Win for wife. In un certo senso come un'esaltazione della piccola soliditàborghese.

E allora mi sono messa a osservare questa cosa del Win for Life e mi sono balzate agli occhi subito due cose.

Premetto che era già da diverse settimane che stavo pensando ai giochi e alle lotterie, per via di un saggio che avevo letto sui combattimenti dei galli a Bali e le relative scommesse, e mi ero fatta curiosa dei meccanismi alla base del gioco e delle funzioni e delle dinamiche di regolazione sociale che ci sono dietro.

Non i meccanismi psicologici dell’ossessione-compulsione, dell’adrenalina, della dipendenza  e del contenimento dell’ansia, che tanto quelli si assomigliano un poco tutti.

No, no, non mi interessava questo fatto qua, quanto piuttosto l’analisi del potere che sottende alle relazioni che regolano i diversi giochi, e come si differenziano secondo il tipo di rapporto che si intrattiene col gestore del gioco stesso e le modalità di partecipazione.

E qua so che per esempio Zu capisce bene quello che voglio dire: il bancolottista che diventa una specie di confessore, di deposito di sogni e confidenze, anche intime e non rivelabili ad altri, a fronte del freddo Bingo dove non c’è contatto umano.

Così pensavo al Pachinko, alla Lotteria Italia, al Gratta e vinci. Pensavo che vorrei avere tempo e modo per approfondire questa cosa, che mi diverte moltissimo. Al contenuto celato di ciascun gioco, oltre la superficie apparente della posta e della vincita.

Quando è comparso per l’appunto questo nuovo gioco.

Dicevo delle due cose che mi sono balzate agli occhi: la prima è una vincita infima con virgola.

Uno vince due euro virgola nove e chiede: mi dia un gratta e vinci. E sta a posto così. Un altro vince due euro virgola tredici e ne ritira due. O ne rigioca due, e non esige le cifre dopo la virgola.

Non lo fa nessuno, mi ci sono messa appostata a osservare, ci sono stata un bel po’ di tempo.

Dove vanno i decimi e i centesimi?

Nelle tasche del tabaccaio?

E’ lui, dunque, che win for life?

Ascoltavo giorni fa un programma radiofonico in cui si parlava del Mistery Spending, di quelle cifre che inspiegabilmente a fine mese scompaiono. Si aggirano sui cento, centocinquanta euro a persona e scompaiono in un mondo non contabilizzato, una sorta di economia sommersa che altera in vari modi il reale computo della crisi.

Ma questo riguarda altri fatti.

Seconda questione, che riguarda invece una sorta di paradosso insito nel gioco, rispetto al quale sono arrivata osservando il regolamento, che con trasparenza assoluta, spiega e conteggia il numero di combinazioni necessarie per vincere.

E qui il fatto teorico è questo: Win for Life è un’apparente moralizzazione della faccenda economica. Non più cifre astronomiche, destinate a pochi eletti, eventuali fonte di stress e rovina psicologica.

Cchiù win pe’ tutti.

La vincita massima di Win for Life consiste nell’acquisizione di un tranquillo status borghese, medio, per un medio periodo di vent’anni. Il sogno del piccolo borghese che si fa realtà, l’uomo medio che finalmente si accontenta di quel piccolo surplus che gli permette di arrivare a fine mese e levarsi qualche sfizio, cambiarsi l’auto pagandola a rate e arrivare mezz’ora dopo in ufficio senza pensare che a fine mese la trattenuta di centocinquanta euro sullo stipendio sottrarrà risorse vitali alla famiglia.

E allora diciamolo.

Diciamolo, che non eravamo gente di grandi sogni, di chioschetti lascio tutto e fuggo, di elevate ambizioni imprenditoriali!

Diciamolo, che alla fine eravamo tipi che si accontentano, tipi medi. Tipi che aspiravano al part-time, alla pizza non solo il sabato sera ma anche il martedì. Tipi tranquilli. Che volevano magari completare le rate del mutuo e permettersi pure un figlio. O il secondo.

Medi come quell’uomo di cui scriveva una volta Zaritmac. Una medietà di cui non vogliamo più vergognarci, perché l’assenza di grandi progetti irrealizzabili non è mica peccato.

Va bene, va bene così, lo abbiamo ammesso.

Salvo poi dimostrare che in Win for Life non vince la medietà. Non la totalizzazione del cinque o del sei.

No, occorre situarsi agli estremi, all’eccezionalità della sorte: il massimo o il minimo.

Per essere medi bisogna prima aver toccato una qualche punta – seppur in modo casuale e del tutto involontario – di eccezionalità.

Visto così sembra un poco un gioco zen, per spirito ed equilibrio.

Come il saggio che alla fine del suo lungo percorso di apprendimento torna nella sua baracca a versare l’acqua nel bicchiere, esattamente così come era partito, ma con la consapevolezza che adesso né l’acqua è la stessa, né lo è il bicchiere, né, infine, lui.

Hai totalizzato 0? credi aver toccato l’acme della fortuna?

No, caro mio. Hai raggiunto il satori*. Che vuoi che te ne freghi adesso dei soldi! 

* Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest’ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità. (fonte: Wikipedia)

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8 Risposte to “Win for wife. In un certo senso come un'esaltazione della piccola soliditàborghese.”

  1. Flounder Says:

    Sentita stamattina a Napoli, in un bar ricevitoria in pieno centro: Giovino’, scusate, se gioca cca’ ‘a schedina ‘ell’INPS?
    Signo’, che è la schedina ‘ell’INPS?
    Chella che ve danno ‘a pensione pe’ vint’anne!

  2. Zu Says:

    :-)))

  3. aitan Says:

    Del meccanismo del WFL (che trovo improvvisamente molto assonante col TFR) non ci ho capito molto (si vince pure con lo zero?), però questa cosa del satori m’è piaciuta assai. Io, se torno a nascere, comincio a studiare lo zen da piccino (mo’ è troppo tardi, a meno che non la vinco questa schedina e mi metto in pensione con una collezione di libri giapponesi in mano.)

  4. ipsediggy Says:

    a latere:
    .vent’anni non sono una vita.
    .gli euri vinti non sono, nel tempo che corre come un tgv, indicizzati a nulla di niente.
    .checcazzè pachinko??

  5. ipsediggy Says:

    ho appreso checcosè il pachinko: che azzardo!

  6. elsecretario71 Says:

    ci ho due cose da dire, veloci veloci stavolta (lo giuro ! 😀 )

    prima: l’espressione “mi sono fatta curiosa” è bellissima

    seconda: le pizzerie al martedì sono chiuse. almeno a napoli. ma anche le pizzerie napoletane a roma che saltano il lunedì (nel quale chiudono le pizzerie romane che vogliono chiudere), e rendono omaggio alla terra natia.

    seconda e mezzo: poi sul fatto che il napoletano si sente emigrante non appena super la distanza di 50 km da casa, ma attenzione verso nord o verso est – mentre se si muove verso sud si sente un viaggiatore – ci sarebbe da scrivere pagine e pagine. o almeno un post. ma qua la scrittrice di famiglia siete voi….

  7. anonimo Says:

    cosa intendi per piccola borghesia? il ceto verso cui tendi, senza riuscire ad integrarti completamente, o quello da cui fuggi perchè non riesci ad integrarti completamente?

  8. Flounder Says:

    quello al quale economicamente, culturalmente e ideologicamente appartengo

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