Usque tandem (l’anno, il giorno, l’ora in cui). E anche un poco di Unheimlich, però così, senza impegno.

C’è la questione del tempo.

Lo so che iniziare così sembra insensato, ma è proprio questo che sto cercando di spiegare: la questione dell’ex abrupto, l’illusione dell’evento improvviso che inevitabilmente poi si trasformerà nell’alibi del casuale e del fortuito.

E ci diremo – ovviamente, come a ogni alibi che si rispetti, come a ogni favola, come a certe menzogne – che non si può opporre riparo e nemmeno trovare correttivi e rimedi.

L’ineluttabile.

O invece il tubo che è scoppiato non ci aveva forse dato avvisaglie continue nei giorni che precedettero l’allagamento e distrussero la nostra casa e poi la nostra vita tutta intera?

Se penso a ciò che negli anni, negli ultimi anni, ha prodotto la maggioranza delle mie frizioni con il genere umano ed ogni forma di conflitto e qualsiasi disagio del tutto personale, mi rispondo che c’entra la definizione del tempo, in tutte le sue accezioni: da una generica pretesa di attenzione e rispetto della puntualità e delle scadenze fino alla precisa definizione di momenti temporali ai quali far risalire l’inizio – o la fine – di una determinata azione, di un comportamento, di un’abitudine. Di una scelta o di una rinuncia.

Tempo e scelta costituiscono un binomio indissolubile.

E non mi dite che il tempo è un galantuomo. Il tempo non esiste, se non nella volontà di chi gli dà forma e contenuto.

Per esempio la domanda del medico al paziente: saprebbe dirmi da quando, più o meno (abbiamo detto che l’ ex abrupto non esiste, è un’infantile fantasia di onnipotenza, è desiderio di deresponsabilizzazione), è iniziato il suo disturbo alla schiena?

O la domanda del capo al subalterno: hai, più o meno, l’idea di quando terminerai questo lavoro?

Oppure l’invocazione della moglie al suo uomo disoccupato che trascorre la giornata ciondolando sul divano, ubriaco e scontento, triste e violento, senza porre rimedio a nessuna delle situazioni che lo affliggono: per quanto tempo potremo ancora sopportare questo?

La focalizzazione sul tempo serve ad aggregare un insieme di significati, di episodi, di eventi. Non è del tempo in quanto tale, che ci interessa, ma dell’esserci calati dentro. Dell’essere dentro il processo. Del darsi una storia e del poterla superare, se non ci piace. Se ci diventa stretta.

La domanda sul tempo è una domanda che contiene istanze di rinascita e purificazione, di superamento e conferma, di rinuncia alla vaghezza e al falso campo delle infinite possibilità.

Interrogarsi e rispondersi sul proprio tempo vuol dire sottrarsi al dominio del Tempo come forza che ci manovra dall’esterno.

Una giusta, onesta domanda sul tempo, prevede necessariamente un “più o meno” al suo interno.

Serve all’assestamento, alla negoziazione. Serve alla libertà.

Serve ad ottenere una risposta realistica, in cui l’imprevisto venga confinato nei limiti forniti dal più e dal meno, un margine inferiore e un margine superiore nei quali muovere impegno, affidabilità, responsabilità.

Margini di cui servirsi in modo dialettico per costruire un rapporto che rispetti i tempi di tutti e vincoli tutti intorno al medesimo obbiettivo. Laddove l’obiettivo esista. Oppure li lasci liberi di andarsene.

Senza un dialogo sul tempo, senza una sua gestione condivisa non si dà alcun rapporto umano, alcuna fiducia, alcuna costruzione. Forse senza una riflessione sul tempo non si esiste.

 

(Ho male a un pollice lussato, e so perfettamente da quando. Ho un dispiacere cronicizzato che colloco cronologicamente in un momento corrispondente a circa un anno fa e che quotidianamente sormonto, ho una rabbia di anni che riemerge a scadenze definite dal mio tempus lugendi e mi tormenta e impoverisce la mia vita.

Da alcune settimane provo inquietudini che vedo ben piazzate lungo i giorni, come pietre miliari.

Esistono cose che mi fanno sentire collocata fuori dal flusso del tempo, fuori da un ciclo,  e perciò stesso meno viva.

Esistono comportamenti e gesti stereotipati e necrotici che subisco e mi inchiodano a dimensioni statiche dell’esistenza che assomigliano alla morte.

Talvolta la mia scarsa memoria è una via di fuga per evitare di sistemare nel tempo alcuni eventi e riuscire così a scampare temporaneamente a qualcosa, alla ragnatele di interpretazioni cui far seguire decisioni o azioni. Per fingere di poter evitare dispiaceri che invece si ripresenteranno secondo un ben noto scadenzario. E invece non si sfugge mai a niente, mai.

In altri momenti invece ho una visione amplissima del tempo, come se fossi al centro di una ruota e da lì riuscissi ad osservare tutto contemporaneamente.

Da lì scorgo ogni giorno e il contenuto di dettagli definiti. Tenere il tempo vuol dire vederne la somma e il disegno complessivo. E poi scegliere dove andare.

Rifiutarsi di svelare il tempo potrebbe voler dire aver paura di pronunciare il nome delle cose?)

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16 Risposte to “Usque tandem (l’anno, il giorno, l’ora in cui). E anche un poco di Unheimlich, però così, senza impegno.”

  1. zaritmac Says:

    E’ una bella domanda, Flou’. Un interrogativo che richiede tempo. Magari così tanto che quando si torna qui con un accenno di risposta si scopre di non essere già più in tempo. Per non perder tempo, dunque, seguo il flusso di coscienza e trascrivo le prime cose che emergono nelle tempeste della mente. Il mio brainstorming dà al primo posto l’affermazione che “il tempo passa per tutti” o che “Nessuno può sfuggire ai segni del tempo”. Entrambi le affermazioni assegnano al tempo una qualità di spazio oggettivo e mobile che paserebbe attraverso una fila interminabile di cose e persone, di “esistenti”, come un filo di nylon dentro una collana di perle. In altre parole saremmo noi a contenere il tempo e a deperire in misura direttamente proporzionale al suo passarci attraverso e ridursi nell’atto stesso e contemporaneo di aumentare. Per ogni attimo che “passa” cresce il counter del tempo conquistato (avuto, usato, vissuto) e procede il count down di quello restante. questa clessidra somiglia in effetti a una versione temporale della bottiglia mezza piena/mezza vuota.
    Il tempo è elastico. Altra percezione spesso comunemente condivisa della differente durata di uno spazio di tempo convenzionalmente muisurato con unità di misura condivise (mettiamo, un’ora) a seconda della percezione di piacere/dispiacere consumata in quel lasso. Ci sono ore che volano e ore che sembrano non passare più. C’è il rammarico dell'”Uffa, sul più bello!…” e il sollievo dell'”Pfiu! Giusto in tempo!”.
    Poche cose sono tra gli esseri viventi così scopertamente convenzionali e rigidamente sottoposte alla prigionia della misura e nello stesso tempo sconfinatamente soggettive come il tempo.
    Ora, viene da aggiungere, capovolgendo l’assunto del filo nelle perle, che non è il tempo che passa, ma noi che ci fluiamo dentro. Allora il tempo non è né mobile né elastico. E’ piuttosto “assorbente”. La sua flessibilità non è quella di un elastico ma quella di un reagente chimico o della pelle di un camaleonte.
    E, proseguendo, se siamo noi a determinarlo, in nostra assenza il tempo smette di esistere.
    Come il nome delle cose.
    Tuttavia mentre scrivevo molti nomi di molte cose scorreva lo spazio dello schermo e parte delle mie cellule invecchiava impercettibilmente. La mia memoria riempiva la sua parte RAM che tornerà a svuotare dopo aver premuto Pubblica commento. Basta, sto abusando del tuo tempo e del tuo spazio. Ti lascio in cambio del tuo imoegnativo quesito una domanda: non ricordiamo forse altrettanto bene i luoghi in cui ci siamo fatti del male come facciamo col tempo esatto in cui accadde? E non confondiamo i lughi tra loro quando i ricordi sembrano collocabili in un’età o l’altra della nostra esistenza? Non è, dunque, forse, anche la cancellazione della memoria dello spazio un modo di azzerare il nome delle cose, e con esso le cose stesse?Dis-impegnarsi rispetto allo spazio e al tempo può essere un modo di negarle, procrastinarle ad libitum fino ad annullarne la fattibilità. Ma può anche essere che cercare margini spazio temporali e nomi delle cose sia un modo di “esigere” una risposta che abbiamo in qualche modo paura di sentirci pronunciare in forma di domanda. Ma è troppo complicato, Flou’.

  2. anonimo Says:

    il fatto del tempo
    è prorpio quello, è uno degli argomenti fondamentali in quanto trascendentale, immanente e cogente al tempo stesso. Per me il tempo è il nome e la sostanza delle mie ansie, è la mia ossessione.
    Lo studio, lo leggo, lo fuggo, lo derido a volte “abas le cadence terribles” con Alfred Jarry, lo rubo cercando di suonare come Joe Pass, Jim Hall forse, magari solo nel senso di quell’anticipare/ritardare le battute al limite dello swing.
    Vivo nel terrore di perderlo, così pianifico ogni cosa di settimana in settimana, e il lavoro sono tutte scadenze che pensi ad aprile quando sei a febbraio, e tutto il sentire guarda all’attimo appena trscorso e il presente scompare pur essendo l’unica dimensione reale del tempo. Comunque del tempo, sul tempo mi va di parlare all’infinito
    cav

  3. elsecretario71 Says:

    Io qua voglio dire chiaramente che, da storico professionista, e da Vostro interlocutore su occasionali temi memorialistico-storici, sono assai compiaciuto dalla prospettiva che questo post contiene !
    Come sapete, Signora mia, l’idea di flusso temporale mi è assai cara, dalla filosofia di Bergson alla storiografia dell’ecole des annales (tenimm’ ‘o frances’ ‘ncopp’ ‘a pont’ d’e ddeta !! ;-).
    E’ quindi gonfio di soddisfazione (sic !) che passo a segnalare giusto un paio di cose che mi stanno a cuore.

    Intanto, il fatto è che l’idea di flusso non esclude, ma comprende l’hic-et-nunc:
    non ̬ pur vero che tutti Рma proprio tutti, neh ! Рsiamo vivi fino ad un attimo prima di morire ?

    e non c’è sempre un momento preciso in cui il tubo che ci allaga la casa e la vita ha cominciato a creparsi ?

    e non è forse vero che collocare più o meno esattamente quell’attimo in cui la prima crepa si è verificata può aiutare a capire se a fare il danno – o a precipitare definitivamente le cose – è stato o meno il carico eccessivo di quel dissennato lavaggio di quella troppa biancheria accumulatasi, e non, piuttosto, la naturale consunzione ?

    E collocare esattamente quel momento in cui NON ci siamo accorti della situazione non può forse aiutarci a capire perchè IN QUEL MOMENTO NON ce ne siamo accorti ?
    E’ QUESTA COLLOCAZIONE -spesso necessaria al buon esito della ricerca – che aggrega intorno al momento topico una serie di riflessioni che finiscono con lo stemperare di nuovo quello stesso, preciso momento nel flusso di cui sopra…Insomma la storia evenemenziale non è esclusa, ma compresa da questa prospettiva; l’indagine su date, luoghi, cause e battaglie resta basilare !

    E ancora, altra questione fondamentale: come filosofo che riflette sull’idea di tempo, e ancora di più come storico che descrive quel flusso (o almeno ci prova ;-), mi è possibile, sono autorizzato, e anzi, mi è necessario pormi al di fuori del tempo, oggettivarlo e soggettivizzarmi. Sottrarmi al flusso, insomma.

    E – da storico “storicista” – sono assai soddisfatto della vostra asserzione.
    Voglio dire questa qua:
    “Una giusta, onesta domanda sul tempo, prevede necessariamente un “più o meno” al suo interno.”

    Quello di cui sono meno convinto é la proposizione immediatamente precedente:
    “Interrogarsi e rispondersi sul proprio tempo vuol dire sottrarsi al dominio del Tempo come forza che ci manovra dall’esterno.”

    Per una serie di motivi:

    innanzitutto perchè la nozione di tempo ivi contenuta è piuttosto ambigua, oppure talmente elastica da abbracciare tutto: cose, persone, storie, incontri destini…troppa roba anche solo da elencare, figurarsi controllarla !

    Poi – e forse soprattutto – perché dubito che interrogarsi sul proprio tempo possa in qualche modo sottrarci al dominio del Tempo. Ché se è il NOSTRO tempo ad essere l’oggetto della riflessione, è solo il NOSTRO dominio che questa riflessione può aiutare amodificare, cioè il NOSTRO PERSONALE MODO di vivere il Tempo.

    Quanto al Tempo-MAIUSC, non possiamo fare altro che accettarlo, come si accettano tutte le condizioni date, come non si sceglie la terra dove si gettano le proprie radici :-), nè il mare nel quale ci si ritrova quando da larve si rompe l’uovo e si viene al mondo.
    Quel mare si può solo imparare a nuotarlo, rinforzando i muscoli caudali, fidandosi dell’abilità sviluppata e della propria vescica (natatoria).

    Insomma:
    non si controlla il flusso, ci si nuota; al suo interno, se si può, si sceglie la propria direzione, foss’anche contraria alla corrente;
    non si controlla il dolore, se si può, lo si evita, sennò lo si soffre.

    La compulsione al controllo, il tentativo di controllare l’incontrollabile può portare solo al fallimento, alla frustrazione o – peggio ancora – all’illusione del successo. Quest’ultima, una volta rivelatasi per quello che è, finisce col centuplicare gli effetti dolorosi di ciò che si credeva di controllare…

    Amen

  4. elsecretario71 Says:

    ah, dimenticavo LA domanda:

    “Rifiutarsi di svelare il tempo potrebbe voler dire aver paura di pronunciare il nome delle cose ?”

    sì. assolutamente sì !

  5. anonimo Says:

    molto bene!
    Allora vorrei proporvi un dubbio una domanda che si è ultimamente manifestata tra le cose da fare:
    La manutenzione appartiene all’ethos occidentale, nella misura in cui è l’incessante tentativo di riportare sempre la funzione al momento t con zero oppure l’usa e getta che è il contrario della manutenzione è l’ultima conseguenza della conquista dell’immortalità attraverso la cancellazione dei segni del tempo?
    Insomma che tempo è il nostro? E’ una rincorsa del ritmo della scala mobile salendo al contrario o è il folle ricostruire sempre lo stesso vaso che si rompe ad ogni unità temporale facendo crescere a dismisura l’esponente negativo della montagna di cocci entropica e non smaltibile?

  6. Flounder Says:

    e allora, che stavamo dicendo?
    il fatto del tempo, no?
    (mi sono distratta un attimo, per sostanziale mancanza di tempo)

    signora zarit, questo fatto di esigere la risposta della domanda che non ci vogliamo fare mi piace molto.
    ma crederemmo, poi, a una risposta di cui temiamo la domanda?

    signor cav,
    fino a un po’ di tempo fa io pure ero tutta un’agenda pianificata e mi sentivo bene così.
    dover rinunciare alla possibilità di fare progetti di medio periodo – in questo periodo – è stato come mettermi in mezzo al mare senza timone, senza remi, senza salvagente.
    sto annaspando moltissimo, e credo che il fatto di essermi iscritta questo mese in piscina, io che odio nuotare, abbia un valore simbolico fortissimo e niente affatto casuale.

    signor Secretario,
    il fatto che siate fiero di me mi inorgoglisce non poco.
    (in realtà è tutto un taglia e incolla per sembrare intelligente e piacervi di più, ma voi fate finta di crederci).
    sulla prima parte del vostro commento non ho capito se mi state rafforzando o contraddicendo: no, perch̩ io pure sono dello stesso parere, che la storia evenemenziale (amo questa parola!) sia inclusa come una matrioska nel Tempo e che sapere quando si ̬ appilato il tubo Рe soprattutto del perch̩ non ce ne siamo accorti o abbiamo permesso che si aggravasse Рsia essenziale.
    sulla seconda parte ci sono cose che non mi convincono, come quella di non poter scegliere la terra in cui mettere radici.
    (ho paura del determinismo patriottico, secreta’)

    signor 5,
    io non vi so rispondere. quando anni fa lessi Bauman per la prima volta dovetti a un certo punto chiudere il libro perché io, da brava manutentrice etica, non potevo tollerare l’idea di questa liquefazione della società e dell’usa e getta come conquista dell’immortale.
    in realtà a ben vedere sono entrambi due momenti di coazione a ripetere e due modalità di collocarsi fuori dal tempo, ibernandolo o negandolo.
    ma è che sono due modi apparentemente così tranquillizzanti che ci si casca facilmente.
    fino a che non si impara a nuotare si pensa sempre a dover controllare il divenire – come dice il Secretario – è questo può apparire enormemente stancante, fosse anche a livello di mera preoccupazione mentale.

  7. ilcavaliere Says:

    oh cara,
    il sig 5 sono sempre io (cav), che essendo cresciuto in una di quelle famiglie dove le nonne conservavano i pezzi di spago e i tricicli di ferro rosso si tramandavano di generazione in generazione pieni di saldature, soprattutto all’attacco della forcella, avendo questa formazione o forse per semplice destino, la mia vita e il mio lavoro è tutta una manutenzione e adesso ne ho due palle e penso come sarebbe il tutto se lo silasciasse andare come le foreste nei parchi naturali dove gli alberi cadono e si lasciano lì perchè è giusto che sia così
    cav

  8. anonimo Says:

    Temo che il timore sia quello di aver paura di non credere alla domanda.
    Non so perché, Splinder mi considera anonima sebbene io sia loggata. Forse ho fatto il mio tempo.

  9. elsecretario71 Says:

    vi rafforza, vi rafforza !
    quanto al determinismo patriottio, scurdatavell’, non è proprio pane mio !!
    è che la terra dove mettere le radici si sceglie, certo che sì, ma quando la pianta gemma e figlia e origina un frutteto – o famiglia, o costruzione del tipo che si preferisce. Il terreno che non si sceglie sono le origini, le mamme, i papà, i dolori e le gioie connesse…quelle la fanno la somma del bagaglio che teniamo e la gioia dei nostri terapisti

  10. Flounder Says:

    zarit, fai un esempio 😀

    secre, la cura dello spirito e del corpo è passata dai Padri Trappisti ai Padri Terapisti.
    dall’infuso d’erbe all’abuso di turbe.
    che tempi, signora mia 🙂

  11. anonimo Says:

    tornato il buon umore?

  12. Flounder Says:

    mi faccio di magnesio e potassio.

  13. anonimo Says:

    faccio mio il suggerimento, il rimedio sembra funzionare.

  14. aitan Says:

    i momenti più belli li colloco in una dimensione (una non-dimensione, in verità) che è fuori dal tempo (Bergson docet)

    io poi sono sempre fuori tempo (soprattutto quando suono), o sono nel mio tempo (Bergson again, ma pure certi musici indiani e Einstein, che va sempre bene)

    ma da signore attempato, ultimamente mi sto preoccupando pure io di come scorre (esso tempo) e cerco di stare in equlibrio nel flusso,
    ma nun e’ facile (no no, dotto’, non le so dire da quando comincia esattamente questo ‘ultimamente’ e, soprattutto, non vorrei sapere mai dove e quando va a finire)

    (e così mo’ sto fuori tempo e fuori tema)

  15. anonimo Says:

    al posto del tubo idraulico, nelle “altre inquisizioni” Borges usa il tema dell’amore tradito:
    “..la felicità non fu contemporanea del tradimento; la scoperta del tradimento è un altro stato, incapace di modificare gli anteriori, sebbene non il loro ricordo. la sventura di oggi non è più reale della felicità passata”
    Così il tubo rotto e il tubo sano appartengono a due serie di momenti distinti. Voi, mi sembra, vorreste scoprire quale è il momento di passaggio di stato, praticamente questo è ciò che si ricerca con i monitoraggi, i sismografi, i termometri, le stazioni meteo, la manutenzione programmata degli ascensori, degli aerei e delle tubature, ma fino a quale particolare, fino a quale dettaglio ci si deve spingere? Se la cassetta di scarico che si incaglia non provoca la morte di nessuno perchè dobbiam controllarla periodicamente? Perchè invece non torniamo tutti alla tanto derisa catenella che non si è mai rotta? Alla faccia dell’eco sostenibilità. Ma questo è un altro discorso. tic tac tic tac
    Cav

  16. Flounder Says:

    cavalie’, ma a voi quel tac..tac…tac… della goccia non vi fa uscire pazzo?

    (sto leggendo tutto un fatto di addensamenti e separazioni, viscosità e tagli netti, epilessia e schizofrenia, confusioni e distinzioni, gente che vuole stare in corpo alla balena e gente che la vuole fare metà e metà. se predominano verbi di avvicinamento siete fatti così e così, se invece prevalgono aggettivi e sostantivi non volete bene a nessuno.)

    aitan, sulla base di quanto ho scritto or ora, non so più se sei agglutinante o isolante, colloso o granulare, guelfo o ghibellino.
    stamattina sto in confusione.
    Minkowski!!
    [no, non è una parolaccia, è un signore che si è occupato di senso del tempo e malattia mentale 😀 ]

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