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Ius gentium. Perché la vita è fatta di atti(mi).

giugno 17, 2009

Il primo atto sembra solo un atto di presenza, un atto puro di esistenza in vita. Invece no.

Ci presenti un pancino, il culetto, i suoi polmoni. Lanci un piccolo urlo, arrossisca, respiri.

Le daremo un voto, fin dall’inizio. Vuole un apgar nove? Se lo conquisti!

Come dice? Che non è colpa sua? Sua madre beveva e fumava in gravidanza?

Peggio per lei, non ha saputo scegliere. Si definisce incauto acquisto.

Cerchi  l’atto di compravendita, era scritto lì, tutto. Non protesti.

Il secondo atto è un atto dovuto. Si comincia presto. Che crede?

Sedersi bene con le gambe accavallate, contenere pianti e rabbie, dire buongiorno, buonasera e tutto quanto occorre. Se ha un cappello, lo tolga ai funerali. Se ha delle esigenze, le reprima. Senza sbuffare, questo non è consentito.

Il terzo è un atto notorio. Sillabi il suo nome, ci declini un’identità. Anche più d’una, quante ne vuole, tanto più tardi pagherà il conto e i cocci rotti.

Attenzione alle doppie, alla punteggiatura, agli accapi e a tutto ciò che nel tempo si accapiglia.

Probabilmente il quarto sarà un atto vandalico. Su oggetti, altri o se stessi poco importa. Bisogna rompere gli argini, scompigliare, lesionarsi. Strappare, sminuzzare, scoppiare. Ha la libera scelta: può scarnificarsi, se crede. O trasformarlo in atto creativo, non poniamo freni.

Il quinto o il sesto – secondo come la si veda (oppure quando, finalmente, la si veda) – si auspica sia un atto di costituzione. Non è da tutti, badi bene, e nemmeno vi è l’obbligo. E’, come dire?, un tentativo di salvezza. Ma solo un tentativo, non abbiamo contratti da sottoporle alla firma, né garanzie o clausole a tutela. E’ a suo rischio è pericolo, lei è lo scommettitore e insieme il bookmaker. Scelga liberamente, tanto il danno è suo. Come pure la gloria o la felicità, in questo siamo onesti.

L’alternativa è la possibilità di un atto impuro. Sicuramente più divertente, non c’è dubbio. E’ che non garantiamo neanche quello, capisce? Siamo senza espressione, è inutile che cerchi di scoprire da un guizzo a riso o un sopracciglio curvo se sia meglio la busta 1, la numero 2 o la 3. La purezza di fondo non esiste, tocca lavorare di gomito, smacchiare un peccato originale. Con gli aloni che le faranno per sempre promemoria. Sine die. Sine qua non. Sappia che in questi casi non è ammessa sinecura.

Prima o poi, se tutto procede, le toccherà un atto di donazione, talvolta anche suo malgrado.

Come dice? Se è definitivo? Se risolve qualcosa?

Non sempre, pensi che alcuni ne fanno una formalità, prima donano e poi dimenticano. Poi reclamano, rinfacciano. La recriminazione la priverà di ogni beneficio, sia oculato nel dare quanto nel prendere: l’atto di citazione pende come spada di Damocle. O peggio ancora l’atto di precetto, l’esecuzione forzata. Non dica poi che non sapeva. Che non voleva. Non è legale.

L’ultimo atto è spesso un atto di dolore.

Signore e signori, mi perdo e mi avvolgo nei miei peccati, perché peccando ho offeso voi, infinitamente degni e buoni di essere amati sopra ogni cosa. Propongo col vostro aiuto di non farlo mai più, mai più. E se lo faccio, lo trasformo in atto osceno, meglio se in luogo pubblico. Di quell’oscenità vestita di ragione, di logica e di senso.

Tanto alla fine calerà il sipario, comunque.

Nessun atto supplementare, non è concesso il bis.