Archive for settembre 2009

Lustro: s.m., periodo di cinque anni

settembre 28, 2009

Volendo, scriverei anche un post sul tema, ma proprio non ne ho voglia.

Però ci tengo assai, ma proprio assai, a sottolineare che alcune delle persone più importanti della mia vita io le ho incontrate grazie a questo coso.

E che non le ringrazierò mai abbastanza per il modo in cui mi supportano e mi sopportano.

E anche per il modo lieve in cui si assentano quando proprio non è cosa.

E’ questo che dà lustro. Non il tempo, ma la qualità di chi me lo abita.

La coscienza di Zen. Brevi raccontini di saggezza mascherata da profonda idiozia (o viceversa).

settembre 17, 2009

C’era una volta, in una remota provincia di un imprecisato paese probabilmente asiatico, in un tempo molto remoto e su un pizzo di montagna remotissimo, che ci volevano giorni e notti per raggiungerlo, un monaco famoso per i suoi consigli.

In realtà non è nemmeno sicuro se fosse un monaco, ma ci piace pensare così. E forse non dava nemmeno consigli, ma la storia così vuole.

C’era invero una lunghissima lista d’attesa per incontrarlo, nonostante la fatica e le difficoltà scoraggiassero molti. Ma evidentemente i bisognosi erano più dei molti. Erano molti e un tot.

Questo monaco – che per praticità e distinguerlo da altri monaci che in quel tempo spuntavano come funghi chiameremo Satria Bagus Pulosari Pon-go – era specializzato nella risoluzione di casi abbastanza impossibili.

Non totalmente impossibili, ma almeno un bel po’.

Un giorno si presentò a lui una signora molto afflitta e gli si inginocchiò ai piedi.

Venerabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono qui perché ho perduto la motivazione a vivere.

Il monaco la guardò, osservò i vestiti impolverati, i piedi piagati nelle scarpe consunte, la pelle bruciata dal sole e tutte le tracce del lungo viaggio che la donna aveva affrontato per essere lì,  e le disse: signora mia, parliamoci chiaramente. Come l’ha perduta? E’ stato un atto di imperdonabile distrazione?

La donna strabuzzò gli occhi: come, di distrazione?

Signora cara, sulla motivazione ci sono varie possibilità: o la si perde per distrazione, o viene rubata, o la si lascia andare perché non è la propria o infine perché si è consumata, andava cambiata per tempo,  e per pigrizia o comodità si è lasciato che si sfilacciasse, senza sostituirla con una nuova. A quale dei casi è da ascrivere la sua perdita?

Non saprei, disse la donna. Non ci ho mai pensato. Non saprei proprio.

E si figuri come posso saperlo io, rispose  Satria Bagus Pulosari Pon-go. Torni a casa e quando ha le idee più chiare ci rivediamo. Magari mentre rimette in ordine la casa, la trova nel posto più impensato. Da quanto tempo non mette in ordine la casa?

Da tanto, da quando ho perso la motivazione a vivere, rispose la donna.

Lo vede che tutto quadra?, concluse il monaco. Vada, vada.

Settimane dopo si presentò al suo cospetto un giovane dal fare seccato: non ho più motivazione, disse.

Il monaco lo guardò e chiese circospetto: l’hai perduta?

Il giovane rispose deciso: sì.

Sapresti ricordare dove e quando l’hai vista per l’ultima volta questa benedetta motivazione?

Il giovane aveva le idee chiarissime: sì, rispettabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, è stato il 27 giugno del 1985, a seguito di una gara sportiva di mezzo fondo nella quale mi classificai secondo. Dopodiché, nel ritirare il trofeo, mi accorsi che avevo smarrito la motivazione a correre ancora. La cercai dovunque, nei giorni a venire, ma non c’era. Sparita.

Mmmmhhhh, rifletté il monaco…e da allora non hai più corso?

Mai più.

E ti manca?

Per nulla.

Ne sei certo?

Certissimo.

Sei proprio sicuro sicuro sicuro?

E dàlli, rispose il giovane.

E allora cosa cerchi qui da me?

Voglio sapere solo dove vanno le motivazioni perdute, ecco. E’ una questione di principio.

Satria Bagus Pulosari Pon-go osservava nel frattempo i piedi del giovane seduto agitarsi freneticamente, mossi  da un moto insopprimibile, come di chi avesse l’impazienza di muoversi e fosse costretto a non farlo da forze ignote. Allora tirò fuori dalla tasca una mappa consunta sulla quale erano marcati con un cerchietto vari luoghi, enormemente distanti tra loro.

Le motivazioni perdute, spiegò, vengono conservate in questi depositi, distanti tra loro molti e molti chilometri. Prova a farti un giro, fino a che non ritrovi la tua. Se non dovessi ritrovarla, ti aspetto ancora qui. Ma ti aspetto tra non più di cinque giorni, ché poi dovrò partire per un lungo viaggio e starò via molti e molti mesi. Ti metto al primo posto nella lista degli appuntamenti, va’.

Il giovane partì e a gran velocità toccò tutti i punti segnati dalla mappa, ma della sua motivazione non v’era traccia.

Tornò sconsolato dal monaco.

Saggio Satria Bagus Pulosari Pon-go, ho girato il paese a piedi in lungo e in largo, ma della mia motivazione nessuna traccia.

Quanti chilometri hai percorso in questi cinque giorni?, chiese il monaco.

Millesettecentoventisette, rispose il giovane. Tutti correndo per non arrivare secondo all’appuntamento.

Il monaco gli consegnò un sacchetto: tieni, qui dentro c’è la tua motivazione. Conservala in un cassetto del comodino e non aprire mai il sacchetto, mai. Controlla ogni giorno che sia al suo posto e non la perdere mai più.

E se la perdo?

Ti rifai il giro dei depositi e poi torni qua. Però ti metto in lista a fine serata, te lo dico subito.

Un giorno arrivò un uomo di mezza età, con una faccia intelligente e tristissima.

Onorevole Satria Bagus Pulosari Pon-go, so che altri prima di me hanno varcato la soglia di questa dimora e hanno visto risolti i loro problemi, così vengo umilmente a chiederti di aiutarmi.

Cosa ti occorre, brav’uomo?

E’ come se avessi perduto la motivazione rispetto alle cose che amavo.

E cosa amavi?, chiese curioso il monaco.

Amavo lo studio e l’idea di diventare il più grande scienziato del paese.

E poi?

E poi, per quanti sforzi abbia fatto, per quanti riconoscimenti abbia ottenuto, poco a poco la passione è affievolita e oggi non trovo più motivo per essere ancora il grande scienziato che fui.

Uhm, disse il monaco, questo è un caso davvero difficile. Sono stati forse gli sforzi a demotivarti?

No, illustre Satria Bagus Pulosari Pon-go.

E’ stata la penuria di denaro a scoraggiarti?

No, magnanimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Uhm…e cosa hai fatto in tutto questo tempo in cui svaniva la tua motivazione?

L’uomo iniziò a sciorinare una serie di fatti, eventi, e man mano che raccontava, la fronte gli si spianava: ho avuto tre figli, a due di loro ho insegnato a cavalcare, ho costruito una casa per la mia famiglia, ho assistito i miei anziani, ho toccato le sponde di fiumi e mari,  ho visto il sole tramontare dai monti…e poi diventavo scontento e volevo tornare allo studio, e poi di nuovo ricominciava il tormento. E nuovamente gli si disegnò sul volto l’infelicità.

Il monaco si passò la mano sul capo pelato, non riuscendo a comprendere il problema.

Ricominciamo daccapo, disse all’uomo. Che cosa ti disturba dell’aver perso la tua motivazione?

E’ come se, rispose l’uomo, è come se qualunque cosa io faccia, provi gusto solo a fare altro e per questo mi senta in colpa. E’ come se in qualche modo, qualsiasi cosa faccia, tradisca il vero me stesso, che è sempre quell’altro.

Benissimo, concluse il monaco porgendogli due braccialetti, il caso è risolto: qui ci sono due motivazioni. Il braccialetto rosso è quello della scienza, quello verde è quello degli affetti. Di volta in volta ne indosserai uno e ti comporterai secondo la motivazione prescelta. Quando sarai stanco metterai l’altro, e così di seguito. Dovrai attenerti nelle tue azioni solo al braccialetto che indossi.

E funzionerà?, chiese l’uomo. Funzioneranno sempre entrambi?

Moltissimo, rispose Satria Bagus Pulosari Pon-go, nessuno si è mai lamentato e non sarai certo tu il primo. Se non dovessero proprio funzionare, ti verrà un senso di colpa molto più grande di quello che hai portato qui oggi e dovremo passare dalla gestalt alle maniere forti.

E sarà doloroso?,  chiese lo scienziato.

Meno di quel che credi, concluse il monaco, ma non ci farai di certo una bella figura.

Infine si presentò una giovane donna.

Non dirmi che sei qui per la motivazione!, sbottò il paziente monaco, che ogni tanto avrebbe voluto qualcuno che salisse sulla montagna a raccontargli storie piccanti di tradimenti e dilemmi amorosi, vendette da compiere, maldicenze dei vicini.

Non esattamente, fulgido Satria Bagus Pulosari Pon-go, la motivazione ce l’ho, non so cosa mi manca. Forse solo un poco in più me ne serve, ma pochissima. Quasi niente.

Sono spiacente, rispose il monaco, ma io di motivazioni da dare ad altri non ne ho più, arrangiamoci in qualche altro modo. Potrei darti del denaro, del cibo. Un orologio a cucù. Che ne dici?

Non è ciò di cui ho bisogno, pragmatico Satria Bagus Pulosari Pon-go. Quello che mi serve è cambiare la mia vita, cambiarla completamente.

Cosa c’è che non va nella tua vita?

Sono triste, infelice, sola, mi lamento. Sono troppo remissiva e troppo arrabbiata, ogni giorno mi aspetto che accada qualcosa a scuotermi e non accade, faccio mille propositi e poi non so da dove cominciare per metterli in pratica, io ci metto tutta la buona volontà, ma poi la vita resta sempre la stessa, non è colpa mia se sono sfortunata.

Come ti ho detto, replicò il monaco, non ho motivazioni da offrirti. Arrivano il mese prossimo. Sicché dobbiamo escogitare qualcosa. Entriamo nel dettaglio: ma tu, per cambiare la tua vita, cosa saresti disposta a fare?

Di tutto, spiritualissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Di tutto di tutto ma proprio di tutto anche una cosa imprevista e magari non proprio regolare e pure in camera da letto?

Qualsiasi cosa. Non è la volontà che mi manca, penetrantissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono disposta a grandissimi sacrifici, è che vorrei solo un aiutino per iniziare, un punto che mi indicasse la via da seguire.

Bene. A che ora sei solita alzarti al mattino?

Alle otto, rispose la donna.

Benissimo. A partire da domani ti sveglierai alle sei e mezza, per almeno un mese consecutivo.

Ma è prestissimo, Satria Bagus Pulosari Pon-go, e con l’inverno che arriva il freddo mi gelerà i piedi e le mani, e sarà ancora buio. E soprattutto: cosa farò una volta alzatami così presto?

Ti osserverai alzarti così presto, rispose il monaco.

Non vorrei insistere, sagace Satria Bagus Pulosari Pon-go, ma mi sembra un fatto totalmente inutile, sussurrò la donna alquanto infastidita.

E come pensi dunque di voler davvero cambiare completamente la tua vita se non riesci nemmeno a svegliarti un’ora e mezza prima?

Poi Satria Bagus Pulosari Pon-go si alzò, con fare ieratico, e scomparve dietro una cortina, richiamato da una profonda motivazione alla minzione.

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Ho ritrovato questa mattina una cartellina di appunti di un corso sulla motivazione lavorativa e indecisa se chiuderla in un pacco bomba da inviare in una serie di sedi istituzionali o eventualmente rileggerla caso mai mi fosse sfuggito qualcosa di fondamentale,  mi sono detta che era meglio se respiravo in profondità e poi mi ci facevo una risata su. Ecco.

Insonnia. Mai più il pollo con le patatine fritte per cena. Mai più.

settembre 14, 2009

Di fatto – pensavo stanotte, saranno state le tre – ecco, pensavo a quella storia dei formalisti russi, secondo i quali tutte le fiabe hanno la stessa struttura a far da ossatura e il contenuto diventa fatto accessorio.

Ecco, pensavo a questo fatto qua e contemporaneamente avevo freddo e non riuscivo a riprendere sonno e così invece di contare le pecore pensavo alle fiabe e alle strutture e pensavo anche al perché io abbia con le fiabe un rapporto così controverso e ambivalente.

Così mentre mi alzavo per chiudere la finestra della cucina – che il freddo veniva da lì e si insinuava nelle altre stanze – mi sono detta che le favole suscitano in me quella specie di orrore caratteristico dei traumi e delle coazioni a ripetere successive.

Come i bambini che giocano ossessivamente all’ospedale dopo un’operazione, come le persone che continuano a scegliersi partner violenti che ricordino una figura dell’infanzia per cercare ogni volta di superare il ricordo e la questione tutta.

Quindi, volendo giungere a definizione del mio rapporto difficile con le fiabe – che pure scrivo in abbondanza e anzi credo di non saper fare altro – mi sono detta, avvolgendomi strettamente nel copriletto e ripiegando ancora un poco il cuscino sotto la testa, che l’attrazione/repulsione dello schema è la mia forza motrice e al tempo stesso la mia tomba psichica.

Voglio lo schema perché mi protegge, non lo voglio perché mi limita.

Uno, due. Uno, due. Inspirare, espirare. Tirare, mollare. Trattenere, cedere. Sistole, diastole. Tic, tac.

Pare che il mondo funzioni per coppie di opposti, sicché è probabile che questo tira e molla dello schema io me lo debba tenere per tutta la vita e farmene una ragione. Variare i contenuti, come fanno i formalisti, ma girare sempre intorno al circolo  proibizione à trasgressione à punizione (colpa) à trasgressione à punizione e andare avanti fino a esaurimento, estenuando me medesima e chi mi capita accanto.

Mentre pensavo alle fiabe ovviamente mi è venuta in mente la mia preferita, che è la Bella e la Bestia, intorno alla quale si è costruito il mito più devastante della storia: ossia che le persone cambino per far piacere a noi. E non dite che non è vero, perché lo pensiamo tutti. Pure quelli che dicono: ma quando mai. Lo pensiamo anche nostro malgrado, come si evince da certi lapsus o da certe fantasie fugaci.

Invece la storia della Bella e della Bestia si basa su tutto un altro postulato, e fin qui, il fatto dell’accettazione, del potere taumaturgico dell’amore incondizionato e blabla, ci arriviamo tutti.

Quello che invece non tutti sappiamo è che la prima formulazione della favola – non la versione edulcorata arrivata fino a noi, ma quella di Madame de Villeneuve in prima scrittura – era una vicenda esplicitamente erotica, il che sposta un poco la riflessione in un modo che è un poco lungo da spiegare e infatti lo spieghiamo un’altra volta ma al momento ci serve solo per capire la dinamica.

Nella prima versione c’è la Bestia che tutti i giorni chiede alla Bella: ma tu ci vuoi venire a letto con me, sì o no?

E la Bella risponde sempre di no.  La Bestia si prende il rifiuto e non insiste. La Bella si stupisce del fatto che la Bestia non si arrabbi e si sente tutta combattuta tra il terrore che prima o poi – il giorno dopo, la settimana seguente, dopo tre mesi – la Bestia perda le staffe e la violenti o la schiatti di mazzate e il sentimento di riconoscenza per il comportamento – che in qualche luogo sente essere profondamente sincero – che riceve quotidianamente, fatto di rispetto e affetto delicato.

Tuttavia non si fida. No, che non si fida. Del resto di questi tempi – che sono sempre gli stessi dal Trecento ad oggi e continueranno ad esserlo per i prossimi cinquecento anni – come ci si fa a fidare?

Poi però la sera si mette a letto e se lo sogna. Non se lo sogna Bestia, no.

Ma non se lo sogna neanche propriamente Bello. Nemmeno Principe. Niente affatto.

Se lo sogna in un modo curioso, che potremmo definire bellamente bestiale (o bestialmente bello), è lui e non è lui, a tratti le sembra un’anima sconosciuta in un corpo non minaccioso (e sente di desiderare il quid noto della psiche della Bestia), a tratti sembra proprio la Bestia privata del suo corpo (e nemmeno questo le piace tanto, ‘sta cosa eterea senza sostanza): insomma sembrerebbe che a questa Bella – tra un parolina, un sogno, un allusione velata e la tensione erotica che giorno per giorno si produce – la Bestia piaccia assai, anche e soprattutto perché questa Bestia – a conti fatti – non ha niente di bestiale, o sì, magari un poco, però in realtà non è che un gran parlarne intorno, che amplifica e complica tutto. Una leggenda metropolitana. Uno di quei soprannomi che si affibbiano in terza elementare e poi ti restano appiccicati per sempre. Tipo er Patata o ‘a’ngriccata.

Una serie di congetture e di sentito dire. E poi, madre mia, sta sempre tutto spettinato, tutto disordinato. Quello pure fa gioco, nel quadro complessivo.

A dire il vero nemmeno Barbablù  era cattivo, nella sua formulazione originaria. Secondo me è il destino degli introversi quello di passare un poco per orsi, selvatici e minacciosi. O pure per stupidi, dipende dalle modalità dell’introversione.

Pigliate per esempio King Kong. Era cattivo? No, che non lo era, tutto un equivoco.

E Shrek? E jà, Shrek è troppo bellino.

Insomma –  si erano fatte quasi le quattro e cominciavo a sudare, tutta avvolta nel copriletto a mo’ di mummia egiziana – alla fin fine mi sono detta che questo topos dell’Altro-che-spaventa non era un fatto solo mio, ma attraversava tutto un arco temporale narrativo (e direi pure psicologico) che non finiva più, e che non mi dovevo sentire troppo in colpa.

Certo, a volere essere onesti, le Belle che si sono succedute nella letteratura tenevano assai più pazienza di me, almeno così dicono Propp, Bachtin e compari: al comma tre la Bella di turno accetta un destino – scelto in modo più o meno controverso e consapevole – e poi se lo sorbisce. Si adegua, si adatta, si plasma, si rilassa. E soprattutto non scassa il cazzo.

Arrivata a questo punto di riflessione ho iniziato tutto un miserere e un esame di coscienza che non finiva più e ho concluso che lungi dall’essere marcata dai tratti della Bella, avevo piuttosto lo stigma della sorellastra di Cenerentola.

Come è tipico di tutti gli esami di coscienza, dopo un poco ci si addormenta. Non si è mai capito se è la Buona Coscienza, che si addormenta perché non ce la fa a sentire tante inutili  idiozie, o se è la Cattiva Coscienza che simula un malore pur di non confessare e gettare la spugna. Fatto sta che mi sono addormentata e per qualche tempo mi sono fatta un sogno tipico della CCV (Cattiva Coscienza Vendicativa), sparpagliando tutta la mia cattiveria sugli altri attori del sogno (sempre per quel fatto di Trasgressione, Punizione, Colpa, Punizione e Trasgressione ad libitum).

Quando mi sono svegliata alle sei ho avuto l’illuminazione.

Nei trecento anni di favola della Bella e della Bestia e in tutte le sue ventisette variazioni a partire da quella più nota, il Bestia-pensiero è spesso sottaciuto. L’unico caso che mi venga in mente in cui alla Bestia è data facoltà di parola – penso all’Epiphane Otos della Nothomb – gli esiti sono assolutamente diversi e il suo punto di vista sulla bellezza interiore niente affatto rassicurante.

Nella maggior parte dei casi tutta la fine indagine psicologica è focalizzata sulla Bella, sui suoi turbamenti, sui suoi stati d’animo. Fondamentalmente – come già la moglie di Barbablù – la Bella è un poco dissociata e tutta la favola  è la costruzione di un’unità emotiva, intellettuale, affettiva. Una riconciliazione con il lato oscuro. Una presa di responsabilità.

Ma la Bestia, invece, la Bestia di cui poco o nulla sappiamo, come si sente?

La signora De Villeneuve, che è una narratrice onesta, ce lo racconta un poco, pur fermandosi solo alla soglia e descrivendo invece meglio i suoi comportamenti: la Bestia, nel cercare di persuadere la Bella, la invita a basare il giudizio sui comportamenti che lui le usa, sul sentire più che sul vedere, sul valutare in prima persona invece di usare filtri inadeguati. Come già in Barbablù, viene richiesto alla donna di rinunciare ai sensi espliciti e attivare facoltà percettive più sottili, di fondare la fiducia oltre le apparenze, non in nome di un’arroganza tutta maschilista, ma proprio in virtù di quanto viene praticamente dimostrato. E soprattutto le viene ricordato che nessuno l’ha obbligata a stare lì, nella casa della Bestia, ma che ci è andata di sua iniziativa (certo, non completamente libera, c’è la crisi, due stipendi sono meglio di uno, meglio questo che la solitudine, lo faccio per la mia famiglia, a tutti e due piace giocare a tennis e non avevamo con chi dividere il campo il giovedì sera, passata una certa età non ti prende più nessuno, non mi importa se è una Bestia basta che tiene lo yacht e la casa a Portofino, e chiùppete chiàppete, ma tutto sommato alla fine è lei che ci è andata nella tana della Bestia. Poteva anda’ pure in convento o fidanzarsi con un ragioniere stempiato, ve’).

Insomma, la Bestia si fa valere con pacatezza. Adotta il metodo scientifico, l’unico confutabile solo praticamente, e perciò stesso attendibile.

Il salvo prova contraria.

Nel corso della mattinata ho continuato a rifletterci. In fondo è vero: la Bestia ha stile e determinazione. Carisma e piacioneria. Una cosa di mezzo tra Jean Reno e Gerard Depardieu.

Amo’ – volevo dire a un certo punto alzando il telefono – e però secondo me il vero problema delle coppie, anche quelle che vanno proprio d’accordo, è che gli uomini parlano troppo poco. Siamo sempre noi a far da protagoniste, a criticare, a spiegare, a discutere, a vivisezionare il rapporto, a cercare di migliorarlo, a sintetizzare, a esprimere. Voi invece non dite mai niente, non si riesce mai a capire quello che pensate, come state, siamo sempre noi che dobbiamo dire come ci sentiamo, cosa vogliamo, cosa non vogliamo. Lo dobbiamo dire per noi e per voi, interpretare, tradurre. Io per esempio vorrei sapere tu come la pensi, come stai, cosa ti provocano queste mie riflessioni. Sei d’accordo con me, vero? Condividi, eh? Del resto tutto dimostra che è cosi, ti trovi? Amo’, secondo me io e te dobbiamo parlare un po’ di più.

Poi però non ho detto niente e ho lasciato il telefono in borsetta. La Coscienza mi ha dato un calcio negli stinchi e ho capito che era meglio se mi stavo zitta. Almeno questa volta. Almeno una.

Secondo me almeno una ce la posso fare.

Né il sole né la morte si possono guardare fissamente (François de La Rochefoucauld).

settembre 7, 2009

Di tutte le conversazioni di questi giorni, degli ultimi mesi, delle settimane passate, so che questa mi resterà impressa per sempre, più di ogni altra. Questo tono tragico e surreale, questa necessità dello spiegare, per il terrore dell’assenza di parola. Del definire, per terrore del vuoto e del nulla.

Entro in ospedale e ti trovo infuriato, con quei baffi di plastica del respiratore: questi non hanno capito un cazzo. Perché o lo sanno, e allora mi spiegano questo dolore da dove viene, perché viene, e soprattutto se c’è un modo per tirarmene fuori, oppure non lo sanno e continuano a far finta  di cercare, di sapere,  come se io fossi un idiota e non sapessi fare le domande. Come se io non sapessi già che cosa ho. Io chiedo e loro capuzzéano.

E’ che io non so mentire, non so mentire mai. A nessuna delle persone che amo. Sono la donna della verità a tutti i costi, della lealtà, la donna delle cattive notizie, delle ipotesi dolorose, delle comunicazioni scarne e dirette, dello schiaffo brutale, delle spiegazioni scientifiche, degli aut-aut.

Allora mi tocca spiegarti, spiegare da dove viene questo dolore e perché, del nulla che ormai è rimasto da fare, di come il male si stia propagando senza più possibilità di intervento. Mi tocca spiegarti tutto, perché a volte l’incertezza è peggiore dello stesso male, specie se è doloroso. Del resto me lo hai insegnato tu.

E allora quando muoio?, dimmi la verità.

Non si sa. Potrebbe essere una settimana, due. Un mese, due. Non si sa.

Tu mi nascondi qualcosa.

Peggio di quello che ti sto dicendo penso ci sia ben poco.

Vabbè, qua non si sa mai niente, e io devo fare la figura del coglione. Si può sapere almeno di che muoio? E allora io di che muoio, in definitiva?

Nemmeno questo sappiamo, non lo sa nessuno.

Non è possibile, ci devono pur essere delle statistiche, dei dati. Si dirà: nel cinquanta per cento dei casi sopravviene crisi respiratoria, nel trenta insufficienza renale, nel dieci un infarto, nel quindici un’altra cosa. Non è possibile che non si sa, oppure lo sapete e non me lo volete dire.

Stringo i denti in un misto di dolore e impazienza: e invece non si sa. Ma ammesso che pure si sapesse, a te che te ne importa?

E se permetti è la mia morte, avrei pure il diritto. Pure per prepararmi, dico. Voglio sapere come muoio, eccheccazzo!

Stringe i denti e si asciuga una lacrima.

Non si sa, davvero.

Allungo la mano in una carezza, ma mi allontana stizzito.

E allora non capiscono un cazzo, te l’ho detto. I professori di questa minchia!

Perdo la pazienza: vabbè, è come dici tu. L’ipotesi più probabile è il collasso polmonare, poi questo, poi l’embolo, poi quell’altro. Poi c’è uno zero virgola zero zero zero uno per mille che invece esci dall’ospedale e vai sotto una macchina. Va bene così?

Piange.

Un poco pure io.

E poi sorrido, quasi involontariamente.

E’ l’uomo dei post-it dietro la porta: 15 maggio tagliando auto N., chiamare prima meccanico, 27 giugno assicurazione B., telefonare Sergio, 27 agosto controllo dottor P. portare cartella clinica, 13 settembre vaccinazione L., numero idraulico (solo ore pasti), mail commercialista, fascicolo n. totmila alla Procura della Repubblica (fare fotocopia), martedì riunione motoclub, 30 ottobre elezioni federazione (prendere tessere).

Decine di post-it, sigle, acronimi, appunti per non farsi trovare impreparati. Mai. Avere tutto in ordine. Ricordarsi di.

Se potesse ne vorrebbe uno tra gli altri, una data da segnare. Magari con due asterischi per evidenziarlo.

Giorno tot: ricordarsi di morire per insufficienza respiratoria. Improrogabile.

Che senza un poco di programmazione non si va da nessuna parte, è tutta la vita che ve lo ripeto. Ma tu e tua sorella fate sempre finta che non ci sentite, da quest’orecchio!

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Nella passata primavera, nel mio andirivieni tra ufficio e università, su una polverosa bancarella gestita da un vecchietto zozzoso, che per lo più ospita romanzi di Liala e fumetti porno degli anni ’70, ho comprato La solitudine del morente, di Norbert Elias, con un misero euro. L’ho messo via, sapendo che l’avrei ripreso quando fossi stata pronta. Lo sto finendo in questi giorni.

Nel frattempo avevo letto di una società dalle parti della Polinesia o giù di lì in cui la morte di qualcuno annulla – per così dire giuridicamente, considerando che non si tratta di diritto in senso tecnico – tutti i legami dei congiunti che sopravvivono, e simbolicamente si sciolgono le famiglie di quelli che restano per annodare nuove relazioni e fondare nuove esistenze. Una società in cui il Sé non esiste, se non nel senso pieno della Relazione. La fine annulla i legami e cancella il passato, senza scandalo.

Tra i due modelli mi pare che non esistano vie di mezzo, che si siano perdute. Tra la morte che va occultata in modo asettico perché nulla di ciò che permane venga contagiato e la consapevole e inevitabile devastazione provocata dall’accettazione della finitudine umana, abbiamo smarrito le vie di mezzo. Tra l’assoluta individualizzazione e privatizzazione della morte e la totale socializzazione dell’evento c’è un baratro che non si riesce a colmare, su cui la stessa burocrazia inciampa e tace.

La morte sono cazzi nostri, direbbe mio padre.

Stiamo scontando, giorno per giorno, l’ipocrisia di una società che nega l’eutanasia e d’altro canto non ha le risorse per assistere e alleviare il dolore fisico di chi sceglie di resistere, per volontà, determinazione e per quel insopprimibile vizio del voler vivere, quali che ne siano le condizioni.

La morfina sottocutanea non può essere prescritta dal medico di base, solo dal terapista del dolore.

Quando potrà venire?

Non si sa, c’è la lista d’attesa.

E l’assistenza domiciliare?

Eh, la lista d’attesa è ancora più lunga.

E nel frattempo?

Che volete che vi dica…