Canto notturno di un pastore errante per casa (titolo provvisorio). Sottotitolo: il destino è una scelta o una necessità ? *

Una decina di anni fa, forse dodici o anche tredici, mi trovavo in viaggio in Turchia, al volante di un Alfa33 che soffriva malamente sulle strade non asfaltate e con il motore al minimo dei giri.

Faceva caldo, caldissimo.

E nel percorrere una strada secondaria che da Ankara tagliava l’Anatolia e si insinuava lungo la Cappadocia fino a Konya, pensavo che se un giorno avessi mai avuto l’intenzione di sparire, era lì che mi sarei rifugiata, in una di quelle casupole immerse nell’erba secca e tra le spighe ingiallite  dal sole.

Per strada non vedevi donne, quelle poche che incontrammo tiravano un carrettino, come buoi. Erano sempre in coppia e a bordo del carretto c’erano il marito e una serie di masserizie.

Ecco una delle applicazioni utili della poligamia, pensavo tra me e me. Altre non ne intravedevo.

E’ che in realtà non sapevo che in quel momento esatto ero anche io parte di un triangolo e che lei, l’altra, in quel momento percorreva gli stessi territori.

Un’automobile ci sorpassò. A bordo c’erano tre ragazze europee.

Il mio compagno mi chiese di frenare e lasciarle passare, per poi accelerare e raggiungerle, poi si sbracciò a salutare.

Ma chi saluti?

Boh, rispose lui, mi sembrava di conoscerle.

Ora anche una stupida ammetterebbe che al centro di una steppa desolata il fatto di salutare con tanto entusiasmo l’equipaggio di una Punto debba dar da riflettere.

Se poi ci aggiungiamo una serie di altri dettagli che per brevità non sto qui a riferire, concluderemo inevitabilmente che la stupidità ha confini talmente estesi che prima di comprenderla e toccarla per intero occorre decisamente del tempo.

Diciamo che per eccesso di autostima mi collocavo temporaneamente al di fuori dei limiti, in quella zona grigia dove già la buona fede inizia a perdere consistenza e assomigliare a qualcos’altro.

Simile a  un disegno di Escher, in cui un cuore piano piano si sfalda, le sue curve dolcemente si allentano e prendono la forma di corna bufaline.

In realtà, più che stupida, io amo definirmi curiosa. Mi piace vedere dove arriveranno le cose, se lasciate a loro stesse. In qualunque circostanza io osservo a lungo, lascio che la trama si svolga e prenda forma il disegno. Solo quando è definitivamente chiaro, intervengo drasticamente per mettere il punto. L’ultima volta è stata ieri mattina in ufficio: il distacco interiore si consuma silenziosamente e senza esibizionismi.

E’ una buona soluzione, a mio avviso. Indubbiamente si perde del tempo, ma lo si recupera successivamente, in termini di assenza di rimpianto e inutili colpevolizzazioni. Un po’ come andare al cinema e pagare il biglietto: nessuno ti ci obbliga. Se il film fa schifo puoi continuare a vederlo con distacco, nell’attesa di un implausibile colpo di scena o per esercitare un corretto potere di critica.

In vita mia ho abbandonato una sala cinematografica solo un paio di volte, e ancora sto qui a chiedermi come sarebbe stato l’epilogo. Una volta era Amos Gitai, un’altra un pallosissimo film d’amore e politica con una pessima Binoche.

In questo lungo viaggio non privo di svariati incidenti di percorso, oltre alla guida e al tentativo di osservare il disegno, avevo un altro importante compito: leggere – a voce alta – Quel pasticciaccio brutto di Via Merulana.

Da sempre, da quando frequentavo la prima elementare, leggo a voce alta per chi mi sta intorno.

Che sia il discorso di fine anno, il saggio di Rousseau al corso di Filosofia della politica, la Prima Lettura nel corso delle cerimonie nuziali di tutti gli amici, il programma del seminario o il benvenuto alla delegazione ostrogota, non c’è dubbio che la cosa toccherà a me.

Dicono che ho il pathos e la voce giusta.

Un’altra delle cose che mi tocca fare sempre è scrivere le cose a mano. Dicono che ho la grafia chiara e incisiva e la mano ferma. Sarà.

Ora, il caso volle che nel viaggio di ritorno, verso Salonicco, un camion che ci precedeva si ribaltò, bloccando la circolazione per circa due ore. Per la precisione, trasportava pollame, sicché le piume rimasero malamente appiccicate all’asfalto invaso dal carburante e si dovette aspettare l’arrivo di camionette spargisale per poter ripartire senza pericolo, il che mi permise di completare la lettura dell’opera e il puzzle della faccenda.

Io a via Merulana ci sono particolarmente legata, del resto ci ho abitato per un lungo momento, e dunque la lettura mi dava particolarmente gusto. Così mentre leggevo scorrevo a memoria i portoni, la piazzetta prima dell’Esquilino dove c’è quel fornaio che fa panini meravigliosi, l’odore delle betulle.

Come già ho avuto spesso modo di dire, per alcune cose io sono dotata di pessima memoria. In generale le trame e i fatti bruti. Come pure le date. Ragion per cui sono sempre andata malissimo in storia, per l’incapacità di collegare cronologicamente le vicende. Ragion per cui, per gli stessi motivi, sono sempre andata male anche nella storia della mia vita, per l’incapacità di ricordare la cronologia dei fatti salienti e farne tesoro.

Ciò suscita in me una certa ammirazione, smaccatamente tinta da invidia, per quei tipi che partecipano ai giochi a quiz dove c’è da sapere tutto su un determinato argomento. Non c’è nulla che io conosca bene, e quel poco che so è doviziosamente mixato con una miriade di fatti inutili.

Per contro, mi ricordo delle reazioni e di tutte le sfumature sensoriali legate a un fatto.

Il risultato è una memoria cenestesica, con brevi flashback e sensazioni di piacere o di disagio, di benessere o malessere.

Questo per dire che io di quel libro non è che mi ricordi come vada a finire o cosa succede nel durante. L’unica cosa che mi viene in mente è che quella Zamira lì sembrava buona buona e invece da lei poteva aspettarcisi di tutto. E questa cosa a tutt’oggi mi procura un lieve senso di nausea e di sfiducia nel genere umano.

Insomma, per via dell’incidente, a Igoumenitsa perdemmo il traghetto e ci toccò aspettare il giorno successivo, in una pensione che non aveva stelle e nemmeno pianeti, dove io continuai a esercitarmi nella pratica del distacco interno e lui in quella della mancanza di contatto esterno.

Al rientro mi aspettava ancora un lungo viaggio. Avrei dovuto mollare l’auto e proseguire in treno per Milano, dove temporaneamente abitavo.

Non so se vi sia mai capitato di abitare due posti contemporaneamente. Avere due case, entrambe arredate, possedere il doppio delle cose per non essere costretti a trasbordarle inutilmente di qua e di là. Ecco, io la trovo una situazione alquanto sgradevole: si finisce per non appartenere a nessuno dei due luoghi, per sentirsi un po’ frammentati. Oppure si definisce l’uno come luogo principale, nel quale progettare e mentalmente disporsi, e l’altro come residenza secondaria, con quel sentimento perenne di sospensione e non-esistenza, sicché tutte le cose che vi sono contenute perdono senso e spessore, come se fossero irreali.

Di lì a poco sarebbero accadute una serie di cose.

Quella più significativa fu l’inversione dei luoghi. La residenza principale divenne mentalmente la secondaria, per colpa di una Zamira, la stessa delle bionde steppe,  che si infilò tra le mie lenzuola e poi pretendeva di offrirmi spiegazioni, giacché le cose non erano come sembravano, nonostante sembrassero assolutamente come invece erano. Poi nel tempo scomparvero del tutto dalla mia vita, lei e quella stanza da letto.

Porto memoria di alcune serate in quella casa, di una cena preparata al tavolo con una pietra ollare e di un pomeriggio trascorso a montare il telo della doccia su una parete tufacea che non reggeva i chiodi a pressione. Una casa che ho amato moltissimo, tortuosa e piena di ripostigli segreti e fessure.

La residenza secondaria divenne per converso l’unica, ma durò solo poco tempo. Dopo qualche mese mi toccò traslocare di nuovo, salutare il Duomo, il portinaio e i conoscenti tutti.

Da allora – quasi fosse un male incurabile o un tic insopprimibile – vivo con lo sfondo di un sentimento costante di non-appartenenza. La mia stessa casa, che pure abito con amore e gusto, mi pare a volte priva di fondamenta. Come certe abitazioni nella zona basca di Francia, che venivano smantellate e rimontate altrove, in occasione del matrimonio dei figli.

Come se poggiasse su un tappeto anatolico che un giorno o l’altro si involerà e ci trasporterà in un altro luogo di cui oggi non ci è dato ancora sapere, ma che a volte compare in certe fantasie che reclamano un nome.

* Sottosottotitolo: danza del ventre, flusso di pensieri e colite

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9 Risposte to “Canto notturno di un pastore errante per casa (titolo provvisorio). Sottotitolo: il destino è una scelta o una necessità ? *”

  1. elsecretario71 Says:

    “Da allora – quasi fosse un male incurabile o un tic insopprimibile – vivo con lo sfondo di un sentimento costante di non-appartenenza. La mia stessa casa, che pure abito con amore e gusto, mi pare a volte priva di fondamenta.”

    questo credo sia un fatto decisivo. averlo detto, scritto (e pubblicato !).
    e prima ancora averlo visto.
    varrà la pena tenerne conto, e seriamente, prima.
    prima di cosa ?
    prima di tutto, naturalmente.

  2. didolasplendida Says:

    il film di amos gitai era sicuramente golem
    strano anch’io in questo periodo penso alla casa, voglia di un piccolo centro magari sul mare dotato di cinema/teatro
    non in turchia però

  3. Flounder Says:

    decisivo per cosa?
    è di luoghi, che parlo, di pareti, di modi di abitare e angustia degli spazi chiusi.
    di luoghi non-scelti per vivere e in cui proprio malgrado ci si radica. di luoghi che si amano e che sembrerebbero scelti e nei quali non si trova il proprio spazio.
    luoghi. anche Comuni, magari. 🙂

  4. Flounder Says:

    era golem, infatti. quello dell’esilio.

    (vista mare, dido. ci vuole la vista mare, e del verde intorno. sennò non si possono mettere radici, lo so per certo)

  5. elsecretario71 Says:

    eh no, donna flo’, mica funziona tanto…
    a livello extradiegetico – ma manco poi troppo, ve’ ! – vi prego di dispensarmi dal citare tutte le banalità che in mente vi possano venire sui luoghi che si abitano, le anima proprie e quelle altrui, e le rispettive interrelazioni.
    cosette che non sono meno vere perchè sono banali, e che già da sole basterebbero a spiegare, x esempio, come le pareti che ci hanno ospitato o ci hanno accolti – soprattutto se sono state le prime a farlo “stabilmente”, fuori da quelle dove siamo nati – finiscano per includere nella loro sfera di significato universi interi.
    non sarò certo io a parlare di simboli a un’ “antropologa Jungiana” come voi, e ringrazio le vostre molteplici e ponderose letture per avermi risparmiato la fatica di scrivere conclamate banalità.

    eppure però, a livello intradiegetico, che i luoghi non siano solo luoghi, che la cacciata dal paradiso sia frutto di un serpente, e che non sia l’uscita da una casa a costituire l’argomento esclusivo della narrazione, mi pare abbastanza chiaro:
    “La residenza principale divenne mentalmente la secondaria, per colpa di una Zamira, la stessa delle bionde steppe, che si infilò tra le mie lenzuola e poi pretendeva di offrirmi spiegazioni, giacché le cose non erano come sembravano, nonostante sembrassero assolutamente come invece erano. Poi nel tempo scomparvero del tutto dalla mia vita, lei e quella stanza da letto”.

    vedete a questo punto come la Nonappartenenza non possa riguardare esclusivamente le “nuove mura”.

    poi, ognuno con le proprie Nonappartenenze ci fa quel che gli pare. se non fa finta che non ci siano e riesce a riconoscerne e valutarne il peso nella propria vita, meglio x lui. anche perchè in questo modo riesce a farsi un pochino più disponibile a comprendere e tollerare quelle altrui, di Nonappartenenze.

    poi ci stanno pure quelli che hanno il mal di pancia e continuano a curarsi con l’imodium…certo, non passano più la giornata in bagno, ma nemmeno fermano il dolore.

  6. anonimo Says:

    anch’io tendo a lasciare che le cose vadano per la loro piega, per capire che succede, e soprattutto fino a che punto vogliono arrivare i vari Pasquali. E’ un’atteggiamento che risulta passivo ma è pieno di maestosità, non intervieni in qualcosa che ti interessa perchè cerchi di studiarlo da un punto di vista e con un tempo giusti per comprenderlo, capirne il senso se ce l’ha o come, da che parte, in che modo attribuirglielo. Novanta volte su cento ottieni solo di perdere tutto, pure la faccia, ma almeno hai capito bene cosa hai perso, e forse non hai perso un granchè a parte il tempo. Infatti ho capito che con questo modo di fare dovrei vivere una cinquantina d’anni più della media per portare a compimento le esperienze intraprese; la fregatura è che forse la scienza oggi potrebbe permetterlo, ma tutti gli anni in più sarebbero sempre da vecchio, mentre quello che servirebbe è allungare il periodo tra i trenta e i cinquanta, dopodichè il desiderio più grande e farsi delle belle dormite.
    Cav

  7. Flounder Says:

    mo’ mi faccio murare viva nelle pareti

  8. anonimo Says:

    e io chiamo Jack Nicholson versione shining e ti faccio salvare. così impari.

  9. Possono succedere tante cose nella vita, eppure si perde tempo ad aspettare (Pamuk, La casa del silenzio). Una piccola – si fa per dire – nota a margine di Istanbul e il Museo dell’Innocenza. | Certe piccole manie Says:

    […] volta avevo fatto un viaggio in Turchia che mi era molto piaciuto, nonostante tutto. Era un viaggio che […]

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