Milk Intolerance, Allergie and Adverse Reactions.

Io non so dirmi felice o infelice.

E’ da tanto che non me lo chiedo più. Qualunque cosa sia, è necessaria. Non so dirmi altro.

Adesso trascorro giornate intere spesso senza dire una sola parola, credo che sia ancora per via della tazza, quella tazza da latte sbreccata attraverso la quale suo padre gli parlava.

La cosa strana è che lui non beveva latte, non ne aveva mai bevuto e neppure ricordo come sia cominciata tutta questa storia.

Ricordo che mi tradiva, questo lo so da sempre.

Credo che avesse cominciato a tradirmi dal giorno esatto in cui aveva scoperto di amarmi, e del resto non avrei potuto fargliene una colpa.

Capisco che al crescere del suo amore dovessero aumentare i tradimenti, c’è chi non sopporta l’idea di riporre la propria vita interamente nelle mani di un altro e ha bisogno di sparpagliarsi per mantenere l’illusione di un controllo e una scelta. Per raccontarsi di essere libero.

Non me ne sono mai crucciata. Ci sono persone che credono di appartenere solo a se stesse, e talvolta è bene preservare quest’illusione.

Del resto le rare volte in cui avevo provato a parlarne mi aveva picchiato così forte da farmene passare ogni altra intenzione. Ma neanche quella è cattiveria, lo so bene. Ci sono persone che non sopportano l’idea che il mondo sia altro da come lo immaginano e allora sono costrette ad annientarlo per sopravvivere.

Credo che sia stata una mattina di cinque o sei anni fa.

Fumava molto, in quel periodo, e quando fumava rideva e diventava più dolce, la smetteva di chiamarmi stronza o puttana e mi diceva amore mio, amore mio grandissimo. E poi rideva a crepapelle.

Ci sono persone che di fronte alla tragedia provano il bisogno di ridere, lo so bene. Ed è bene che nessuno le contraddica o lo faccia notare, serve a mantenere tutto insieme, perché non si creino fratture.

Ma quella mattina era agitato.

Attraverso la tazza suo padre gli aveva appena comunicato che i cinesi avrebbero scalato le vette dell’economia mondiale e che il porto di Tianjin in breve tempo avrebbe ospitato un terzo delle merci movimentate su scala mondiale. E per quanto questa cosa non riguardasse minimamente le nostre vite, lui gridava. Urlava che questa, e solo questa, era la vera occasione della sua vita, e che non sarei stata certo io a fargliela perdere. Che non valevo niente, io, e m’avrebbe mollata qui per seguire il suo destino, che finalmente suo padre era tornato a farsi vivo. Aspettava solo un messaggio preciso, un’indicazione di quando e come, poi sarebbe partito.

Da allora la tazza era diventata il nostro incubo: da un lato ci toccava fingere di ignorarla, per mantenere una parvenza di normalità; dall’altro occorreva trovarle un posto adatto, come fosse stata un’urna cineraria. Tenerla d’occhio costantemente, fare dei turni giorno e notte.

Suo padre, quel padre che in vita non gli aveva mai parlato, che era sparito senza lasciare fotografie, scarpe e nemmeno debiti, adesso era sempre lì, presente nei momenti meno opportuni.

Gli aveva consigliato addirittura di giocare in Borsa, di vendere tutto e tentare la fortuna su un titolo dal nome astruso. Forse gli aveva addirittura parlato male di me, per la piega che nel tempo avevano preso i nostri rapporti, sebbene non avesse diritto e nemmeno motivo.

A volte, nel corso di lunghe serate silenziose, sedevamo di fronte alla tazza, aspettando che in qualche modo ci comunicasse una direzione certa, ci fornisse un segnale, una possibilità di scelta.

Che potesse addirittura raccontarci della fine dei nostri giorni risparmiandoci la rabbia e il dolore e quell’attesa insensata che sfiorava l’umiliazione.

Ma la tazza aveva una sua precisa volontà, un codice e un senso del tempo che non potevamo influenzare dall’esterno e neppure condizionare con la minaccia di scagliarla contro la parete e distruggerla per sempre.

Quando lui era fuori la prendevo tra le mani, la rigiravo. A volte mi sorprendevo a cullarla come un neonato, a cercare un contatto intimo. A supplicarla come fosse un dio stizzoso e caparbio.

– Di’ qualcosa, te ne prego. Di’ qualcosa solo a me, dimmi che sei dalla mia parte, che ci aiuterai.

Ma la tazza restava inerte.

Allora mi convincevo che era solo una tazza, niente di più, e fino a sera la cacciavo fuori dalla mia mente, non ci pensavo. A volte per scherno ci sputavo dentro e la lasciavo così per ore. Poi mi prendeva un tormento, un misto di terrore e rabbia e correvo a lavarla, ad asciugarla, con le mani tremanti e il timore che per punirmi mi scivolasse di mano cadendo in mille pezzi.

***

Io ora mi dico talvolta che le cose sarebbero potute andare in tutt’altro modo.

No, non è che mi stia pentendo, si badi bene. Non mi pento e non rinnego.

Voglio dire semplicemente che forse avrei potuto prevedere che le cose sarebbero poi andate a finire così. Alla fine, quello che resta è la mancanza.

Mancare, come il sale nel cibo, come un decimale che completi l’uno, come un arto amputato.

Come la firma sotto una cambiale tratta, come il rosso nella carta dei vini, come le cose di cui a priori non si stima la perdita.

Decisi di nasconderla, di farla sparire. Avrei approfittato di un momento di distrazione durante uno dei suoi turni, quando di colpo il capo gli crollava sul petto e si addormentava per una decina di  minuti, di modo che non potesse incolparmi. Si trattava solo di restare sveglia e aspettare, prima o poi sarebbe accaduto.

Accadde, infatti, e nel giro di pochissimi istanti – fui molto lesta, sì – la tazza scomparve, e io tornai a letto, fingendomi addormentata. Durò pochissimo.

Lo sentii sbraitare e accendere la luce, trascinarmi giù dal letto e suonarmele di santa ragione. Ma tenni duro, negai fino allo spasimo. La tazza era ben nascosta, non avrebbe mai potuto ritrovarla.

Raccolse poche cose e uscii di casa senza mai farci più ritorno.

***

Avevo otto anni quando mio padre morì.

Accadde in una radiosa mattina estiva, eravamo pronti a partire per il mare. Finì in un attimo, un lampo. Senza avere neppure il tempo di salutarci o dire una parola.

Adesso la sera resto qui, seduta in penombra, e sfioro la tazza sbreccata. Adesso è mia, non ha più segreti da nascondermi.  Ci sono persone che di fronte agli oggetti provano un misto di rabbia e rispetto, in perpetua tensione tra la voglia di distruggere e il bisogno di conservare. E’ bene che decidano da sole, senza pressioni dall’esterno.

Una sera le ho chiesto: ma proprio non è possibile? Non c’è più modo di essere bambini?

Ha risposto piano piano, un po’ mi sembrava che cantasse. Baritono basso, come mio padre.

 

“Vede, se c’è un sogno che non mi ha mai abbandonato, qualsiasi cosa abbia scritto, è quello di scrivere qualcosa che abbia la forma di un diario. In fondo il mio desiderio di scrivere è quello di una cronaca esaustiva. Cosa mi passa per la testa? Come scrivere tanto velocemente da conservare tutto ciò che mi passa per la testa? Mi è capitato di riprendere in mano dei taccuini, dei diari, ma ogni volta li abbandonavo; alla fine ci ho rinunciato, e ora non tengo più alcun diario. Tuttavia, è il rimpianto della mia vita, perché quello che mi sarebbe piaciuto scrivere è proprio questo: un diario totale”.

Jacques Derrida

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8 Risposte to “Milk Intolerance, Allergie and Adverse Reactions.”

  1. ilcavaliere Says:

  2. Flounder Says:

    bella, cavalie’. bella.

  3. Flounder Says:

    che poi mannaggia che i titoli migliori sono stati già presi.
    sennò questo si sarebbe intitolato La sicurezza degli oggetti, come il libro della Homes

  4. zaritmac Says:

    Forte, duro, struggente come un canto baritonale.

  5. anonimo Says:

    di contralto no?

    cav

  6. Flounder Says:

    Upilio Faimali.
    segnatevi questo nome e abbiate pazienza. è da due giorni che non mi dà tregua e reclama che ne scriva una biografia tanto fasulla quanto accattivante.
    cerco di resistere, ma mi sto già reincarnando in sua moglie Albertina.

  7. anonimo Says:

    che culo!!! non vediamo l’ora

  8. aitan Says:

    m’ha appassionato,
    m’ha spinto a leggere fino in fondo,
    commenti inclusi,
    e ho risentito con piacere anche quella canzone di Brian Eno, che in passato avevo messo in tante cassette e in tanti cassetti

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