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Against the sea le Grand Hotel Sea Gull Magique

luglio 15, 2009

Il giorno in cui approdai alla Nausea – situato ormai in una memoria così remota dalla quale affiora come contingenza storica solo la mansarda di Mauro, caldissima, dove ripassavamo l’esame di storia delle dottrine politiche  – fu il giorno in cui celebrai a un tempo la condivisione di un indefinito malessere col resto del genere umano, un certo compiacimento nel vedere tradotta in prosa l’angustia che mi abitava e anche una qualche forma di liberazione nell’apprendere che questa sensazione non riguardava solo me e dunque non mi rendeva meno umana di quanto immaginassi in solitario.

Eppure a quel tempo non avevo fatto ancora piena esperienza della Nausea, se non nel corso di lunghi tragitti automobilistici o di traversate marittime o malumori passeggeri. Non sapevo ancora di essere un contenitore limitato di emozioni e che il troppo sarebbe andato vomitato, espulso, che avrei trascorso gli anni a venire spesso piegata in due su un gabinetto.

Non come quelli che colpevoli del troppo cibo ingerito si apprestano nuovamente a celebrare il vuoto per poi ricominciare, no.

Non sono mai appartenuta a quella famiglia lì.

Non ho mai vomitato per l’incapacità di contenere il cibo, ma per l’inattitudine a contenere emozioni e disagi.

Nel tempo il mio stomaco emotivo si è un poco dilatato, si è reso più insensibile. Riesce a sopportare meglio le contrarietà, i dispiaceri, le precarietà e il senso di impossibilità di scegliere.

Oggi resto in balia di poche nausee, caparbie. Credo ormai non più sradicabili.

Sono sfuggita all’indifferenza di ubriacarmi da sola o condurre popoli, finanche all’enormità di sentirmi Dio o il Nulla, che in fondo sono la stessa cosa. A volte, quando sono troppo stanca da potervi opporre la Ragione, scivolo lentamente verso questa orribile tentazione, ma per poco.

Oggi mi assomiglio piuttosto a una semi-divinità caduta in disgrazia che a tratti ride della sua condizione, a tratti espelle quanto è di troppo. Oggi più che mai mi sento un corpo, un corpo abitato, e bado a lui come a un figlio piccino.

A tratti credo in un Dio che ci salverà, più spesso finisco per rigettare anche lui, sommergerlo di succhi gastrici e annegarlo per punirlo della sua assenza.

Lo studio, la conoscenza, l’aspirazione a una qualche forma di verità e giustizia condivisibili mi servono per attenuare il vuoto, come altri si servono del potere, degli oggetti o delle droghe.

Fortunatamente non contengono colesterolo e neppure mi rovinano le forme o la reputazione, ammesso che tutto questo possa ancora dirsi provvisto di senso.

Il  giorno di tanti anni fa in cui mi dissi che di queste relazioni (che m’ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantità, delle direzioni) sentivo l’arbitrarietà; non avevano più mordente sulle cose crebbe sensibilmente la disperazione.

Pensai – non a torto – che bisognasse opporvi una cura, che per sfuggire a tutto questo occorresse praticare l’arte della dimenticanza di sé, una forma sofisticata di distrazione per la quale occorre moltissima concentrazione e che non sempre riesce, ma che con il tempo diventa sempre più facile da praticare. A volte invece ci si distrae e di nuovo cado vittima dell’arbitrarietà, dell’indistinzione e mi inerpico lungo pareti scivolosissime per cercare di tirarmene fuori.

Di nuovo ultimamente lo stomaco mi dà noia, questo corpo sovversivo che si serve dei sintomi per richiamare l’attenzione su ciò che teme. 

Leggo da qualche parte che si tratta di una reazione adattativa, protettiva e penso che forse sotto la superficie della Nausea esiste una sostanza inscalfibile, indicibile, che in qualche modo ci governa e forse, ma proprio forse, ci salverà.

Ma non so, sono confusa. Non riesco a dirne compiutamente.

La nausea ha a che fare con l’incorporazione orale dell’oggetto che provoca la reazione. Orale o scritta poco importa, visiva o aerea, uditiva o psichica, corporea o impalpabile.

Oggi più che mai guardandomi intorno comprendo cosa voglia dire la paura di essere disfatti, la paura che l’imprevisto scardini il proprio posto faticosamente e precariamente occupato nel mondo.

So che ciò che mi nausea è qualcosa che mi rende sconosciuta a me stessa o tenta di sedurmi con una natura che non sento mia. Ciò che mi dà nausea è ciò che mi fa paura e tristezza, come la minaccia della scoperta di qualcosa che possa in qualche modo appartenere anche a me. Al fondo forse temo la mia umanità, la vulnerabilità. L’impotenza. Il disfacimento.

Chi soffre di allergia o malattie virali – che in fondo non sono altro, anche loro, che il rigetto di alcuni elementi del mondo che penetrano dove non sono graditi – ha il conforto dell’antistaminico e dei farmaci e sopravvive psicologicamente sereno, senza necessariamente darsi conto di ciò che la sua malattia gli racconta.

La Nausea invece non ha cura immediata o sintomatica, esige il vuoto, il silenzio.

Ed io che invece mi ostino a curarla con l’azione, e faccio indigestione di senso e significato per sfuggirle, e mi zavorro l’anima per non oscillare.

Ho sempre pensato che l’orrore del vuoto fosse una prerogativa più maschile che femminile, ma ormai non sono sicura nemmeno di questo.

Non sono sicura di niente in questo momento e la precarietà, come tutte le forme di ignoto, mi sconcerta.

Buone vacanze a tutti. Io, nella mia piccola canoa in mezzo ai flutti, mi tengo alla boa e guardo la linea dell’orizzonte per sconfiggere il mal di mare e cercare con amore, nell’amore – l’unico antidoto possibile, mi dico – un piano di esistenza stabile.