Del desiderio e altre storie.

Allora sono qui che leggo, leggo moltissimo. Leggo tesi di laurea scritte da altre, oltre oceano. Leggo i fondamenti epistemologici del loro ricercare. Mi faccio venire delle idee, alcune le abbandono a metà strada, altre le coltivo fino a un punto estremo. Qualcuna la biforco e la tagliuzzo, la sfoglio come una spighetta campestre.

Dovrei scrivere una tesi di laurea pure io. Dopo aver brancolato per mesi nella ricerca di un argomento che mi attraesse, essere passata attraverso la morte, il simbolo, l’antropologia medica, mi pare di essere arrivata dove in realtà avevo sempre saputo di essere.

A monte di tutto, il marxismo ortodosso, quello che pone alla base i soli processi economici, mi sta stretto. Da qualche parte leggevo che lo stesso Engels aveva confessato che in definitiva non avevano avuto troppo tempo per dedicarsi alla cultura, ma che se avessero potuto farlo alla fin fine avrebbero detto anche loro che non era pura sovrastruttura. Lo penso pure io. Questo marxismo stretto ha qualcosa di troppo normalizzante, non tiene conto delle differenze. Mi assomiglia troppo, non posso che detestarlo. Ho bisogno di qualcosa che non mi sia adatto, di qualcosa che anziché rassicurarmi mi renda incerta e precaria. Mi farà male e poi mi farà bene, come una medicina amara.

Sarà una tesi sul corpo – poteva essere altrimenti? Sul corpo e il senso di Sé – poteva essere diversamente?

Sto cercando di restringere gli ambiti, di disciplinare. E’ incredibile quanto mi sia difficile, forse la verità è che sono indisciplinata io, e mi piace pensare il contrario.
Molti anni fa ho comprato a Parigi questo volumone –all’epoca esisteva solo una pessima traduzione in italiano – che si intitola Dialogues avec l’Ange. Fare la storia di questo libro è lungo, qui c’è un link che ne parla bene ma non esaurisce la profondità del testo. 
Quando ho comprato questo libro pesavo molto poco e mi colpì un passaggio in cui l’Entità che parla ammonisce le donne affinché pesino, pesino nella carne, nella materia, giacché è solo la materia che collega cielo e terra, è essa che si fa interprete dello spirito e della coscienza.
All’epoca non avevo mai sentito parlare di Merlau-Ponty e negavo totalmente l’importanza della corporeità nella creazione del senso. Negavo totalmente che il corpo potesse essere la porta percettiva sul mondo. All’epoca ero disastrosamente cartesiana, peccato d’abitudine in cui anche oggi ricado, seppur meno frequentemente.
Non voglio scrivere troppo a lungo, sono stanca, sto avendo giornate pesanti.
In breve questa tesi racconterà di corpi oltre la norma.
Non quelle cose trite e ritrite della bulimia e dell’anoressia che ci hanno fatto due palle così, no.
Corpi grandi che aspirano ad esserlo ancora di più, corpi che intendono liberare lo spirito per poi ritrovarsi a impigliarlo nuovamente nelle pieghe della carne.
Poi magari ne parlo in dettaglio un’altra volta.

Quando comincerò a capire se si tratta di corpi  che davvero agiscono una ribellione o se invece non si ottundono diversamente ma sempre nello stesso quadro di negazione del corpo, seppur in senso opposto a quello comune. Quando mi sarà chiaro se lo sguardo che le donne rivolgono a se stesse possa essere uno sguardo libero o se sia solo e sempre l’introiezione di uno sguardo maschile di sé.

Mi ha colpito oggi un’intervista letta ad una di queste persone che agiscono questa sorta di devianza alimentare e sessuale a un tempo.

L’intervistatore chiedeva: cosa ti eccita in ciò che fai e subisci?

L’intervistata rispondeva: mi eccita la piena liberazione del desiderio, senza alcun freno.

E lì mi sono bloccata, un po’ inebetita.

Mi sono messa a pensare al desiderio, all’essenza della cosa.

Ho pensato che ciò che attrae ed eccita me è l’esatto contrario, è la capacità di modulare il desiderio senza dargli libero sfogo, quel trattenere che non è pieno controllo, ma continuo bilanciarsi tra la possibilità di abbandonarsi e quella di resistere, quel bilico tra le possibilità, quella sottile sfida tra la realizzazione e la frustrazione. Ho pensato che mi eccita non l’idea di essere formata e deformata senza limite, ma quella di dare e offrire forma contenuta a tutte le cose.

Ho pensato al Giappone e alla sottile arte del bonsai e della miniatura, della riduzione del cosmo in spazi angusti, al teatro asiatico fatto di piccoli gesti.

E poi ho pensato a tantissime altre cose, fino a perdermi nei miei pensieri.

Quando il cielo è così nero e denso non bisognerebbe mai pensare. Mai.

Annunci

4 Risposte to “Del desiderio e altre storie.”

  1. pispa Says:

    sono d’accordo. pensare mai.

    fuggire quelli che si tuffano nel furore dato dal dolore.
    quelli che cercano vendetta.
    motivi.
    che accampano diritti.
    che li han lasciati soli.

    fuggire.
    e darsi pace.
    poi un giorno ci si pensa, fluidamente, coi propri tempi, in un luogo mentale che consenta la non disgregazione in atomi.. 🙂

    ps: cosa eccita nel fare? accontentare un desiderio, penso. anche piccolo. anzi piccoli. uno alla volta.

  2. Flounder Says:

    questo blog agonizza 🙂

  3. Zu Says:

    ma no, sarà in letargo

  4. dirtyinbirdland Says:

    da mesi mi collego poco, via blog. e stamane ti pensavo. avevo voglia di leggerti, trovarti. e vengo qui, e mi ritrovo fra le dita degli occhi questo post, sul corpo. sei perfetta, quando mi accadi. Un bacio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: