Wahrheit macht frei (idee per un progetto di esperimento litologico in doppio cieco)

Che poi uno può chiedere: perché metti un titolo in tedesco?

E uno risponderebbe: per due motivi.

Il primo è che a me il tedesco dà l’idea di rigore, e questo già mi piace. Il secondo è che gira per teatri in questo momento un dramma sulla memoria, qualcosa di simile a La Morte e la Fanciulla,  che mi piacerebbe vedere e che porta questo titolo. E riuscire a ricordare – anche a titolo meramente personale – è qualcosa che rende liberi, che apre vie di accesso e di fuga.

Io per esempio ho il vizio di alzare gli scudi per proteggermi dai ricordi spiacevoli, per evitare che contaminino il presente e mi ripropongano emozioni analoghe.

La questione è che i ricordi hanno la stessa struttura ossea dei topi e dei gatti, riescono ad appiattirsi, a farsi sottilissimi e penetrare ovunque, così lo scudo si rivela inefficace.

E allora sarebbe meglio non alzarlo affatto questo scudo, sgombrare il campo dalla necessità difensiva e contrattaccare. Meglio ancora sarebbe lasciar parlare il ricordo e sentire cosa viene a proporci: se un avvertimento, un consiglio, una caccia al tesoro, un patto di non belligeranza o un ballo in maschera.

La verità, quale che sia, rende liberi. La verità che si riceve, nelle parole e nei gesti, ma ancor di più quella che si dice a se stessi, nei pensieri e nelle omissioni.

Io a volte temo di essere invisibile.

So di non esserlo, so che il problema caso mai risiede nell’esatto contrario: sono ingombrante, pervasiva, onnipresente. E’ solo che talvolta finisco per calcolare male le proporzioni e mi interpreto invisibile.

A volte riesco a rendermi invisibile perfino a me, pratico un camouflage terapeutico con emozioni coprenti che però hanno il limite di non resistere all’acqua e si sciolgono alla prima lacrima.

Che del resto poi non è in conflitto. Fintanto che non si ha voglia di affrontare un ostacolo, si preferisce girargli intorno.

Finisce così che il masso, interno o esterno che sia,  si integra a perfezione nella tua vita, si finisce per conviverci, talvolta lo si dimentica per quanto fa parte dell’arredo urbano esistenziale, fino al giorno in cui per fretta, disattenzione o casualità, ci si sbatte vicino e ci si frattura l’alluce.

La verità, quale che sia, rende liberi. Di spostare il masso, di bombardarlo con la dinamite e perfino di ammettere di esserci affezionati e non volerlo perdere per nessuna cosa al mondo, nemmeno se ci intralcia il passo in salotto, nel pas de deux o su una pista da sci.

Io ho due grandi massi e la costanza di portarmeli sempre dietro, dovunque vada, facendo una fatica immane.

Uno ha la forma di un’ottusa norma deontologica dell’esistenza che contempla l’autolesionismo abbinato a una playlist di buone maniere, laddove uno senza il masso avrebbe decine di possibilità di scelta.

L’altro invece – sorta di struttura dall’apparenza fragile e tuttavia poco porosa –  assomiglia a quei grandi megaliti turchi che sembrano stare impiedi per miracolo, e invece sono lì da sempre, resistenti alle intemperie  e allo scorrere del tempo. Io non ce l’ho fatta, ad avvicinarmici, nonostante le assicurazioni degli indigeni: pensavo che mi sarebbero caduti addosso, seppellendomi. Preferivo guardarli a distanza, ammirarne stupita forma e bellezza. E nemmeno inciterei qualcun altro ad avvicinarsi troppo, non sono in grado di calcolare il rischio.

Dimenticare un masso da qualche parte è molto più difficile che dimenticare un ombrello.

Se anche volessi mollare il secondo da qualche parte e fingere che non mi appartenga, il primo diventerebbe pesantissimo e starebbe lì a ricordarmi che sto barando.

Così forse sarebbe più facile abbandonare il primo e osservare cosa accade al secondo.

La verità, quale che sia, in ogni caso rende liberi.

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15 Risposte to “Wahrheit macht frei (idee per un progetto di esperimento litologico in doppio cieco)”

  1. elsecretario71 Says:

    La verità è una gran bella cosa ! 
    Ha il raro pregio di saper nascere contemporaneamente da più parti, di formarsi modellandosi a seconda di casi, momenti, persone, fatti. A volte di sdoppiarsi, triplicarsi, moltiplicarsi nello stesso momento, nello stesso caso, pur rimanendo valida. 
    Al limite, di non esistere neanche.
    Sarebbe utile riuscire a piegare la propria etica a quest’evidenza, temo.
    E non nel senso di fare un pò come cazzo ci pare, tant’è uguale ! Piuttosto nel profondo rispetto dellE verità e del loro non essere uniche, ecco. 
    Non potevo non scriverlo, anche se a rileggerlo mi pare banale. Ma anche no.
     

  2. elsecretario71 Says:

    che, poi, mi pare perfino più complicato, credo. questo fatto del rispetto e del sapersi adeguare, dico. cioè, eticamente più complicato, intendo. ché, come diceva kipling, ci vogliono davvero due palle tante per restare se stessi quando tutti intorno fanno casino – e per di più danno la colpa a te – senza barare e dire: nononono, ho ragione io, perchè c’è scritto qua che si fa così !

    prova un pò a mescolare le carte…prova a giocare a tresette "a chiamare", invece che "a compagno", prova le parole crociate senza schema, e poi mi dici se per trascendere le regole e giocare lo stesso basta essere cazzari, superficiali, egoisti.

    per giocare a tresette a chiamare, magari in cinque, ci vogliono due palle tante, ecco ! lo diceva pure Kipling:

    if you can play the calling threeseven in five 
    without asking: "why shall the cups-3 i called
    stay between the cards of that stupid monkey over there ?!"
    and don’t shout while they’re fucking your ass,
    yours is the earth and everything that’s in it
    and – which is more – you’ll be a man, my son !

  3. elsecretario71 Says:

     che poi, quando gioco a chiamare mi diverto molto di più. e, soprattutto, quando perdo sono meno deluso, ché il gioco era difficile. ma quando vinco sono moooolto più FELICE. ecco, pure questo (MAIUSC compreso) lo dovevo scrivere per forza.
    ma mo’ sparisco. Giuro.

  4. Flounder Says:

    se dico che non ho capito il n.2 e il n. 3 faccio la figura della scema?
    ci posso dire al giudice che non è udienza ma una partita a tressette?
    e lui che mi risponde?

  5. anonimo Says:

    Mica tanto d’accordo. Se la sai solo tu, la verità, mica ti rende tanto libera.

  6. elsecretario71 Says:

     e tu diccelo pure. tanto lo sai che ti risponderà una cosa tipo: tresette…seeeee…e io mi sono messo a quattro di mazze coi figli miei, come posso far fare buongioco a voi !
    😀

  7. Flounder Says:

    pessimesempio, invece ti rende libera comunque.
    dal senso di colpa, ad esempio, quando sai di aver agito compiutamente e non poter fare altro.
    dalla necessità di superare certi limiti che ti danneggerebbero.
    o anche se le previsioni del tempo fanno sì che tu esca portando con te l’ombrello.

    su quest’ultimo punto sto scherzando, ma quello che voglio dire è che,  esistono verità "situate", che nascono da fatti e vicende relazionali, e che presentano moltissime sfumature anche di differenza. sono LE verità, appunto, tutte dotate di una loro legittimità, anche se non ci piacciono.
    ed esistono al tempo stesso delle verità "fattuali": se ti do un appuntamento alle sette e non mi presento la verità è che non sono sul luogo dell’appuntamento. posso poi avere dei validi motivi, ma il dato di fatto resta veritiero e serve a te come prima informazione su di me.
    se nel tempo continuerò a bucare gli appuntamenti vorrà dire che sono una persona poco puntuale o che non ho voglia di vederti o che sono perseguitato dalla malasorte. ma il dato dell’assenza rimane.

    stamattina sentivo Leoluca Orlando alla radio a proposito di Cosentino, la sua idea che il sospetto sia l’anticamera della verità. io lo detesto Orlando, credo sia una persona sporca, però condivido l’affermazione. non in senso giustizialista, ma nel senso che un sospetto, una deviazione da una norma sia l’anticamera di una ricerca, di una messa a fuoco più puntuale di una situazione, di un fenomeno, quale che ne sia l’esito, quale che sia la "verità" che si appaleserà.
    il senso del dramma di cui parlo all’inizio del post è simile a quello dell’Olocausto: il problema di conciliare verità e giustizia giungendo ad una sintesi.
    tot milioni di ebrei messi a morte sono un dato fattuale incancellabile. leggendo le motivazioni di chi ha inflitto la morte trovi una qualche forma di verità, che pur non essendo condivisibile, trova fondamento in una dottrina politica, in una ragion di stato o quello che vuoi.

    il problema è che c’è differenza tra il caso eclatante, che muove le coscienze collettive, e i casi singoli, dove il problema della conciliazione tra verità e giustizia sembra di minore rilievo perché minore sembra la posta in gioco.
    e tuttavia una sentenza sbagliata può dare il carcere, un episodio di malasanità può causare la morte e una partita a scacchi  – vedi La variante di Luneburg – può causare un eccidio.

    credo che la verità faccia bene a se stessi, anche nel caso in cui, nutrendo sospetti e pervenendo a una conclusione felice, illumini il rapporto con se stessi mostrandoci ad esempio che siamo paranoici e diffidenti, oppure un qualsiasi altro lato del carattere di cui non eravamo pienamente coscienti.
    resta una forma di conoscenza insopprimibile.

  8. Flounder Says:

    (mo’ mi vado a iscrivere a un corso di tressette)

  9. e.l.e.n.a. Says:

    la verità può render libero chi la pronuncia (chi se ne libera) ma può rendere schiavo chi è costretto ad ascoltarla.

  10. Flounder Says:

    (‘petta che ci penso. mi viene in mente il caso della famiglia che rivela al figlio che è stato adottato.)

  11. frifrafrombolo Says:

    la rivoluzione può attendere

  12. didolasplendida Says:

    se fai un reato e riesci a ingannare il giudice allora è l’inganno che ti rende libero

  13. Flounder Says:

    azz, dido.
    e il rimorso?
    il rimorso dove lo mettiamo? 😀

    ho letto una frase di quel tizio, Godel, che tengo un libro enorme sul comodino ma è troppo difficile. comunque questo Godel dice:
    Nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.

    sto uscendo pazza da ieri sera, appresso a ‘sta frase.
    liberatemi, vi prego.
    vi dirò tutta la verità.
     

  14. aitan Says:

     Non parlerò (non scriverò) di massi (ché già inciampo sovente sui miei e so che ognuno inciampa almeno due volte sui suoi), parlerò (scriverò) del timore di essere invisibile.
    Qualcuno (forse Umberto Eco) raccontava da qualche parte che da piccolo era mingherlino, esile, ma da grande era ingrassato assai’, s’era fatto corpulento, ingombrante. Tuttavia, aveva ancora l’immagine di sé di quell’esserino magro e delicato. Così, quando vedeva un piccolo spazio tra due sedie, o una porta stretta, un varco angusto, lui si lanciava calcolando le dimensioni di quando era piccino piccì, e vi rimaneva incastrato.
    Forse anche tu (faccio lo psicanalista da strapazzo) finisci per calcolare male le proporzioni e ti interpreti invisibile, perché ti sentivi così da bambina (come c’è scritto nel bignamino del piccolo freud).

    (Comunque, m’è dispiaciuto e c’è dispiaciuto assai che ieri non c’eri, e tutta questa tirata di cui sopra era tutto un pretesto per dirtelo in questa parentesi qua che mi pare più importante di tutto il resto, come spesso accade alle (mie) parentesi.)

    ((( saluti affettuosi )))

  15. Flounder Says:

    ti devo almeno 50 euri per il consulto, aitan.
    però voglio fattura.
    eventualmente anche un malocchio.

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