Né il sole né la morte si possono guardare fissamente (François de La Rochefoucauld).

Di tutte le conversazioni di questi giorni, degli ultimi mesi, delle settimane passate, so che questa mi resterà impressa per sempre, più di ogni altra. Questo tono tragico e surreale, questa necessità dello spiegare, per il terrore dell’assenza di parola. Del definire, per terrore del vuoto e del nulla.

Entro in ospedale e ti trovo infuriato, con quei baffi di plastica del respiratore: questi non hanno capito un cazzo. Perché o lo sanno, e allora mi spiegano questo dolore da dove viene, perché viene, e soprattutto se c’è un modo per tirarmene fuori, oppure non lo sanno e continuano a far finta  di cercare, di sapere,  come se io fossi un idiota e non sapessi fare le domande. Come se io non sapessi già che cosa ho. Io chiedo e loro capuzzéano.

E’ che io non so mentire, non so mentire mai. A nessuna delle persone che amo. Sono la donna della verità a tutti i costi, della lealtà, la donna delle cattive notizie, delle ipotesi dolorose, delle comunicazioni scarne e dirette, dello schiaffo brutale, delle spiegazioni scientifiche, degli aut-aut.

Allora mi tocca spiegarti, spiegare da dove viene questo dolore e perché, del nulla che ormai è rimasto da fare, di come il male si stia propagando senza più possibilità di intervento. Mi tocca spiegarti tutto, perché a volte l’incertezza è peggiore dello stesso male, specie se è doloroso. Del resto me lo hai insegnato tu.

E allora quando muoio?, dimmi la verità.

Non si sa. Potrebbe essere una settimana, due. Un mese, due. Non si sa.

Tu mi nascondi qualcosa.

Peggio di quello che ti sto dicendo penso ci sia ben poco.

Vabbè, qua non si sa mai niente, e io devo fare la figura del coglione. Si può sapere almeno di che muoio? E allora io di che muoio, in definitiva?

Nemmeno questo sappiamo, non lo sa nessuno.

Non è possibile, ci devono pur essere delle statistiche, dei dati. Si dirà: nel cinquanta per cento dei casi sopravviene crisi respiratoria, nel trenta insufficienza renale, nel dieci un infarto, nel quindici un’altra cosa. Non è possibile che non si sa, oppure lo sapete e non me lo volete dire.

Stringo i denti in un misto di dolore e impazienza: e invece non si sa. Ma ammesso che pure si sapesse, a te che te ne importa?

E se permetti è la mia morte, avrei pure il diritto. Pure per prepararmi, dico. Voglio sapere come muoio, eccheccazzo!

Stringe i denti e si asciuga una lacrima.

Non si sa, davvero.

Allungo la mano in una carezza, ma mi allontana stizzito.

E allora non capiscono un cazzo, te l’ho detto. I professori di questa minchia!

Perdo la pazienza: vabbè, è come dici tu. L’ipotesi più probabile è il collasso polmonare, poi questo, poi l’embolo, poi quell’altro. Poi c’è uno zero virgola zero zero zero uno per mille che invece esci dall’ospedale e vai sotto una macchina. Va bene così?

Piange.

Un poco pure io.

E poi sorrido, quasi involontariamente.

E’ l’uomo dei post-it dietro la porta: 15 maggio tagliando auto N., chiamare prima meccanico, 27 giugno assicurazione B., telefonare Sergio, 27 agosto controllo dottor P. portare cartella clinica, 13 settembre vaccinazione L., numero idraulico (solo ore pasti), mail commercialista, fascicolo n. totmila alla Procura della Repubblica (fare fotocopia), martedì riunione motoclub, 30 ottobre elezioni federazione (prendere tessere).

Decine di post-it, sigle, acronimi, appunti per non farsi trovare impreparati. Mai. Avere tutto in ordine. Ricordarsi di.

Se potesse ne vorrebbe uno tra gli altri, una data da segnare. Magari con due asterischi per evidenziarlo.

Giorno tot: ricordarsi di morire per insufficienza respiratoria. Improrogabile.

Che senza un poco di programmazione non si va da nessuna parte, è tutta la vita che ve lo ripeto. Ma tu e tua sorella fate sempre finta che non ci sentite, da quest’orecchio!

————

Nella passata primavera, nel mio andirivieni tra ufficio e università, su una polverosa bancarella gestita da un vecchietto zozzoso, che per lo più ospita romanzi di Liala e fumetti porno degli anni ’70, ho comprato La solitudine del morente, di Norbert Elias, con un misero euro. L’ho messo via, sapendo che l’avrei ripreso quando fossi stata pronta. Lo sto finendo in questi giorni.

Nel frattempo avevo letto di una società dalle parti della Polinesia o giù di lì in cui la morte di qualcuno annulla – per così dire giuridicamente, considerando che non si tratta di diritto in senso tecnico – tutti i legami dei congiunti che sopravvivono, e simbolicamente si sciolgono le famiglie di quelli che restano per annodare nuove relazioni e fondare nuove esistenze. Una società in cui il Sé non esiste, se non nel senso pieno della Relazione. La fine annulla i legami e cancella il passato, senza scandalo.

Tra i due modelli mi pare che non esistano vie di mezzo, che si siano perdute. Tra la morte che va occultata in modo asettico perché nulla di ciò che permane venga contagiato e la consapevole e inevitabile devastazione provocata dall’accettazione della finitudine umana, abbiamo smarrito le vie di mezzo. Tra l’assoluta individualizzazione e privatizzazione della morte e la totale socializzazione dell’evento c’è un baratro che non si riesce a colmare, su cui la stessa burocrazia inciampa e tace.

La morte sono cazzi nostri, direbbe mio padre.

Stiamo scontando, giorno per giorno, l’ipocrisia di una società che nega l’eutanasia e d’altro canto non ha le risorse per assistere e alleviare il dolore fisico di chi sceglie di resistere, per volontà, determinazione e per quel insopprimibile vizio del voler vivere, quali che ne siano le condizioni.

La morfina sottocutanea non può essere prescritta dal medico di base, solo dal terapista del dolore.

Quando potrà venire?

Non si sa, c’è la lista d’attesa.

E l’assistenza domiciliare?

Eh, la lista d’attesa è ancora più lunga.

E nel frattempo?

Che volete che vi dica…

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17 Risposte to “Né il sole né la morte si possono guardare fissamente (François de La Rochefoucauld).”

  1. cizou Says:

    hai ragione. e l unica cosa da fare è proprio quella ,la morfina. in dosi le piu idonee possibili al non far soffire. in questo paese pare che il dolore debba essere necessario per forza. tempo fa ,il nonno di un mio vecchio ifdanzato stava morendo.aveva un tumore alla gola. il medico ,cinicamente disse ;perche curarlo ,tanto deve morire.
    appunto ,quando uno deve morire perche deve soffrire? tanto appunto deve morire. che paese vecchio e ingiusto.

  2. MonsieurIdiota Says:

    spero sia un racconto, e non vita vera…

  3. hobbs Says:

    mio padre la morfina se la fregava dall’armadietto. e io la sera andavo a letto e da ateo, pregavo perché non si svegliasse più. Lui, non sapeva nulla, non ha mai voluto sapere e nessuno aveva voluto dirglielo, con tanto di certificati medici falsi. un giorno non mi ha riconosciuto nemmeno. Allora, ho capito che la malattia ti toglie la dignità e i ricordi, almeno quanto uno stato incapace di rendersi realmente laico ti nega il diritto ad una fine senza dolore. La coscienza della morte, dovrebbe passare ancor prima della nostra egoistica paura del distacco da chi amiamo, per il rispetto assolutamente “terreno” per chi soffre.

    leggerti, oggi, è stato molto difficile…

  4. Flounder Says:

    l’altra cosa che mi sta lasciando perplessa – non sconvolgendo, perché un po’ me lo aspettavo – è la scoperta che non è possibile avere in questo Paese un funerale aconfessionale.
    è l’ennesimo paradosso di un sistema che cerca di trasformare la morte da fatto sociale a fatto provato, per poi rigettarlo in una socialità altra e prestabilita, senza possibilità di scelta.

  5. Zu Says:

    Non è vero: ho presenziato due anni fa a un funerale senza preti e i discorsi li abbiamo fatti noi amici. Anche una mia prozia romagnola ebbe un funerale civile, con la banda che suonava la sua canzone preferita, una decina d’anni fa.

  6. Flounder Says:

    volevo scrivere privato, prima. ho scritto: provato. freudianissimo.

    caro Zu, voi siete l’evoluto nord.
    in ogni caso ti riporto dal sito della Uaar:
    la prescrizione ai Comuni di “istituire una sala per onoranze funebri al feretro€ è rimasta, generalmente, lettera morta, salvo per quei cimiteri dove sia possibile effettuare anche la cremazione: in questo caso la cosiddetta €œSala della memoria può essere utilizzata pure per questo scopo.
    Per rimediare, il 21 novembre 2001 fu presentata una proposta di legge (firmata da 53 deputati, prima firmataria Gloria Buffo), con la quale si chiedeva l’€™istituzione in ogni comune di €œcase funerarie€, anche all’€™esterno del cimitero, dove poter svolgere il rito civile.
    Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Salute Sirchia, nella riunione del 19 giugno 2003 decise di presentare in Parlamento un disegno di legge per la disciplina delle attività  in materia funeraria. Nel febbraio 2005 la Camera approvò il provvedimento, passato poi al vaglio del Senato, senza essere però trasformato in legge entro il termine della legislatura. Da allora è calato il silenzio.

    questo signor Norbert Elias di cui parlo nel post scrive a riguardo, in qualche punto, che si è preferito da parte della società religiosamente informata, cedere al tabù del sesso, e abbassare la guardia su quello, ma non sul monopolio del trapasso.

    e per finire (perché tutto è strettamente connesso, ha a che fare con un’unica grande matrice che è quella del controllo dei corpi) da martedì prossimo la Regione Campania non eroga più prestazioni sanitarie in convenzione, hanno finito il budget. l’anno scorso arrivarono a fine ottobre, quest’anno a inizio settembre.
    bassolino si ricandida a sindaco.
    ma vafanculo, va’.

  7. elsecretario71 Says:

    ci sto pensando seriamente.
    ma seriamente assai.
    ci sono cresciuto io, la. e pure solo fino a un certo punto, che tengo sempre l’impressione che ho cominciato a crescere quando so’ arrivato qua.
    ci sono cresciuto io, la – dicevo – ma un figlio mio non so se ce lo voglio far crescere. mi sa di no, sapete ?!

  8. Flounder Says:

    ognuno cresce dove può, come può.
    qualcuno scappa, qualcuno si rinforza, qualcuno torna, qualcuno soccombe, qualcuno resiste e semina.
    chi può dire quale sia la via giusta?
    io oggi non saprei dirlo.

  9. Flounder Says:

    (ti porto a vivere a bolzano, a rovereto. poi voglio vede’)

  10. Zu Says:

    (mmh, in effetti non ricordo fosse stata messa a disposizione una sala pubblica: in un’occasione si usò un’abitazione privata, nell’altro forse fu tutto fatto all’aperto — hai ragione, anche sul fatto del controllo dei corpi)

  11. anonimo Says:

    ognuno cresce dove può come può.
    qualcuno scappa, qualcuno si rinforza, qualcuno torna, qualcuno soccombe, qualcuno resiste e semina.
    chi può dire quale sia la via giusta?
    io oggi non saprei dirlo.
    quanto è vero! Quanto è vero!

    Certe volte, nei miei pochi viaggi, mi stupisco di quanto è facile poi prendere e andarsene, mi sorprendo di come è semplice vivere altrove da questa regione, eppure sto sempre qua , c’è sempre un motivo.
    Puoi essere anche poverissimo, ma vivere in una terra ricca, dove anche i barboni hanno una loro dignità riconosciuta e riconoscibile, eppure tanti poveri e pure qualche ricco vivono in certi posti dove tutto e tutti degradano prigionieri della grevità , ma c’è sempre un motivo

  12. anonimo Says:

    oops, non mi sono firmato
    cav

  13. Anonimo Says:

    Flou’, so solo copiare le parole che chiudono il commento di Hobbs: leggerti, oggi, è stato molto difficile…”.

  14. aitan Says:

    Neanch’io saprei dirlo (e sì che ho letto questo testo da un bel po’ e cerco parole).

  15. YingEYang Says:

    L’ho letto soltanto oggi, il tuo post, e temo che sia una rivelazione, uno shoten zenjin, un segno.

    Un mondo strano, il nostro.
    In cui i medici non hanno il coraggio di dirti “stai morendo” oppure “morirai”.
    In cui, in presenza di una ipotesi di malattia grave, gravissima, ottieni un appuntamento a due mesi.
    In cui non riesci a capire che cosa ti dicono i medici, che hanno paura delle cause, e allora, anche in buona fede, davvero, ti imbrogliano: dicono abbastanza per non avere problemi, ma mai abbastanza per concederti il diritto di sapere che cosa sta succedendo a te e alle persone che ami.

    E’ stato tremendo leggerti, oggi, pensando che potrei essere io, al posto tuo, e avere davanti un uomo giovane e forte e trovare le parole per dirgli quello che nessuno avrò mai il coraggio di dirgli.

  16. didolasplendida Says:

    mia mamma lo disse mentre stava morendo
    “e nun era meglio na mazzata ‘ncapa?”
    poi ho letto da qualche parte che nell’antichità i vecchi venivano aiutati a morire colpendoli sul capo
    cmq qualche bugia devi impararla a dire, credo

  17. giorgi Says:

    Mio padre invece non ha mai voluto sapere la verità. Ma quando è arrivato il momento ha capito benissimo. E forse è stato meglio così. Sei sempre una grande donna, cara

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