Non so se mi spiego. Ma in verità  non so nemmeno se mi capisco.

 

Una delle possibili soluzioni potrebbe consistere nel fatto che Cappuccetto Rosso decida ad esempio di mollare il contegno e fidanzarsi con il lupo – il lupo che è dentro di sé, caso mai – incidendo con un coltellino cuori su tutti gli alberi del bosco: I love the wolf, in barba a mammà,  a nonna no’ e al wwf.

Un’altra sarebbe smettere di ordinare pesci complicatissimi da sfilettare e spinare, concentrandosi sul lavoro di dissezione, in realtà indifferenti al bocconcino che se ne ricaverà, che assolutamente non ripaga dello sforzo. Ordinare direttamente un filetto e apprezzarne il sapore in tutta semplicità.

La soluzione sarebbe la resa, in ogni caso.

Ma non esistono rese indolori, non esistono rese che non prevedano – anche se solo temporaneamente –  una quota immensa di violenza su se stessi. Anche quando si tratti dell’unica alternativa rimasta.

Sto leggendo Fanon, I dannati della terra. Si parla di potere e violenza ai tempi della decolonizzazione.

Ma Fanon era innanzitutto uno psichiatra, uno che ha studiato il modo in cui il potere genera la violenza e i modi in cui questa si propaga, l’alienazione del dolore e della privazione.

In tre stadi. Nel primo la violenza resta esterna a sé, se ne è vittime impotenti. Il male è fuori e lo si subisce. Se ne ha una paura generica.

Nel secondo il male penetra e si propaga, ma non ha il coraggio di respingere l’offensore e si rivolge su obiettivi meno difficili. E’ l’epoca delle guerre fratricide. O se volete, dei dissidi all’interno della stessa famiglia. O della tortura inflitta a se stessi, del tormento che non dà pace. E’ l’epoca della paura e della possessione, della stregoneria e del soprannaturale. O se volete della preghiera e dello scongiuro. Del rivolgersi altrove per il terrore di agire, per la paralisi indotta da rabbia e sconcerto. La paura morde di più, ma non ancora a sufficienza.

Nella terza il male è introiettato e la ferita sanguina e fa più male che mai. E’ il momento della lotta armata, della vendetta. E’ il momento in cui si ripaga quanto si è ricevuto. E’ il momento in cui si sovverte il sistema. E’ la resa al male e al dolore in vista del salto di qualità. La paura si fa rabbia e motore. Si fa cambiamento.

Tutto questo non ha a che fare solo con la decolonizzazione, lo sento.

Tutto questo è quanto si produce dopo ogni strappo, dopo ogni offesa. Dopo ogni privazione.

Canetti dice che la morte è un’offesa. Io dico che la menzogna è un’offesa. Il tradimento è un’offesa. La guerra è un’offesa. Il potere è un’offesa. L’offesa può generare rabbia o paura, secondo i momenti. Per me la stessa vita in certi momenti è un’offesa.

Abbiamo appurato che ostinazione e procrastinazione sono le due facce della stessa medaglia, che aggredire l’ostacolo a morsi o allontanarlo da sé per meglio prendere la rincorsa e colpirlo, sono figli della stessa paura. Abbiamo appurato che la paura è la madre di tutto, è inutile girarci intorno e abbellirla con parole ed esempi superflui.

E’ l’origine dei troppo vuoti e dei troppo pieni, è la nemica delle vie di mezzo e della stabilità.

Abbiamo appreso che talvolta i tentativi di conciliazione, le scuse offerte, sono una finzione, una messa con le spalle al muro. Ero a pranzo con il delegato australiano, oggi. Mi raccontava che il nuovo premier, nell’assumersi le colpe della storia per aver strappato la terra agli aborigeni e nell’aver varato un piano di restituzione delle stesse, ha posto come condizione che gli aborigeni dimostrino in qualche modo di aver saputo far fruttare queste terre negli ultimi duecento anni. Una condizione capestro, per chi da sempre si è nutrito di larve e radici, rispettando la terra che lo ospita, senza provare paura.

Nemmeno questo ha a che fare esattamente con la decolonizzazione, ma con meccanismi più profondi di cancellazione dell’alterità. Con l’imposizione di un potere violento che non ammette differenze. Ha a che fare con la cancellazione della propria  paura mediante sforzi vani, cercando di trasferirla fuori di sé per colpire qualcun altro.

Forse la resa consisterebbe esattamente nell’accettare tutto questo, nel riuscire a ridere con chi bonariamente prende in giro le mie paure, con chi guarda nei miei armadi polverosi e trova scheletri chiacchieroni.

Questa è la vita, cocca, non hai alternative se non l’isolamento. E non funzionerebbe: il lupo è anche dentro di te.

Prendere questa paura e invece di seppellirla in un cassetto lasciarla parlare, urlare con tutto il fiato. Lasciare che sovverta il sistema. Il mio stesso sistema.

Vederla potersi trasformare in un collante che unisca le metà disperse, invece di un’ombra che si muove come un fantasma a occupare lo iato, lasciando le cose distanti.

Sono in uno stato di enorme disordine, in un’agitazione che risveglia vecchi mali. Il primo sintomo è la perdita del corpo. Poi c’è il vivere attraverso i corpi altrui, le vite altrui, perché restituiscano senso e sostanza.

Poi la difficoltà a distinguere la violenza dal calore e la paralisi.

Poi questo enorme senso di smarrimento.

La paura annulla il senso critico, è questa la sua enorme potenza.

Vorrei sovvertirmi facendomi il minor male possibile, cambiare pelle come un serpente.

Ridere di me a crepapelle.

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3 Risposte to “Non so se mi spiego. Ma in verità  non so nemmeno se mi capisco.”

  1. anonimo Says:

    uscire da se,
    nei film è l’inquadratura che da soggettiva decolla e diventa panoramica sulla testa del soggetto,
    ex sistere si traduce da Heidegger che pensava a Fichte, che faceva concentrare i suoi alievi prima sul muoro e poi su loro stessi che guardavano il muro.
    E come si fa? Certe volte viene spontaneo, poi qualcuno pensa collettivo e qualcun’altro rimane prigioniero nella propria pelle che non si crepa neanche se ride.
    Si esce da se senza essere fuori di se, ovvero di testa, si rimane in piedi e si trascende, nel senso Kantiano di trascendentale, non in quello di abbandonarsi al turpiloquio.
    Si esce scalando il desiderio che non è bisogno e neanche volontà, è un motivo per alzarsi la mattina e non rimanere dentro quel che resta del nostro giorno, riuscire a vedere oltre l’orizzonte di De Chirico e alla autocommiserazione che ci attende in agguato per definire le nostre solitudini
    🙂 cav

  2. aitan Says:

    Mi sono perso nei meandri, ma quel finale l’ho trovato di una chiarezza abbagliante.

  3. Flounder Says:

    (giuro che anche io mi sto perdendo nei miei meandri. oggi ho comprato un libro bellissimo che si intitola Stigma, magari lo leggo e mi ritrovo)

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