impressionati che c’avevano un colore dissimile alla madre. Vabbuò, in questo caso, stiamo nel campo di Tammurriata nera, sarebbe a dicere ante e dopo guerra che il nero campeggiava. In quei frangenti, al lancio delle bombe la gente(il popolo tutto) se la faceva sotto, anche se aveva ben poco da “esprimere” nelle mutande e nei cazoni. Paura si, e forse, lacrime, ammesso che ce ne fossero nei sacri sacchi lacrimali. Lì, le impressioni zampillavano, immaginarie, da tutte le parti, eccetto dagli occhi. Forse le stesse impressioni non se la passavano bene. C’erano delle impressioni che se la passavno così male che uno non le riconosceva più. Epperò ridevano pure. Che forza le impressioni del popolo. Quasi sempre le impressioni rimanevano al chiuso, sigillate. Scarnificate. Ma non erano le impressioni di settembre, infatti la Pfm non aveva ancora composto la canzone.

    Cavaliè,
    mi sorge spontanea una domanda:
    Anniente anniente le vostre erano impressioni diversissime di quelle sopra?
    Mannaggia ‘a miseria, mannaggia.

  8. anonimo Says:

    conoscendo o ignorando le teorie del simpatico Max Weber da ragazzi si approccia il mondo misurando ciò che divide e contrappone il bianco al nero, i Lewis ai Wrangler, le Gibson alle Fender, il dark all’emo,
    la doccia al semicupo, i cattolici ai protestanti, i laziali ai romanisti, gli autonomi ai figgicciotti, l’eros al pathos, il Kaos al Kosmos, le tette al culo, i beatles ai rolling stones, la ragione al sentimento, la forma al contenuto, il bello al brutto, il giusto all’ingiusto, il vero al falso, il merito al metodo, e così via.
    Il vecchio Monet, con le sue opere, fu il fulcro del movimento impressionista, colui che dal principio alla fine lavorò per ritrarre la realtà del mondo così come è nell’istante in cui le sue veloci e sapienti pennellate crearono le sue opere informate dalla percezione del mondo. Esse rerum est percepi, diceva più o meno un certo Berkley nel cinquecento. Secondo recenti analisi storico/scientfiche pare che la capacità di rendere la realtà di Monet in quella maniera fosse legata alla cataratta che invecchiando andò a peggiorare la vista del pittore e ad evolvere l’effetto “blured” della sua arte. Quel confondersi e malinconicamente pacificarsi di tutte le cose in cui il mondo da visione di se

  9. anonimo Says:

    ho dimenticato di firmarmi
    sono “o’ cavaliè” come vossia mi chiamate (:

  10. anonimo Says:

    c’è un verbo sbagliato nel mio commento che mi si rivolta nelle budella,
    errata corrige ” il mondo così come era”
    cav

  11. anonimo Says:

    vabbe’, visto che qua mo’ si porta l’anonimato, voglio fare pur’io accussì.
    non per dire qualcosa, ma solo per fare pipì.
    pipì.
    fatto.
    ecco.

  12. Flounder Says:

    cav, io lo avevo capito subito il fatto degli impressionisti e degli strutturalisti. 🙂

  13. ilcavaliere Says:

    non ne avevo dubbi flo! (:

  14. anonimo Says:

    naturalmene sono ..

    in astinenza. siete in sciopero?

  15. Flounder Says:

    no, no.
    è che mi stavo accoppiando ritualmente con un orehgnat clandestino. 🙂
    profonde ragioni di studio, prima, e drammatiche faccende lavorative, poi, mi tengono lontana da questi luoghi ameni.

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