Archive for novembre 2009

La donna abitata. E pure l'uomo. Facciamo un condominio, va'.

novembre 26, 2009

Penso assai banalmente che nessuna battaglia possa essere sostenuta all’esterno se prima non la si combatte dentro di sé.

Ma combattere una battaglia dentro di sé implica banalmente una serie di riflessioni: innanzitutto uno scopo, un orizzonte di riferimento.

Poi una tempistica di massima.

Poi l’affinamento delle armi e delle strategie.

Poi, consustanziata ad ogni singolo passaggio, una solenne determinazione a farcela.

Poi un corpo abitato.

E’ chiaro che la battaglia la si può perdere comunque, per un errore di processo, per un cattivo calcolo dei tempi, per una sopravvalutazione di sé o una sottovalutazione dell’ostacolo.

Quest’ultimo punto mi sembra il vero punto di differenza tra una battaglia sostenuta all’esterno e una che si alimenta all’interno di sé. Si è spesso convinti di riuscire a sormontare più facilmente un ostacolo interno, apparentemente tutto sotto il nostro controllo. Ammesso che lo si riesca a scorgere.

Come nella storia di Carina, una delle tre raccontate in Racconti da Stoccolma. Violenza domestica e grande passione sensuale, umiliazioni e pacificazioni. Alla fine vedi il carnefice, sì, ma vedi anche la complicità della vittima che tutto rende possibile. E qui non è più un discorso di uomini contro donne. Non può limitarsi solo a questo, è qualcosa che investe l’umano in quanto tale.

Negli ultimi dieci anni la complicità della vittima è stato il punto focale della mia attenzione, è solo da lì che si può ripartire onestamente per scardinare un meccanismo che non funziona, che genera danno. Accettare la propria complicità permette di adeguare le armi al combattimento, di forgiarle in modo assolutamente non casuale.

Vale per tutto, all’esterno e all’interno. Vale per gli abusi che si subiscono e quelli che ci si autoinfligge. Negli abusi autoinflitti considero anche una somma di eccessi rispetto ai quali perdiamo il controllo e che ci ledono. Più ne abbiamo bisogno e più ci danneggiano.

Il nemico interno ha una potenza sottostimata, poiché assomma un intero corpo sociale – che finisce per abitare il nostro – e le sue pressioni, mimetizzandosi dietro le fattezze di cose che amiamo o che ci hanno insegnato a tollerare.

Ha una potenza sottostimata perché si acquatta nell’abitudine e scivola nella quotidianità.

Dovrei dire che questi pensieri sono intimamente collegati al fatto che per tre giorni sono andata a letto con un possente mal di testa e per tre giorni mi sono risvegliata nelle medesime condizioni. Nessuna medicina di conforto. Quel mal di testa mi occorreva per fare ordine.

Stamattina è miracolosamente passato, come se mi avessero tolto una corona di spine.

Era un mal di testa parlante, una sorta di risposta a una domanda che mi ero posta giorni fa e alla quale ho trovato una forma parziale di risposta.

Paradossalmente, per quanto sembri cerebrale e contorta, le mie risposte partono sempre dal corpo, l’unico luogo che ritengo deputato alla composizione dei conflitti o alla battaglia senza quartiere.

Le battaglie che si combattono all’interno coinvolgono sempre il corpo. Sempre. Non c’è possibilità di sfuggire a questo, e non per una superficiale definizione di mali psicosomatici, no.

E’ che il corpo è quanto di più storicamente,  politicamente, economicamente nonché emotivamente determinato, in ogni tempo. Combattere una battaglia dentro di sé vuol dire anche e soprattutto combattere contro una logica di potere imposta ai corpi, in virtù delle loro caratteristiche peculiari. Ma se apro questo capitolo non ne esco più, lo so. Oggi invece penso soprattutto alle battaglie interiori, alla fragilità di certe trincee.

Combattere una battaglia dentro di sé ha delle conseguenze spesso più impegnative di quanto si creda. Se si vince, come si spera e più spesso si teme, si tratta di iniziare a costruire un nuovo ordine su un ammasso di macerie, si tratta di rispettare i prigionieri fatti, che è forse la cosa più difficile.

Questi prigionieri portano il nome di affetti scomparsi, vicini e lontani, di scelte passate, di bisogni pressanti e mai soddisfatti, di paure viscide e tremanti.

La complicità della vittima è causa e conseguenza. E’ prigione e alibi a un tempo.

Ci vuole un coraggio enorme a ricordarsi in ogni istante che si è corresponsabili, coautori. Ci vuole un coraggio enorme per riaffermare continuamente una presenza a se stessi. E ci vuole un coraggio enorme per non lasciarsi sopraffare dalla paura di diventare migliori e correre il rischio di restare soli.

Ho come l’idea che una volta combattuta la battaglia all’interno di sé, se si riesce in qualche modo ad avere la meglio, si affievolisca anche il potere del nemico esterno. Non che smetta di farci paura e minacciarci, no. Forse è che nello svuotare il nostro corpo da tutti i parassiti che lo abitavano, si acquisisce la leggerezza per andare altrove. Lo spazio per abitarsi diversamente. Anche banalmente.

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Should the colon be sacrificed or may it be reformed?

novembre 19, 2009

E qua vi si devono dire parecchie cose. Innanzitutto che questo post parla di cacca.

In secondo luogo che la cacca non è qualcosa di privato, come finora abbiamo creduto, ma è qualcosa di tremendamente pubblico. Il passaggio dalla sua dimensione pubblica al fare della cacca un mezzo di controllo politico ed economico è brevissimo e si traduce nell’esercizio del potere sui corpi altrui.

In terzo luogo vi verrà detto che le cacche non sono tutte uguali. Alcune sono più controllate di altre, per ragioni che adesso vi verranno spiegate.

In quarto luogo si precisa che qui non si parla di Freud, di fasi anali e controlli sfinterici, con tutto quel che in psicologia clinica ne consegue o meno: avarizia, aridità, timore delle punizioni, autostima, fissazioni, ostinazioni, disorganizzazione e quant’altro. Nonzignore. Qua si parla di cacca e controllo sulle donne. Mo’ ve l’ho detto.

La frase che dà il titolo al post in realtà è il titolo di un articolo scientifico scritto nel 1893 da John Harvey Kellogg, medico chirurgo nonché papà del vegetarianismo nonché fratello di Will Keith Kellogg, che si impossessò della ricetta formulata dal fratello e fondò l’omonima azienda produttrice di cerali.

Il dottor Kellogg, quale membro devoto di una qualche chiesa americana, forse gli Avventisti, forse i Mormoni, era un uomo morigerato e timoroso di Dio, e ai suoi pazienti somministrava una dieta totalmente priva di derivati animali, aboliva alcol, caffeina e tabacco, mirando in questo modo sia alla pulizia del colon che all’abbattimento delle passioni.

In poche parole il cornflake nasce come purificatore e antiafrodisiaco.

Ammettiamo anche per un attimo che sia vero – e personalmente potrei sostenere il contrario, in termini tanto personali quanto oggettivamente energetici – e facciamo un passo ulteriore.

La maggior parte dei pazienti del dottor Kellogg erano delle pazienti. Donne affette dal dramma della costipazione che nella sua terapia, fatta di ricorso a cibi semplici,  salassi e purificazioni di ogni sorta, parevano trovare sollievo.

Ma andiamo avanti e pensiamo per un attimo a tutte le pubblicità sulla costipazione. Che si tratti di cereali, bifidi, lassativi o chissà quale altra sostanza per favorire l’evacuazione, il testimonial è sempre una donna. Spesso due. Una che è l’amica “liberata” e l’altra che invece si sente “prigioniera”.

Idem per tutto il marketing del mestruo, prima, durante e dopo quei giorni.

Ultimamente c’è una pubblicità sull’incontinenza, con tre amiche dinamiche sedute su una vetta di montagna. Avranno trentadue, trentacinque anni al massimo, e grazie al mitico pannolone hanno scalato la montagna senza bagnarsi i pantaloni. Ah, povero sesso debole!

Parallelamente, nel discorso della pubblicità, gli uomini evacuano senza drammi. Loro soffrono di altre cose.

Prendono aerei distrutti da riunioni snervanti e dall’emicrania e grazie all’ ammiccamento da parte della biondazza nordica di turno e pillolina di conforto, il mal di testa passa all’istante.

Condiscono insalate con oli senza trigliceridi, per saltare la cavallina oltre i cinquant’anni.

Restano bloccati da un mal di schiena a causa delle routine quotidiane che li vedono impegnati in attività di falegnameria, bricolage e trasporto carichi.

Loro si ammalano perché “fanno”. Noi perché “siamo”.

Ho letto un libro molto affascinante, carico di spunti e con una bibliografia corposissima che parte da Aristotele e finisce ai giorni nostri. Un libro che tratta della costruzione culturale della donna, a partire dal suo corpo, dalla sua fisiologia misteriosa.

Parrebbe dunque che il male e la malattia siano connaturati, consustanziati al corpo femminile. La donna è un essere pletorico, c’è da fare attenzione. Pandora il vaso lo porta dentro di sé.

Le malattie sessuali sono tutte veneree. D’altronde zeusee o gioviali sarebbe cacofonico o incongruo, ammettiamolo.

Nel caso degli uomini, invece, lo stato di malattia proviene per lo più da agenti e fattori esterni, da equazioni elementari e principi di azione e reazione.

Vale a dire che l’uomo ha un corpo, e poi anche tutto il resto, mentre invece la donna è un corpo e tutta la messa in cultura si svolge a partire dalla cavità in cui si annidano sangue, cacche, sperma. Umori prodotti in autonomia, proprio a causa della diversa composizione istologica, ormonale, oppure assunti per impregnazione. Il discorso dell’impregnazione è molto interessante, riguarda tra le altre cose l’azione salvifica del seme maschile su questa povera crista malaticcia. Ti salvo e ti domino. Ti impregno e ti trasformo.

Mi ha fatto venire in mente il bukkake e il gokkun, mi ha fatto venire in mente tutta una serie di videogiochi incentrati sulla figura delle gigantesse, creature cibernetiche enormi che si nutrono di piccoli omini. Il concetto di impregnazione va oltre il tempo e le culture. E’ fondante. E poi l’altra faccia di questo ventre misterioso che tutto inghiotte e tutto contiene. La Grandi Viscere che incombono, che incessantemente prendono e rilasciano, sporcano il mondo e al tempo stesso lo creano, dando vita.

Questo signor Remaury, l’autore del libro,  analizza il linguaggio della cosmetica e descrive questa povera Donna da sempre alle prese con l’ambiguità delle definizioni: da un lato una certa mollezza fisica,  una porosità del corpo, sotto le perenne minaccia di agenti interni ed esterni che non le lasciano pace. Dall’altro quest’appetito insaziabile che va contenuto e placato, per evitare la distruzione del genere maschile.

Descrive mirabilmente il senso di colpa che grava sulle Donne per tutte le trasgressioni che eventualmente vogliano agire contro l’ideale di salute e di bellezza imposto dall’alto. Le rende responsabili della salute dell’intero corpo sociale e – al tempo stesso – della sua perdizione.

La Donna è un Monatto.

Insomma, una gabbia dalla quale non si riesce ad uscire se non travestendosi con altri stereotipi a mo’ di mantello per tentare una fuga, peraltro  verso non si sa dove.

Giorni fa segnalavo su facebook questo articolo, che riassume un po’ il senso della faccenda.

E dunque questo corpo poroso, freddo e umido, ha il potere di trattenere e rilasciare come spugna.

Il corpo della donna – che assomma in sé corpo, cervello, psiche e immaginario altrui – può far ammalare il corpo sociale maschile, diffondendo ogni sorta di malattia venerea e psichica. Va dunque curato, fatto oggetto di prevenzione e profilassi, osservato, sezionato e ricomposto in forme gradite e accettabili per il mantenimento dell’ordine.

Ecco perché dovete fare la cacca tutti i giorni.

Wahrheit macht frei (idee per un progetto di esperimento litologico in doppio cieco)

novembre 10, 2009

Che poi uno può chiedere: perché metti un titolo in tedesco?

E uno risponderebbe: per due motivi.

Il primo è che a me il tedesco dà l’idea di rigore, e questo già mi piace. Il secondo è che gira per teatri in questo momento un dramma sulla memoria, qualcosa di simile a La Morte e la Fanciulla,  che mi piacerebbe vedere e che porta questo titolo. E riuscire a ricordare – anche a titolo meramente personale – è qualcosa che rende liberi, che apre vie di accesso e di fuga.

Io per esempio ho il vizio di alzare gli scudi per proteggermi dai ricordi spiacevoli, per evitare che contaminino il presente e mi ripropongano emozioni analoghe.

La questione è che i ricordi hanno la stessa struttura ossea dei topi e dei gatti, riescono ad appiattirsi, a farsi sottilissimi e penetrare ovunque, così lo scudo si rivela inefficace.

E allora sarebbe meglio non alzarlo affatto questo scudo, sgombrare il campo dalla necessità difensiva e contrattaccare. Meglio ancora sarebbe lasciar parlare il ricordo e sentire cosa viene a proporci: se un avvertimento, un consiglio, una caccia al tesoro, un patto di non belligeranza o un ballo in maschera.

La verità, quale che sia, rende liberi. La verità che si riceve, nelle parole e nei gesti, ma ancor di più quella che si dice a se stessi, nei pensieri e nelle omissioni.

Io a volte temo di essere invisibile.

So di non esserlo, so che il problema caso mai risiede nell’esatto contrario: sono ingombrante, pervasiva, onnipresente. E’ solo che talvolta finisco per calcolare male le proporzioni e mi interpreto invisibile.

A volte riesco a rendermi invisibile perfino a me, pratico un camouflage terapeutico con emozioni coprenti che però hanno il limite di non resistere all’acqua e si sciolgono alla prima lacrima.

Che del resto poi non è in conflitto. Fintanto che non si ha voglia di affrontare un ostacolo, si preferisce girargli intorno.

Finisce così che il masso, interno o esterno che sia,  si integra a perfezione nella tua vita, si finisce per conviverci, talvolta lo si dimentica per quanto fa parte dell’arredo urbano esistenziale, fino al giorno in cui per fretta, disattenzione o casualità, ci si sbatte vicino e ci si frattura l’alluce.

La verità, quale che sia, rende liberi. Di spostare il masso, di bombardarlo con la dinamite e perfino di ammettere di esserci affezionati e non volerlo perdere per nessuna cosa al mondo, nemmeno se ci intralcia il passo in salotto, nel pas de deux o su una pista da sci.

Io ho due grandi massi e la costanza di portarmeli sempre dietro, dovunque vada, facendo una fatica immane.

Uno ha la forma di un’ottusa norma deontologica dell’esistenza che contempla l’autolesionismo abbinato a una playlist di buone maniere, laddove uno senza il masso avrebbe decine di possibilità di scelta.

L’altro invece – sorta di struttura dall’apparenza fragile e tuttavia poco porosa –  assomiglia a quei grandi megaliti turchi che sembrano stare impiedi per miracolo, e invece sono lì da sempre, resistenti alle intemperie  e allo scorrere del tempo. Io non ce l’ho fatta, ad avvicinarmici, nonostante le assicurazioni degli indigeni: pensavo che mi sarebbero caduti addosso, seppellendomi. Preferivo guardarli a distanza, ammirarne stupita forma e bellezza. E nemmeno inciterei qualcun altro ad avvicinarsi troppo, non sono in grado di calcolare il rischio.

Dimenticare un masso da qualche parte è molto più difficile che dimenticare un ombrello.

Se anche volessi mollare il secondo da qualche parte e fingere che non mi appartenga, il primo diventerebbe pesantissimo e starebbe lì a ricordarmi che sto barando.

Così forse sarebbe più facile abbandonare il primo e osservare cosa accade al secondo.

La verità, quale che sia, in ogni caso rende liberi.

Del desiderio e altre storie.

novembre 4, 2009

Allora sono qui che leggo, leggo moltissimo. Leggo tesi di laurea scritte da altre, oltre oceano. Leggo i fondamenti epistemologici del loro ricercare. Mi faccio venire delle idee, alcune le abbandono a metà strada, altre le coltivo fino a un punto estremo. Qualcuna la biforco e la tagliuzzo, la sfoglio come una spighetta campestre.

Dovrei scrivere una tesi di laurea pure io. Dopo aver brancolato per mesi nella ricerca di un argomento che mi attraesse, essere passata attraverso la morte, il simbolo, l’antropologia medica, mi pare di essere arrivata dove in realtà avevo sempre saputo di essere.

A monte di tutto, il marxismo ortodosso, quello che pone alla base i soli processi economici, mi sta stretto. Da qualche parte leggevo che lo stesso Engels aveva confessato che in definitiva non avevano avuto troppo tempo per dedicarsi alla cultura, ma che se avessero potuto farlo alla fin fine avrebbero detto anche loro che non era pura sovrastruttura. Lo penso pure io. Questo marxismo stretto ha qualcosa di troppo normalizzante, non tiene conto delle differenze. Mi assomiglia troppo, non posso che detestarlo. Ho bisogno di qualcosa che non mi sia adatto, di qualcosa che anziché rassicurarmi mi renda incerta e precaria. Mi farà male e poi mi farà bene, come una medicina amara.

Sarà una tesi sul corpo – poteva essere altrimenti? Sul corpo e il senso di Sé – poteva essere diversamente?

Sto cercando di restringere gli ambiti, di disciplinare. E’ incredibile quanto mi sia difficile, forse la verità è che sono indisciplinata io, e mi piace pensare il contrario.
Molti anni fa ho comprato a Parigi questo volumone –all’epoca esisteva solo una pessima traduzione in italiano – che si intitola Dialogues avec l’Ange. Fare la storia di questo libro è lungo, qui c’è un link che ne parla bene ma non esaurisce la profondità del testo. 
Quando ho comprato questo libro pesavo molto poco e mi colpì un passaggio in cui l’Entità che parla ammonisce le donne affinché pesino, pesino nella carne, nella materia, giacché è solo la materia che collega cielo e terra, è essa che si fa interprete dello spirito e della coscienza.
All’epoca non avevo mai sentito parlare di Merlau-Ponty e negavo totalmente l’importanza della corporeità nella creazione del senso. Negavo totalmente che il corpo potesse essere la porta percettiva sul mondo. All’epoca ero disastrosamente cartesiana, peccato d’abitudine in cui anche oggi ricado, seppur meno frequentemente.
Non voglio scrivere troppo a lungo, sono stanca, sto avendo giornate pesanti.
In breve questa tesi racconterà di corpi oltre la norma.
Non quelle cose trite e ritrite della bulimia e dell’anoressia che ci hanno fatto due palle così, no.
Corpi grandi che aspirano ad esserlo ancora di più, corpi che intendono liberare lo spirito per poi ritrovarsi a impigliarlo nuovamente nelle pieghe della carne.
Poi magari ne parlo in dettaglio un’altra volta.

Quando comincerò a capire se si tratta di corpi  che davvero agiscono una ribellione o se invece non si ottundono diversamente ma sempre nello stesso quadro di negazione del corpo, seppur in senso opposto a quello comune. Quando mi sarà chiaro se lo sguardo che le donne rivolgono a se stesse possa essere uno sguardo libero o se sia solo e sempre l’introiezione di uno sguardo maschile di sé.

Mi ha colpito oggi un’intervista letta ad una di queste persone che agiscono questa sorta di devianza alimentare e sessuale a un tempo.

L’intervistatore chiedeva: cosa ti eccita in ciò che fai e subisci?

L’intervistata rispondeva: mi eccita la piena liberazione del desiderio, senza alcun freno.

E lì mi sono bloccata, un po’ inebetita.

Mi sono messa a pensare al desiderio, all’essenza della cosa.

Ho pensato che ciò che attrae ed eccita me è l’esatto contrario, è la capacità di modulare il desiderio senza dargli libero sfogo, quel trattenere che non è pieno controllo, ma continuo bilanciarsi tra la possibilità di abbandonarsi e quella di resistere, quel bilico tra le possibilità, quella sottile sfida tra la realizzazione e la frustrazione. Ho pensato che mi eccita non l’idea di essere formata e deformata senza limite, ma quella di dare e offrire forma contenuta a tutte le cose.

Ho pensato al Giappone e alla sottile arte del bonsai e della miniatura, della riduzione del cosmo in spazi angusti, al teatro asiatico fatto di piccoli gesti.

E poi ho pensato a tantissime altre cose, fino a perdermi nei miei pensieri.

Quando il cielo è così nero e denso non bisognerebbe mai pensare. Mai.