Archive for aprile 2009

Un'autobiografia (s)ragionata

aprile 20, 2009

Brunella detta Flounder nasce a Napoli il 24 aprile 1967, di mattina.

Da allora darà sempre bellissime feste di compleanno, ché tanto il 25 è festivo e si può far tardi senza problemi. Perché organizzati si nasce, non ci si diventa.

Nel 1969 vede l’uomo sulla luna e capisce che lei invece è un’altra. Scopre così il funzionamento della reazione a catena, il concetto di reciprocità, il calembour, la differenza tra mano destra e sinistra e la sessualità infantile.

Nel 1971 le dondola precocemente il primo dente, che perderà non prima del 1972. E’ l’evento scatenante della poetica della precarietà, che caratterizza tutta la sua opera successiva e permea lo spirito di sopportazione di quanti la circondano.

Nel 1974 sogna per la prima volta la palude, sogno che insieme a quello della madre superiora con il velo incollato ai capelli, la seguirà anche in vacanza all’estero. Per lo spavento cade dal letto e viene presa in ostaggio dalla sua produzione onirica, che si installa in modo del tutto abusivo e parassitario nella sua esistenza, senza licenza, senza pagare contributi e facendo i turni notturni, tutto al nero.

Nel 1978 deve essere accaduto qualcosa, ma non lo ricorda. Anni dopo pagherà profumatamente un analista junghiano per scoprire che non era accaduto praticamente nulla. Poi ne pagherà un altro freudiano per curare la delusione. Poi si fabbricherà dei ricordi fasulli per fregare l’inconscio. In un prossimo futuro conta di invertire il trend e farsi pagare per raccontarli. O anche di restare in silenzio, che forse è meglio.

Nel 1982 raggiunge il suo record personale di altezza: 1 metro e 52, ad oggi rimasto praticamente imbattuto.

Nel 1985 perde la verginità, ma per fortuna era assicurata contro furti e smarrimenti. Anni dopo la ritrova e scopre che in realtà la prima era solo una copia. Quella vera la mamma gliel’aveva conservata in cassaforte.

Nel 1989 si imbarca su un cargo battente bandiera giapponese dove si nutrirà per mesi di sushi liofilizzato e alga wakame. Cerca di organizzare la resistenza eurocentrica leggendo Il Grande Meaulnes, Il diavolo in corpo e La lingua salvata, poi cede sfinita allo strapotere locale e si abbandona a  Mishima e Tanizaki.

Nel 1993 ha una crisi depressiva e un gelo al cuore che cerca di curare omeopaticamente pattinando sul ghiaccio,  con discreto successo e qualche sbucciatura. Si appassiona ai fiori di Bach, a Carlos Gardel e al cous cous. La notte sogna catarticamente di uccidere la sua capufficio e di sparpagliarne le membra nei paesi ACP. Al mattino i sensi di colpa la rendono emaciata e vagamente somigliante a Leonarda Cianciulli.

Nel 1996, dopo molte insistenze e vibranti appelli da parte del suo fidanzato, alla fine accetta di lasciarlo (ad un’altra) e di fuggire (da sola)  nel golfo di Guinea, dove per mesi si nutrirà solo di igname e gamberetti postulandone le intrinseche qualità amnestiche.

Nel 1998 si infila in un tunnel e stipula – a sua insaputa – un mutuo con un avvocato civilista che un giorno la condurrà verso la libertà. Però un giorno, eh, mica adesso.

Nel 1999 si riproduce. La sua stanza da letto è ancora sotto l’analisi del RIS, che da anni cerca di scoprire l’arma del delitto.

Nel 2000 si imbatte in una conoscente che la schiaffeggia a bruciapelo apparentemente senza motivo. Dopo due ore di conversazione isterica si scoprirà che era la donna cui aveva lasciato il suo fidanzato e la cui vita ne è stata irrimediabilmente distrutta. Chiede un risarcimento, ma la pratica viene archiviata per scadenza dei termini di garanzia e rimborso. In compenso diventano amiche, che di questi tempi mica è poco!

Nel 2004 apre un blog senza licenza e la sua vita cambia da così a così. Da così a così. Aspe’…da così a così. No, da così a così. Mome’, che metto un disegno.

Nel 2006 inizia a farsi crescere i capelli, in laboratorio. Provateci voi, ve’, co’ ‘sti cespugli. Dai, provateci. Visto che non è facile?

Nel 2008 compie quarant’anni per la seconda volta e si innamora di un archeologo per la prima. Lui ama le sue rughe ma lei non lo capisce, ha un cuore da Demetra e un poco si schermisce. Talvolta ballano il tango e lei sospira e traspira. Lui di più, però.

Nel 2009 a scopo terapeutico e anche un po’ onanistico si reiscrive all’Università e quando le chiedono: ma tu stai con l’onda?, lei risponde: io? Ma se nemmeno guido il motorino! No, sto a piedi. Però non ride nessuno. Nello stesso anno compie quarant’anni per la terza volta. Lo scopo non è quello di entrare nel Guinnes dei primati, ma di consentire alle amiche più giovani di recuperare lo svantaggio di base senza timore di arrivare in ritardo. Si chiama altruismo.

 

Sto per entrare in questo nuovo anno di vita barcollante tra l’idea hillmaniana che il modo in cui agiamo è esattamente ciò che siamo e lo choc di aver appreso, questa mattina che Vio Barco, figlio di un ex presidente della Colombia e mio compagno di studi in giovinezza, alto, biondo, occhio ceruleo, di mamma svedese e di cui tutte noi fummo pazzamente innamorate e al quale preparammo con diligenza parmigiane di melanzane, tortellini col ragù e quant’altro, ha fondato una grandissima associazione per la tutela dei diversi, nel suo paese, dopo il suo intenso coming out.

Per un’incredibile coincidenza mi resta una foto che ho rivisto ieri sera e che ci ritrae insieme nel giorno del mio ventitreesimo compleanno, in cui siamo addossati ad una parete, lui sorridente e pacato, io con il viso impertinente.

Nei nostri sguardi mi pare impossibile scorgere ciò eravamo e ciò che saremmo (o non saremmo) diventati.

E’ per questo che le biografie si inventano, si rimaneggiano, si rimescolano: per cercare di scorgere nel caos una qualche forma di verità invisibile agli occhi.

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Seconda stella a destra, questo è il cammino.

aprile 16, 2009

Arrivavo da Genova, dove abbiamo trascorso le vacanze pasquali. Una bella città, Genova, sicura di notte nei carruggi, nonostante il porto. Trasporti pubblici funzionanti, anche il Lunedì in Albis. Pulita. Puzza un po’ di piscio, ma insomma, non è che si pretenda la perfezione.

Arrivo a casa, dunque, e riprendo la routine, il solito tran-tran: sveglia alle sette meno dieci, accompagna la creatura a scuola nel centro storico, lascia l’auto al parcheggio sotterraneo antistante la stazione ferroviaria, sali su un treno e inizia la giornata di pendolare Caserta-Napoli.

Solo che stamattina il territorio era presidiato: decine di volanti della Polizia, tutte completamente equipaggiate, pattuglie a piedi, in motorino.

Ci sarà una retata, mi sono detta, anche un po’ soddisfatta.

Ché questa è la terra dei Casalesi, delle discariche abusive, della prostituzione selvaggia, delle licenze edilizie a pioggia. E’ la provincia che ogni anno finisce al fondo delle statistiche sulla vivibilità. E’ la città che fino a pochi, pochissimi anni fa, non aveva nemmeno una sala cinematografica.

Poi sono arrivati i grandissimi centri commerciali che hanno portato entertainment, benessere e riciclaggio.

Vabbè, non divaghiamo.

Dicevo che insomma stamattina vedendo tanta polizia, e transenne e traffico deviato, ho pensato anche un poco al peggio: una sparatoria, un attentato, il crollo di una palazzina per una fuga di gas.

Io poi ce l’ho questa vena un poco catastrofista, soprattutto negli ultimi tempi che la gente mi muore ai lati come se niente fosse. Dicono che è colpa dei veleni che respiriamo, quelli che stanno interrati proprio accanto alla città. Delle cose che mangiamo.

Ma invece no, finalmente una buona notizia: tutti questi pazienti servitori dello Stato e del cittadino non erano lì per qualcosa di brutto. Semplicemente vigilavano a che nessuno infrangesse la nuova area pedonale.

Il centro tutto diventa ZTL, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Scusi, chiedo al primo poliziotto, come faccio ad arrivare in quella strada lì?

Segua il flusso delle auto, poi rientra da quella traversa sulla sinistra, parcheggia e prosegue a piedi.

Dopo circa quindici minuti riesco nell’impresa e deposito la creatura a scuola. Alla poliziotta che presiede alla traversa della scuola chiedo: e adesso come faccio ad arrivare alla stazione da qui?

La poliziotta riflette un attimo.

Io propongo una possibilità, ma no, c’è un cantiere appena aperto, in concomitanza col nuovo piano del traffico.

Un’altra, ma no, c’è isola pedonale anche là.

Poi la poliziotta ha un’idea e mi suggerisce un percorso alternativo per uscire dalla città, arrivare in un comune limitrofo, rientrare in città e dirigermi alla stazione dal lato opposto.

Ma lei poi col treno dove deve andare, signora?, mi chiede.

A Napoli, rispondo compita, nonostante la stizza.

E non le conviene a questo punto andarci in auto?

Respiro a fondo e poi le dico: non lo prenda come un fatto personale e neppure come un’aggressione a pubblico ufficiale, ma secondo me qua ci vogliono le bombe.

Lo penso pure io, risponde la poliziotta sovrappeso e bonacciona, vittima del ruolo.

Dopo altra mezz’ora raggiungo finalmente la stazione e mi intrattengo a chiacchierare con altri due poliziotti che prendono il caffè insieme a me.

Nel frattempo sono diventata aggressiva e polemica, lo ammetto.

Il più anziano dei due – ha un bel pizzetto canuto – si stizzisce e un poco si altera: signora cara, lei pretende di portare avanti istanze personali senza tenere conto del fatto che certe iniziative vengono prese per il benessere della cittadinanza tutta.

Mi viene in mente la metà di una frase che ho sentito da un’intervista a De André nella mostra vista a Genova, qualcosa a proposito del fatto che desiderare di avere dei privilegi sia umano, ma non ricordo il seguito, proprio non riesco a ricordarne la formulazione esatta. O forse mi vergogno di dirlo.

Non di me, mi vergogno, ma della tracotanza con cui chi difende un manipolo di commercianti e lo spaccia come un dono di vivibilità e progresso alla popolazione, ometta poi di preoccuparsi delle strade piene di buche che vengono a malapena rattoppate, della mancanza di trasporto pubblico per i bimbi che vanno a scuola, per il fatto che esista una sola scuola pubblica in tutta la città ad avere il servizio mensa, per la raccolta della spazzatura differenziata che non ingrana, per tutte quelle minuscole cose che dovrebbero rendere accogliente, bella e facile da vivere una città di provincia, differenziandola da città di quattrocentomila, seicentomila, un milione di abitanti.

Ha ragione, dico al poliziotto. Pensi che egoista, che sono.

Aprile è il più crudele dei mesi. Sottotitolo: esistere è resistere.

aprile 9, 2009

Mi piacerebbe in questo momento potermi definire isterica, ma la sintomatologia parla chiaro: mi mancano le paralisi, l’astasia-abasia, le parestesie e la belle indifférence.

Sicché non saprei come chiamare quest’alternanza di riso e pianto, di iperpresenza e distacco, di grottesco e dramma autentico. Come se fluttuassi, come se entrassi e uscissi da me e dal mondo che mi circonda. Come se perdessi continuamente il senso e mi affannassi a ricercarlo per perderlo di nuovo e perdermi.

Volendo potrei parlare di terremoti, magari lo farò in un altro momento.

Anche lì c’è del grottesco, per esempio su come i diversi nella disgrazia tornino ad essere uguali a noi, per poi tornare ad essere diversi quando tutto sarà finito. Ho appena finito un libro bellissimo che spiega come e perché accade questo: è l’esasperazione della logica dell’uno del pensiero liberale, il narcisismo delle piccole differenze, l’esito della democrazia e dei censimenti.

Sembra che ciò che da sempre appassioni scienziati e filosofi sia l’incremento spontaneo di nascite e matrimoni dopo le grandi calamità. Quasi che fossero beni rifugio. Lo credo anch’io.

E in verità è proprio di terremoti, che ho voglia di dire. Interiori, personalissimi.

Del senso di precarietà in cui galleggio, della fragilità dell’esistenza. Di chi c’è e sparisce all’improvviso, senza avvisare.

Di ciò che ci stiamo perdendo nel passare dei giorni: due polmoni di qua, un altro di là, un paio di prostate, una vescica, un seno, il senso della vista, il senso del tatto e il riso.

Chi offre di più? Suvvia, che aggiudichiamo, faccia la sua offerta per restare in vita, per rimanere aggrappato alla barca. Presto, che non c’è tempo.

Per anni e anni ho avuto il terrore di finire i miei giorni in assoluta povertà, stracciata come una barbona, demente.

Era una fantasia, la drammatizzazione della paura della perdita. Anche della perdita del controllo.

Poi mi è passata, ci è voluto tempo per sradicarla.

No, sradicarla no. Per attutirla, attenuarla. Le paure non si sradicano, al massimo si addomesticano.

Si sistema una lettiera in un angolino, le si porta un poco a spasso e ogni tanto una carezzina sul muso.

Poi tornano, come bisognose di attenzione.

La mia è tornata più smagrita, oggi ha scelto altre immagini per rappresentarsi.

Volendo, forse ne farebbe a meno, è stanca anche lei. Potendo, mollerebbe.

Ma è scritturata per questo, è il suo mestiere. Sembra quasi scusarsi di essere di nuovo qui.

Potendo essere isterica, lo sarei. E trascinarmi a terra come una tarantata e urlare fino allo sfinimento, fino a svuotarmi. E poi dormire, dormire a lungo e senza sogni.

Trash è bello

aprile 7, 2009

Non so cosa accada in questo blog, ma mi rendo conto che è arrivato il momento di un post privo di pretese intellettuali. Per questa volta basta limitarsi a guardare le figure.

Trash è bello

Corpi di confine

aprile 2, 2009

Gli uomini del mare ne conoscevano, di storie e canzoni. E lei restava ad ascoltarli per ore.

Accostava il naso all’uniforme di suo padre e ne respirava l’odore di chiuso e di sale.

Quando tornava a casa si fermava tutto. Tutto. La terra smetteva di girare intorno al suo asse e per cinque, sei giorni, massimo dieci, sarebbe stata una lunga giornata senza nuvole, di pieno sole.

Sua madre si scioglieva i capelli, tirava fuori gli abiti migliori.

Lei non sarebbe andata a scuola per tutto il periodo. Niente e nessuno avrebbero avuto la porta di casa aperta. Neppure un’alluvione, nemmeno la guerra.

Il tempo si fermava, per tutto il tempo che lui sarebbe rimasto con loro.

Iniziavano con gli argenti e i cristalli, con le tovaglie di lino e pizzo e mano a mano, nel corso dei giorni – in questi giorni in cui null’altro era possibile se non godere dell’esistenza dell’uomo  – passavano a piatti e bicchieri sbreccati.

Una volta, ricordava, avevano finito per cenare su fogli di giornale, con le mani, mentre in cucina si accatastavano piatti e posate che sarebbero stati lavati dopo, solo dopo la sua partenza, quando con uno scatto fulmineo la terra avrebbe ripreso il suo moto, rincorrendo la nuova stagione.

Ma sua madre era bella, bellissima, trasfigurata.

Cantava di giorno e di notte.

Sua madre aveva i capelli neri di genìa turca e suo padre gli occhi a mandorla di una nonna mongola e un cognome duro, con consonanti gutturali e perentorie.

Sarebbe cresciuta così, lei, tra suoni che non le sarebbero mai stati alieni.

Una figlia unica ovattata tra cuscini di favole e mondi lontani.

Da sua madre avrebbe ereditato i capelli neri e foltissimi, che ancora oggi porta sciolti sulle spalle.

Da suo padre la statura e gli zigomi alti.

Da quel misto di razze e ascendenze nel sangue, la capacità di essere a suo agio dovunque, con chiunque, l’incredibile capacità di toccare le persone nel loro centro esatto, di ricordare le loro diversità e omaggiarle in tutti i modi possibili.

L’ho conosciuta tanti anni fa, nello splendore e nella magia dei suoi quarant’anni, e da allora non ha mai smesso di stupirmi e turbarmi.

Fin dal primo incontro, quando mi appoggiò le mani alla vita, scendendo dolcemente sui fianchi a sottolineare le forme. Lasciai che mi toccasse tutta, io che non amo essere toccata da estranei. Sentivo che era una misura.

Da sempre mi regala cinture e collane, di ritorno da ogni suo viaggio. Non sono ornamenti, mi dice. Non sono solo ornamenti, nulla è mai solo ornamento. Tutto diventa parte, tutto si inserisce e trasforma, tutto lascia traccia e scia.

Non sono ornamenti, mi dice. E’ per segnarti i confini che non hai.

 

(ad E., di cui amerei essere la biografa)