Archive for maggio 2009

Canto notturno di un pastore errante per casa (titolo provvisorio). Sottotitolo: il destino è una scelta o una necessità ? *

maggio 20, 2009

Una decina di anni fa, forse dodici o anche tredici, mi trovavo in viaggio in Turchia, al volante di un Alfa33 che soffriva malamente sulle strade non asfaltate e con il motore al minimo dei giri.

Faceva caldo, caldissimo.

E nel percorrere una strada secondaria che da Ankara tagliava l’Anatolia e si insinuava lungo la Cappadocia fino a Konya, pensavo che se un giorno avessi mai avuto l’intenzione di sparire, era lì che mi sarei rifugiata, in una di quelle casupole immerse nell’erba secca e tra le spighe ingiallite  dal sole.

Per strada non vedevi donne, quelle poche che incontrammo tiravano un carrettino, come buoi. Erano sempre in coppia e a bordo del carretto c’erano il marito e una serie di masserizie.

Ecco una delle applicazioni utili della poligamia, pensavo tra me e me. Altre non ne intravedevo.

E’ che in realtà non sapevo che in quel momento esatto ero anche io parte di un triangolo e che lei, l’altra, in quel momento percorreva gli stessi territori.

Un’automobile ci sorpassò. A bordo c’erano tre ragazze europee.

Il mio compagno mi chiese di frenare e lasciarle passare, per poi accelerare e raggiungerle, poi si sbracciò a salutare.

Ma chi saluti?

Boh, rispose lui, mi sembrava di conoscerle.

Ora anche una stupida ammetterebbe che al centro di una steppa desolata il fatto di salutare con tanto entusiasmo l’equipaggio di una Punto debba dar da riflettere.

Se poi ci aggiungiamo una serie di altri dettagli che per brevità non sto qui a riferire, concluderemo inevitabilmente che la stupidità ha confini talmente estesi che prima di comprenderla e toccarla per intero occorre decisamente del tempo.

Diciamo che per eccesso di autostima mi collocavo temporaneamente al di fuori dei limiti, in quella zona grigia dove già la buona fede inizia a perdere consistenza e assomigliare a qualcos’altro.

Simile a  un disegno di Escher, in cui un cuore piano piano si sfalda, le sue curve dolcemente si allentano e prendono la forma di corna bufaline.

In realtà, più che stupida, io amo definirmi curiosa. Mi piace vedere dove arriveranno le cose, se lasciate a loro stesse. In qualunque circostanza io osservo a lungo, lascio che la trama si svolga e prenda forma il disegno. Solo quando è definitivamente chiaro, intervengo drasticamente per mettere il punto. L’ultima volta è stata ieri mattina in ufficio: il distacco interiore si consuma silenziosamente e senza esibizionismi.

E’ una buona soluzione, a mio avviso. Indubbiamente si perde del tempo, ma lo si recupera successivamente, in termini di assenza di rimpianto e inutili colpevolizzazioni. Un po’ come andare al cinema e pagare il biglietto: nessuno ti ci obbliga. Se il film fa schifo puoi continuare a vederlo con distacco, nell’attesa di un implausibile colpo di scena o per esercitare un corretto potere di critica.

In vita mia ho abbandonato una sala cinematografica solo un paio di volte, e ancora sto qui a chiedermi come sarebbe stato l’epilogo. Una volta era Amos Gitai, un’altra un pallosissimo film d’amore e politica con una pessima Binoche.

In questo lungo viaggio non privo di svariati incidenti di percorso, oltre alla guida e al tentativo di osservare il disegno, avevo un altro importante compito: leggere – a voce alta – Quel pasticciaccio brutto di Via Merulana.

Da sempre, da quando frequentavo la prima elementare, leggo a voce alta per chi mi sta intorno.

Che sia il discorso di fine anno, il saggio di Rousseau al corso di Filosofia della politica, la Prima Lettura nel corso delle cerimonie nuziali di tutti gli amici, il programma del seminario o il benvenuto alla delegazione ostrogota, non c’è dubbio che la cosa toccherà a me.

Dicono che ho il pathos e la voce giusta.

Un’altra delle cose che mi tocca fare sempre è scrivere le cose a mano. Dicono che ho la grafia chiara e incisiva e la mano ferma. Sarà.

Ora, il caso volle che nel viaggio di ritorno, verso Salonicco, un camion che ci precedeva si ribaltò, bloccando la circolazione per circa due ore. Per la precisione, trasportava pollame, sicché le piume rimasero malamente appiccicate all’asfalto invaso dal carburante e si dovette aspettare l’arrivo di camionette spargisale per poter ripartire senza pericolo, il che mi permise di completare la lettura dell’opera e il puzzle della faccenda.

Io a via Merulana ci sono particolarmente legata, del resto ci ho abitato per un lungo momento, e dunque la lettura mi dava particolarmente gusto. Così mentre leggevo scorrevo a memoria i portoni, la piazzetta prima dell’Esquilino dove c’è quel fornaio che fa panini meravigliosi, l’odore delle betulle.

Come già ho avuto spesso modo di dire, per alcune cose io sono dotata di pessima memoria. In generale le trame e i fatti bruti. Come pure le date. Ragion per cui sono sempre andata malissimo in storia, per l’incapacità di collegare cronologicamente le vicende. Ragion per cui, per gli stessi motivi, sono sempre andata male anche nella storia della mia vita, per l’incapacità di ricordare la cronologia dei fatti salienti e farne tesoro.

Ciò suscita in me una certa ammirazione, smaccatamente tinta da invidia, per quei tipi che partecipano ai giochi a quiz dove c’è da sapere tutto su un determinato argomento. Non c’è nulla che io conosca bene, e quel poco che so è doviziosamente mixato con una miriade di fatti inutili.

Per contro, mi ricordo delle reazioni e di tutte le sfumature sensoriali legate a un fatto.

Il risultato è una memoria cenestesica, con brevi flashback e sensazioni di piacere o di disagio, di benessere o malessere.

Questo per dire che io di quel libro non è che mi ricordi come vada a finire o cosa succede nel durante. L’unica cosa che mi viene in mente è che quella Zamira lì sembrava buona buona e invece da lei poteva aspettarcisi di tutto. E questa cosa a tutt’oggi mi procura un lieve senso di nausea e di sfiducia nel genere umano.

Insomma, per via dell’incidente, a Igoumenitsa perdemmo il traghetto e ci toccò aspettare il giorno successivo, in una pensione che non aveva stelle e nemmeno pianeti, dove io continuai a esercitarmi nella pratica del distacco interno e lui in quella della mancanza di contatto esterno.

Al rientro mi aspettava ancora un lungo viaggio. Avrei dovuto mollare l’auto e proseguire in treno per Milano, dove temporaneamente abitavo.

Non so se vi sia mai capitato di abitare due posti contemporaneamente. Avere due case, entrambe arredate, possedere il doppio delle cose per non essere costretti a trasbordarle inutilmente di qua e di là. Ecco, io la trovo una situazione alquanto sgradevole: si finisce per non appartenere a nessuno dei due luoghi, per sentirsi un po’ frammentati. Oppure si definisce l’uno come luogo principale, nel quale progettare e mentalmente disporsi, e l’altro come residenza secondaria, con quel sentimento perenne di sospensione e non-esistenza, sicché tutte le cose che vi sono contenute perdono senso e spessore, come se fossero irreali.

Di lì a poco sarebbero accadute una serie di cose.

Quella più significativa fu l’inversione dei luoghi. La residenza principale divenne mentalmente la secondaria, per colpa di una Zamira, la stessa delle bionde steppe,  che si infilò tra le mie lenzuola e poi pretendeva di offrirmi spiegazioni, giacché le cose non erano come sembravano, nonostante sembrassero assolutamente come invece erano. Poi nel tempo scomparvero del tutto dalla mia vita, lei e quella stanza da letto.

Porto memoria di alcune serate in quella casa, di una cena preparata al tavolo con una pietra ollare e di un pomeriggio trascorso a montare il telo della doccia su una parete tufacea che non reggeva i chiodi a pressione. Una casa che ho amato moltissimo, tortuosa e piena di ripostigli segreti e fessure.

La residenza secondaria divenne per converso l’unica, ma durò solo poco tempo. Dopo qualche mese mi toccò traslocare di nuovo, salutare il Duomo, il portinaio e i conoscenti tutti.

Da allora – quasi fosse un male incurabile o un tic insopprimibile – vivo con lo sfondo di un sentimento costante di non-appartenenza. La mia stessa casa, che pure abito con amore e gusto, mi pare a volte priva di fondamenta. Come certe abitazioni nella zona basca di Francia, che venivano smantellate e rimontate altrove, in occasione del matrimonio dei figli.

Come se poggiasse su un tappeto anatolico che un giorno o l’altro si involerà e ci trasporterà in un altro luogo di cui oggi non ci è dato ancora sapere, ma che a volte compare in certe fantasie che reclamano un nome.

* Sottosottotitolo: danza del ventre, flusso di pensieri e colite

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Fisica degli affetti, per quanto impropria e in senso lato. Ma meglio di così è difficile, giuro.

maggio 15, 2009

La prima legge del moto afferma che in assenza di forze agenti un corpo conserva il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.

E dunque camminare, camminare migliaia di passi, talvolta contandoli, per respingere il fissarsi dei pensieri e lasciarli scorrere, insieme al respiro: quattro passi in inspirazione, due trattenendo, otto espirando, due di vuoto assoluto.

Poi ricominciare.

Poi smettere di contare e provare a dare un nome alle cose.

In alcuni giorni detesto la parola consapevolezza, dovrebbe essere proibito usarla. Comminare multe a chi ne abusa. Che non vuol dire niente, in certi giorni, se non riuscire a vedere solo poco, pochissimo oltre la punta del proprio naso e credere che sia tutto. E invece è così poco, appena poco più di niente. E’ come la preghiera, come la rivoluzione: compie solo ciò che è già possibile. Oltre non si va.

Pesano, le vite degli altri. Pesano, le loro storie.

Come fossero le mie, come se al sentirle raccontare alla fine mi riguardassero. Ed è così, c’è poco da fare, le linee di confine sfumano, ed è del tutto inutile cercare di elevare barricate.

Pesano anche le assenze e le presenze labili. Le distanze. Pesa tutto.

La seconda legge del moto stabilisce che una forza applicata a un corpo indeformabile gli imprime una accelerazione a essa proporzionale.

E mi guardo i fianchi, le linee del corpo, le forme che piano piano ho costruito e che in alcuni giorni ancora non sento perfettamente mie, giorni in cui non mi riconosco. E già non sono più indeformabile, non più come una volta, nemmeno fluida, del resto,  e la forza applicata non mi permette di scappare, ma mi schiaccia e mi inchioda. Una pressione intollerabile.

L’attrito è una forza dissipativa che tende a ostacolare il moto di scorrimento relativo tra superfici a contatto, quindi, a eccezione di casi particolari, si oppone al moto di un oggetto.

Chi era quel francese che diceva che siamo macchine? La mia memoria è difettosa, non lo sono abbastanza, vorrei avere azioni e reazioni semplici, immediate. Tasti di accensione e spegnimento, vie di fuga, momenti di annientamento senza rischio.

La terza legge del moto afferma che quando un corpo esercita una forza su un altro corpo, quest’ultimo reagisce esercitando sul primo una forza uguale e contraria.

L’etica del carrarmato, la chiamo io. E invece sono così stanca che vorrei scavarmi un bunker e ritirarmi, uscire quando tutto possa ricominciare, in assoluta leggerezza. O non uscirne mai più.

Nel tempo non se ne accorgerebbe nessuno, io neppure.

Il mio regno non è di questo mondo. Ma per praticità adottiamo l’euro.

maggio 8, 2009

Ora io vorrei sgombrare il campo da tutta una serie di inevitabili commenti che seguiranno e che mi sono già fatta da sola, tutti ascrivibili alla categoria “hai voluto la bicicletta e mo’ pedala”. Lo so, ma a volte bisogna fare cose che non si sceglierebbero, per ragioni di ordine pratico.

In breve, mia figlia frequenta una scuola di suore perché era l’unica della città a offirmi il tempo pieno e inoltre, posta di fronte alla scelta “catechismo o equitazione”, pur avendo scelto la seconda, ha poi ritrattato, per via della sua amichetta del cuore obbligata dai genitori a frequentare il catechismo.

E poiché sono una mamma open-minded e un poco democratica, ho acconsentito.

L’accordo preso con la catechista era di tipo voltairiano: non condivido la scelta di mia figlia, ma mi batterò perché cerchi e affermi la sua verità, sicché per piacere non mi coinvolgete nei raduni spirituali e in tutti questi fatti qua perché non sono disponibile.

E la cosa ha funzionato per due anni.

Però oggi, a soli quindici giorni dall’evento, la riunione mi toccava.

Sono arrivata in ritardo, giusto mentre la catechista ammoniva una platea di cinquantaquattro mamme affinché non presentassero le bambine con acconciature improbabili di perline, fiorellini e cosettini vari, che il giorno della Prima Comunione è un giorno sacro, di purezza e semplicità.

Per un attimo mi sono detta che forse le cose erano meglio di come pensassi.

E’ stato un attimo.

Immediatamente sono ripiombata nella partita doppia sacramentale. Allora, trenta euro di saldo per il saio, poi ci sarebbero, in ordine: trentacinque euro di addobbo floreale, cinque euro per la candela devozionale e a scelta il giglio, quello basic a otto euro, quello smart, detto giglio di sant’Antonio, a diciassette euro, con preghiera di lasciarlo eventualmente in dotazione alla Cattedrale come addobbo.

E già lì mi sono opposta, che non mi pareva sensato – visto che era un giorno di semplicità e purezza – creare ‘sta cosa di gigli di serie A e serie B. Mozione accolta.

Con un rapido calcolo ho realizzato che trentacinque euro per cinquantaquattro mamme facevano una cifra esorbitante e mi sono permessa di prendere nuovamente la parola per avanzare una proposta che nella mia stessa premessa ho definito “volgare e materiale”: ossia destinare una quota minima, residuale, all’acquisto di una corbeille simbolica da depositare sull’altare e destinare il resto se non ai poveri abruzzesi senza casa, quanto meno a due o tre famiglie abbienti, molto ma molto abbienti, i cui figli frequentano la scuola grazie ad una convenzione comunale. Molto abbienti, famiglie totalmente degradate.

Panico negli occhi delle mamme devote, terrore in quello delle catechiste.

Ed ecco che come per miracolo – d’altronde non è ciò di cui stiamo trattando? – si è materializzato un giovane sacerdote morbido e burroso, troppo burroso, con voce melliflua e anche un poco bianca, tale e quale a Philip Seymour Hoffman ne Il dubbio,  che ha preso la parola ed è sceso suo malgrado in quei dettagli volgari cui fa riferimento la signora, perché è necessario.

Abbiamo dunque appreso che: solo parte dei fondi, effettivamente è destinata ai fiori, ma il resto verrà impiegato per sopperire a pressanti necessità.

Abbiamo appreso altresì che un prete incassa dieci euro per ogni messa ordinaria e dieci euro supplementari per ogni messa on demand (abbonamento pay per pray), senza contributi. La Chiesa dunque lavora al nero.

Abbiamo appreso che il caro vita riguarda tutti, signora mia. Voi non avete idea di quanto ci costino ostie e vino (ma che si bevono questi? Lo Chateneuf Du Pape 2005? Il Bolgheri superiore Ornellaia 2004? E le ostie, le ostie, saranno di coltivazione biologica o devono finanziare la costruzione di un ostificio delocalizzato in Cina e gli serve la fideiussione bancaria?).

Abbiamo appreso che la Cattedrale ha grosse difficoltà economiche per il completamento di un restauro di affreschi recentemente scoperti per i quali la Regione ha fornito il ben misero contributo di 180.000 euro, lasciandoli con una quota a loro carico di 27.000 euro per il reperimento dei quali non sanno dove battere la testa (si può dire battere per i religiosi o pare brutto?), per un’opera che sarà poi a totale disposizione della popolazione tutta.

(Nota a margine: il Governatore della Regione è quello stesso signore che per anni ha impedito la costruzione del termovalorizzatore perché al vescovo di Acerra non piaceva e si sarebbe trascinato dietro l’elettorato cattolico tutto. Ma non era comunista, ‘sto signore?)

Abbiamo dunque appreso, cari signori, che la vocazione è a carico di tutti noi, se volete la salvezza. Sennò, fottetevi.

Hai voluto la bicicletta, Flounder, ricorda. Signorsì, me lo ricordo.

A quel punto nella mia volgarità ho dovuto pubblicamente affermare che questo in fondo era un discorso onesto. In definitiva lo era.

All’uscita sono stata bloccata dai due fotografi: foto o filmino?

Nessuna delle due.

Non può portare le sue apparecchiature in Chiesa, è un giorno di purezza e concentrazione, non è possibile vedere in continuazione flash scattare sull’altare.

(Non concentrazione, concentramento. Come i campi. No, no, niente, niente. Una cosa mia)

Non le porterò, giuro. E se anche le portassi ho un Iso 3200, scatto senza flash.

Signora, il pagamento del servizio fotografico è obbligatorio, legga qui.

Ho letto lì, era obbligatorio. Non si sa stabilito da chi, forse per decreto divino. Quindici euro. Poi tre euro per ciascuna foto.

Dunque – ho chiesto – posso anche non prendere foto, l’importante è che paghi il pizzo? E’ così?

Non dica così, signora, che brutte parole.

Lo dico, invece, questo è il racket del sacramento.

Ipocritamente ho pagato anch’io, ho pagato tutto, fino all’ultimo euro. Del resto avevo voluto la bicicletta.

Non credo che andrò all’inferno. La teoria della salvezza prevede che un pentimento in punto di morte, purché sincero, mi salverà. A meno che non intervenga un Lodo Qualsivoglia a cambiare le regole, beninteso.