Archive for ottobre 2009

Non so se mi spiego. Ma in verità  non so nemmeno se mi capisco.

ottobre 27, 2009

 

Una delle possibili soluzioni potrebbe consistere nel fatto che Cappuccetto Rosso decida ad esempio di mollare il contegno e fidanzarsi con il lupo – il lupo che è dentro di sé, caso mai – incidendo con un coltellino cuori su tutti gli alberi del bosco: I love the wolf, in barba a mammà,  a nonna no’ e al wwf.

Un’altra sarebbe smettere di ordinare pesci complicatissimi da sfilettare e spinare, concentrandosi sul lavoro di dissezione, in realtà indifferenti al bocconcino che se ne ricaverà, che assolutamente non ripaga dello sforzo. Ordinare direttamente un filetto e apprezzarne il sapore in tutta semplicità.

La soluzione sarebbe la resa, in ogni caso.

Ma non esistono rese indolori, non esistono rese che non prevedano – anche se solo temporaneamente –  una quota immensa di violenza su se stessi. Anche quando si tratti dell’unica alternativa rimasta.

Sto leggendo Fanon, I dannati della terra. Si parla di potere e violenza ai tempi della decolonizzazione.

Ma Fanon era innanzitutto uno psichiatra, uno che ha studiato il modo in cui il potere genera la violenza e i modi in cui questa si propaga, l’alienazione del dolore e della privazione.

In tre stadi. Nel primo la violenza resta esterna a sé, se ne è vittime impotenti. Il male è fuori e lo si subisce. Se ne ha una paura generica.

Nel secondo il male penetra e si propaga, ma non ha il coraggio di respingere l’offensore e si rivolge su obiettivi meno difficili. E’ l’epoca delle guerre fratricide. O se volete, dei dissidi all’interno della stessa famiglia. O della tortura inflitta a se stessi, del tormento che non dà pace. E’ l’epoca della paura e della possessione, della stregoneria e del soprannaturale. O se volete della preghiera e dello scongiuro. Del rivolgersi altrove per il terrore di agire, per la paralisi indotta da rabbia e sconcerto. La paura morde di più, ma non ancora a sufficienza.

Nella terza il male è introiettato e la ferita sanguina e fa più male che mai. E’ il momento della lotta armata, della vendetta. E’ il momento in cui si ripaga quanto si è ricevuto. E’ il momento in cui si sovverte il sistema. E’ la resa al male e al dolore in vista del salto di qualità. La paura si fa rabbia e motore. Si fa cambiamento.

Tutto questo non ha a che fare solo con la decolonizzazione, lo sento.

Tutto questo è quanto si produce dopo ogni strappo, dopo ogni offesa. Dopo ogni privazione.

Canetti dice che la morte è un’offesa. Io dico che la menzogna è un’offesa. Il tradimento è un’offesa. La guerra è un’offesa. Il potere è un’offesa. L’offesa può generare rabbia o paura, secondo i momenti. Per me la stessa vita in certi momenti è un’offesa.

Abbiamo appurato che ostinazione e procrastinazione sono le due facce della stessa medaglia, che aggredire l’ostacolo a morsi o allontanarlo da sé per meglio prendere la rincorsa e colpirlo, sono figli della stessa paura. Abbiamo appurato che la paura è la madre di tutto, è inutile girarci intorno e abbellirla con parole ed esempi superflui.

E’ l’origine dei troppo vuoti e dei troppo pieni, è la nemica delle vie di mezzo e della stabilità.

Abbiamo appreso che talvolta i tentativi di conciliazione, le scuse offerte, sono una finzione, una messa con le spalle al muro. Ero a pranzo con il delegato australiano, oggi. Mi raccontava che il nuovo premier, nell’assumersi le colpe della storia per aver strappato la terra agli aborigeni e nell’aver varato un piano di restituzione delle stesse, ha posto come condizione che gli aborigeni dimostrino in qualche modo di aver saputo far fruttare queste terre negli ultimi duecento anni. Una condizione capestro, per chi da sempre si è nutrito di larve e radici, rispettando la terra che lo ospita, senza provare paura.

Nemmeno questo ha a che fare esattamente con la decolonizzazione, ma con meccanismi più profondi di cancellazione dell’alterità. Con l’imposizione di un potere violento che non ammette differenze. Ha a che fare con la cancellazione della propria  paura mediante sforzi vani, cercando di trasferirla fuori di sé per colpire qualcun altro.

Forse la resa consisterebbe esattamente nell’accettare tutto questo, nel riuscire a ridere con chi bonariamente prende in giro le mie paure, con chi guarda nei miei armadi polverosi e trova scheletri chiacchieroni.

Questa è la vita, cocca, non hai alternative se non l’isolamento. E non funzionerebbe: il lupo è anche dentro di te.

Prendere questa paura e invece di seppellirla in un cassetto lasciarla parlare, urlare con tutto il fiato. Lasciare che sovverta il sistema. Il mio stesso sistema.

Vederla potersi trasformare in un collante che unisca le metà disperse, invece di un’ombra che si muove come un fantasma a occupare lo iato, lasciando le cose distanti.

Sono in uno stato di enorme disordine, in un’agitazione che risveglia vecchi mali. Il primo sintomo è la perdita del corpo. Poi c’è il vivere attraverso i corpi altrui, le vite altrui, perché restituiscano senso e sostanza.

Poi la difficoltà a distinguere la violenza dal calore e la paralisi.

Poi questo enorme senso di smarrimento.

La paura annulla il senso critico, è questa la sua enorme potenza.

Vorrei sovvertirmi facendomi il minor male possibile, cambiare pelle come un serpente.

Ridere di me a crepapelle.

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Poco, pochissimo. Lo stretto necessario.

ottobre 14, 2009

 

Io ve lo giuro.

Io scriverei, se solo potessi. Ma non posso.

E non perché mi manchino il tempo e gli argomenti. E’ proprio che non posso: ogni parola scritta è una lama, una punta acuminata, un bisturi che incide.

Ogni pensiero compiuto un laccio scorsoio, una pietra al collo.

Eppure scrivere mi è stato dato come compito, in questi giorni. Perché la mia è una scrittura che cura, che aiuta. Perché scrivere è la mia maniera di arrivare al fondo delle cose, toccarle con mano, riuscire a guardarle, comprenderle e integrarle nuovamente dentro di me.

Ma in questo momento io non riesco neppure ad autocurarmi, non riesco in niente, se non a pensare.

E dio solo sa di quanto ne avrei bisogno.

Parlo sempre di meno, io che avrei chiacchierato anche con i sassi.

In questo momento vivo dentro di me, assemblo immagini, pensieri, ricordi, speranze. Cerco di disegnare un futuro e mi dibatto in un presente talmente vischioso da intrappolarmi. Un presente che mi inchioda al passato. Un presente in cui sto cercando di condensare e far vivere ciò che non ha avuto tempo e forse non lo avrà.

Un presente, soprattutto, in cui temo, più di ogni altra cosa, la perdita del potere immaginativo, del senso della cura e della fiducia. Che per me equivale a morire, in un certo senso.

Mi scuso, mi scuso moltissimo per non rispondere al telefono, per non rispondere alle mail, per rimandare ed evitare tutti i contatti umani.

Sono crisalide in un bozzolo. Forse ne uscirò incartapecorita, rinsecchita.

Che si salvino almeno le labbra, come nei sogni di chi tra molti mi vuol bene.

Win for wife. In un certo senso come un’esaltazione della piccola solidità borghese.

ottobre 7, 2009

E allora mi sono messa a osservare questa cosa del Win for Life e mi sono balzate agli occhi subito due cose.

Premetto che era già da diverse settimane che stavo pensando ai giochi e alle lotterie, per via di un saggio che avevo letto sui combattimenti dei galli a Bali e le relative scommesse, e mi ero fatta curiosa dei meccanismi alla base del gioco e delle funzioni e delle dinamiche di regolazione sociale che ci sono dietro.

Non i meccanismi psicologici dell’ossessione-compulsione, dell’adrenalina, della dipendenza  e del contenimento dell’ansia, che tanto quelli si assomigliano un poco tutti.

No, no, non mi interessava questo fatto qua, quanto piuttosto l’analisi del potere che sottende alle relazioni che regolano i diversi giochi, e come si differenziano secondo il tipo di rapporto che si intrattiene col gestore del gioco stesso e le modalità di partecipazione.

E qua so che per esempio Zu capisce bene quello che voglio dire: il bancolottista che diventa una specie di confessore, di deposito di sogni e confidenze, anche intime e non rivelabili ad altri, a fronte del freddo Bingo dove non c’è contatto umano.

Così pensavo al Pachinko, alla Lotteria Italia, al Gratta e vinci. Pensavo che vorrei avere tempo e modo per approfondire questa cosa, che mi diverte moltissimo. Al contenuto celato di ciascun gioco, oltre la superficie apparente della posta e della vincita.

Quando è comparso per l’appunto questo nuovo gioco.

Dicevo delle due cose che mi sono balzate agli occhi: la prima è una vincita infima con virgola.

Uno vince due euro virgola nove e chiede: mi dia un gratta e vinci. E sta a posto così. Un altro vince due euro virgola tredici e ne ritira due. O ne rigioca due, e non esige le cifre dopo la virgola.

Non lo fa nessuno, mi ci sono messa appostata a osservare, ci sono stata un bel po’ di tempo.

Dove vanno i decimi e i centesimi?

Nelle tasche del tabaccaio?

E’ lui, dunque, che win for life?

Ascoltavo giorni fa un programma radiofonico in cui si parlava del Mistery Spending, di quelle cifre che inspiegabilmente a fine mese scompaiono. Si aggirano sui cento, centocinquanta euro a persona e scompaiono in un mondo non contabilizzato, una sorta di economia sommersa che altera in vari modi il reale computo della crisi.

Ma questo riguarda altri fatti.

Seconda questione, che riguarda invece una sorta di paradosso insito nel gioco, rispetto al quale sono arrivata osservando il regolamento, che con trasparenza assoluta, spiega e conteggia il numero di combinazioni necessarie per vincere.

E qui il fatto teorico è questo: Win for Life è un’apparente moralizzazione della faccenda economica. Non più cifre astronomiche, destinate a pochi eletti, eventuali fonte di stress e rovina psicologica.

Cchiù win pe’ tutti.

La vincita massima di Win for Life consiste nell’acquisizione di un tranquillo status borghese, medio, per un medio periodo di vent’anni. Il sogno del piccolo borghese che si fa realtà, l’uomo medio che finalmente si accontenta di quel piccolo surplus che gli permette di arrivare a fine mese e levarsi qualche sfizio, cambiarsi l’auto pagandola a rate e arrivare mezz’ora dopo in ufficio senza pensare che a fine mese la trattenuta di centocinquanta euro sullo stipendio sottrarrà risorse vitali alla famiglia.

E allora diciamolo.

Diciamolo, che non eravamo gente di grandi sogni, di chioschetti lascio tutto e fuggo, di elevate ambizioni imprenditoriali!

Diciamolo, che alla fine eravamo tipi che si accontentano, tipi medi. Tipi che aspiravano al part-time, alla pizza non solo il sabato sera ma anche il martedì. Tipi tranquilli. Che volevano magari completare le rate del mutuo e permettersi pure un figlio. O il secondo.

Medi come quell’uomo di cui scriveva una volta Zaritmac. Una medietà di cui non vogliamo più vergognarci, perché l’assenza di grandi progetti irrealizzabili non è mica peccato.

Va bene, va bene così, lo abbiamo ammesso.

Salvo poi dimostrare che in Win for Life non vince la medietà. Non la totalizzazione del cinque o del sei.

No, occorre situarsi agli estremi, all’eccezionalità della sorte: il massimo o il minimo.

Per essere medi bisogna prima aver toccato una qualche punta – seppur in modo casuale e del tutto involontario – di eccezionalità.

Visto così sembra un poco un gioco zen, per spirito ed equilibrio.

Come il saggio che alla fine del suo lungo percorso di apprendimento torna nella sua baracca a versare l’acqua nel bicchiere, esattamente così come era partito, ma con la consapevolezza che adesso né l’acqua è la stessa, né lo è il bicchiere, né, infine, lui.

Hai totalizzato 0? credi aver toccato l’acme della fortuna?

No, caro mio. Hai raggiunto il satori*. Che vuoi che te ne freghi adesso dei soldi! 

* Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest’ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità. (fonte: Wikipedia)

Sento di star divenendo diverso, dunque io ero, dunque sono stato me stesso! (Gilles Deleuze)

ottobre 2, 2009

Son giorni che continuo a guardarmi l’orario dei corsi che stanno per iniziare all’università e alla voce Storia della ricerca demoantropologica (materia la cui sola designazione già mi produce uno stato di noia intollerabile), io invece – forse freudianamente – leggo: Storia della ricerca dermoantropologica.

Poi rido, provando a immaginarmi cosa potrebbe essere: una ricostruzione tassonomica delle carezze dalla preistoria al postmodernismo?

Una Storia della simbologia e del significato dei nei pelosi?

O forse una Storia degli studi sulla psoriasi e la sacralità del prurito?

O un trattato di darwinismo cosmetico: Storia delle creme idratanti tra evoluzionismo e creazionismo?

La verità è che sono una femmina intellettualmente poco seria, e forse ha ragione la signora HangingRock quando dice che invece di redigere una normale tesi di laurea, come ogni bravo studente, dovrei invece compilare un lavoro fatto di titoli di possibili ricerche e relativi abstract, uno più improbabile dell’altro.

La verità è che quanto più si è ignoranti, tanto più è facile ipotizzare di cercare qualcosa, convinti che la si troverà. Ma mano mano che il campo di osservazione si allarga e si dilata – questo almeno è quanto accade a me – ci si avvede che la conoscenza ha un andamento rizomatico, che forse non esistono gerarchie di significati, punti di partenza e di arrivo, e che tutto quello che si investiga, si scopre e si studia, non sarà un mattoncino che andrà a costruire qualcosa in modo lineare, sedimento su sedimento, ma un ennesimo nodo che collegherà fatti lontanissimi e perciò stesso aprirà nuove possibilità e direzioni, in tutti i sensi possibili, come una ragnatela invischiante.

Pensavo dunque a questo e mi facevo scoraggiare da un certo nichilismo investigativo, chiedendomi se il tassello che ognuno di noi aggiunge alla conoscenza abbia finalità didascalica, interpretativa o pragmatica o tutte e tre insieme o nessuna delle tre, riducendosi solo a mera autoesaltazione intellettuale o delirio di onnipotenza circa il proprio potere di curare/istruire/salvare l’umanità.

(E qui rido, pensando ad HangingRock che smantella le mie possibili tesi di ricerca smascherando la mia crocerossinità velata o al Secretario che dietro il mio violento interesse per la scienza medica non vede crocerossinità alcuna, ma solo autistica ricerca di senso in sé e per sé).

Infine  ho realizzato, riflettendo su questi due opposti punti di vista,  che forse una mente, lasciata a se stessa libera di scegliere, senza alcuna costrizione esterna di tempo e denaro, si muoverebbe investigando o anche trovando lavoro in quei campi in cui non riesce a dominare le proprie ossessioni, con il fine preciso di non farsi sopraffare dalla realtà.

La scienza dunque sarebbe dunque, secondo questa possibilità, solo un ennesimo sistema di controllo e soprattutto di produzione di senso individuale, salvo poi rivelare, a chi cerca, la sua impossibilità reale rispetto a una possibile differenziazione dalla massa dei significati comuni, da cui egli stesso è forgiato e dai quali crede di potersi distanziare.

Non lo so. Sto assai confusa. Si pensa per non impazzire e si finisce per impazzire.

Io a volte penso di non essere troppo adatta alla speculazione, mi perdo sui vari piani dei ragionamenti, come se vedessi delle cornici di riferimento di grandezze diverse, che anziché allargarsi su un’unica superficie, fossero impilate conservando degli spazi di distanza tra loro, sicché il senso delle cose, oltre a dilatarsi e a restringersi, oltre a muoversi in verticale, scappa dai vuoti e si reinfila impertinentemente altrove. Penso cose che mi restano sullo stomaco, come un banchetto di nozze meridionale, e che dopo mi devo prendere non so quanto bicarbonato per contenere il danno.

Penso che forse sarei adatta a cose più facili, terra terra.

Io per esempio se vinco la schedina di Win-for-life mi compro un orticello dove coltivo tutte piante rizomatose, preparo marmellate e non penso più a niente. Al massimo al massimo un poco di dermoantropologia applicata con gli amorucci miei. Ci faccio il grooming, che dicono gli scienziati che serve a mantenere unita la famiglia.