La donna abitata. E pure l'uomo. Facciamo un condominio, va'.

Penso assai banalmente che nessuna battaglia possa essere sostenuta all’esterno se prima non la si combatte dentro di sé.

Ma combattere una battaglia dentro di sé implica banalmente una serie di riflessioni: innanzitutto uno scopo, un orizzonte di riferimento.

Poi una tempistica di massima.

Poi l’affinamento delle armi e delle strategie.

Poi, consustanziata ad ogni singolo passaggio, una solenne determinazione a farcela.

Poi un corpo abitato.

E’ chiaro che la battaglia la si può perdere comunque, per un errore di processo, per un cattivo calcolo dei tempi, per una sopravvalutazione di sé o una sottovalutazione dell’ostacolo.

Quest’ultimo punto mi sembra il vero punto di differenza tra una battaglia sostenuta all’esterno e una che si alimenta all’interno di sé. Si è spesso convinti di riuscire a sormontare più facilmente un ostacolo interno, apparentemente tutto sotto il nostro controllo. Ammesso che lo si riesca a scorgere.

Come nella storia di Carina, una delle tre raccontate in Racconti da Stoccolma. Violenza domestica e grande passione sensuale, umiliazioni e pacificazioni. Alla fine vedi il carnefice, sì, ma vedi anche la complicità della vittima che tutto rende possibile. E qui non è più un discorso di uomini contro donne. Non può limitarsi solo a questo, è qualcosa che investe l’umano in quanto tale.

Negli ultimi dieci anni la complicità della vittima è stato il punto focale della mia attenzione, è solo da lì che si può ripartire onestamente per scardinare un meccanismo che non funziona, che genera danno. Accettare la propria complicità permette di adeguare le armi al combattimento, di forgiarle in modo assolutamente non casuale.

Vale per tutto, all’esterno e all’interno. Vale per gli abusi che si subiscono e quelli che ci si autoinfligge. Negli abusi autoinflitti considero anche una somma di eccessi rispetto ai quali perdiamo il controllo e che ci ledono. Più ne abbiamo bisogno e più ci danneggiano.

Il nemico interno ha una potenza sottostimata, poiché assomma un intero corpo sociale – che finisce per abitare il nostro – e le sue pressioni, mimetizzandosi dietro le fattezze di cose che amiamo o che ci hanno insegnato a tollerare.

Ha una potenza sottostimata perché si acquatta nell’abitudine e scivola nella quotidianità.

Dovrei dire che questi pensieri sono intimamente collegati al fatto che per tre giorni sono andata a letto con un possente mal di testa e per tre giorni mi sono risvegliata nelle medesime condizioni. Nessuna medicina di conforto. Quel mal di testa mi occorreva per fare ordine.

Stamattina è miracolosamente passato, come se mi avessero tolto una corona di spine.

Era un mal di testa parlante, una sorta di risposta a una domanda che mi ero posta giorni fa e alla quale ho trovato una forma parziale di risposta.

Paradossalmente, per quanto sembri cerebrale e contorta, le mie risposte partono sempre dal corpo, l’unico luogo che ritengo deputato alla composizione dei conflitti o alla battaglia senza quartiere.

Le battaglie che si combattono all’interno coinvolgono sempre il corpo. Sempre. Non c’è possibilità di sfuggire a questo, e non per una superficiale definizione di mali psicosomatici, no.

E’ che il corpo è quanto di più storicamente,  politicamente, economicamente nonché emotivamente determinato, in ogni tempo. Combattere una battaglia dentro di sé vuol dire anche e soprattutto combattere contro una logica di potere imposta ai corpi, in virtù delle loro caratteristiche peculiari. Ma se apro questo capitolo non ne esco più, lo so. Oggi invece penso soprattutto alle battaglie interiori, alla fragilità di certe trincee.

Combattere una battaglia dentro di sé ha delle conseguenze spesso più impegnative di quanto si creda. Se si vince, come si spera e più spesso si teme, si tratta di iniziare a costruire un nuovo ordine su un ammasso di macerie, si tratta di rispettare i prigionieri fatti, che è forse la cosa più difficile.

Questi prigionieri portano il nome di affetti scomparsi, vicini e lontani, di scelte passate, di bisogni pressanti e mai soddisfatti, di paure viscide e tremanti.

La complicità della vittima è causa e conseguenza. E’ prigione e alibi a un tempo.

Ci vuole un coraggio enorme a ricordarsi in ogni istante che si è corresponsabili, coautori. Ci vuole un coraggio enorme per riaffermare continuamente una presenza a se stessi. E ci vuole un coraggio enorme per non lasciarsi sopraffare dalla paura di diventare migliori e correre il rischio di restare soli.

Ho come l’idea che una volta combattuta la battaglia all’interno di sé, se si riesce in qualche modo ad avere la meglio, si affievolisca anche il potere del nemico esterno. Non che smetta di farci paura e minacciarci, no. Forse è che nello svuotare il nostro corpo da tutti i parassiti che lo abitavano, si acquisisce la leggerezza per andare altrove. Lo spazio per abitarsi diversamente. Anche banalmente.

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13 Risposte to “La donna abitata. E pure l'uomo. Facciamo un condominio, va'.”

  1. onecat Says:

    è difficile, il più delle volte, trovare il coraggio per viversi veramente, per intero intendo. di norma si vive di noi la parte più semplice da far accettare, addirittura da accettare noi stesse. trovo sempre più complicato essere donna! eppure non posso farne a meno.

  2. aitan Says:

     il difficile è governare il cambiamento, che arriva comunque, anche se ti nascondi a te stesso e al mondo o ti metti controvento (secondo me)

  3. ilcavaliere Says:

    a proposito della paura di diventare migliore, mi ricordo che ad un certo punto più che paura, mi ruppi le scatole di diventare migliore , ma talmente migliore come quelle bottiglie di vino così pregiato che le conservi per una occasione talmente più importante che te le scordi e vanno in aceto.
    Tu che tipo di mal di testa hai?
    Io ho delle emicranie che mi chiudono l’occhio sinistro e vomito se entro qualche ora non prendo un brufen, pasticca che mi libera dal dolore in dieci minuti e dopo sei otto ore provoca effetti collaterali devastanti al colon.
    per evitare tutto questo dovrei bere sempre molta acqua, non avere più di un problema serio da affrontate al giorno e spaccare la faccia a qualcuno, cosa quest’ultima molto efficace ma che è contro la mia natura.
    Il nemico interno a un certo punto diventa noioso, allora cerchi di liberartene, magari ignorarlo, poi ci fai pace, l’importante è non commiserarlo
    baci
    cav

  4. Flounder Says:

    io pure cavaliere. a sinistra, pulsante, con sensazioni di nausea e vomito e senso di oppressione.
    ma il brufen è proprio l’ultima spiaggia.

    ultimamente sto sperimentando la tecnica del cambio di posto, ma essendo il protocollo in piena fase di sperimentazione, non posso ancora divulgare i dati 🙂

  5. hobbs Says:

    multiproprietà?

  6. Flounder Says:

    no, no. mi piace invece quel fatto là della proprietà condivisa, con spazi privati e aree comuni. che io ti presto mezz’ora mia figlia per andare al cinema a vedere i cartoni animati e tu mi presti tuo cognato che ripare i termosifoni, io poi cucino la lasagna per quelli del piano di sopra e quelli dell’interno 22 mi innaffiano le piante al fine settimana.

  7. hobbs Says:

    vabbè, comunque io mi abito solo nel fine settimana.

  8. Flounder Says:

    io invece nel fine settimana vado in leasing 🙂

  9. zaritmac Says:

    Parto molto frivola: ho sgranato gli occhi e sono stata travolta da una marea di emozioni quando ho cominciato a leggere la frase "per tre giorni sono andata a letto con…". Ok, non ci vuole un’eternità ad arrivare in fondo alla frase, ma in quel breve spazio ho immaginato scenari segreti, anzi secretari.
    Poi invece torno seria, anzi seria mi torna l’immagine mia di oggi allo specchio terrificantemente sciupata.
    Ho cercato di patteggiare, di dire, senti, signora, tu fatti i fatti tuoi, che te ne importa delle mie lotte interiori? Ma niente, quella di là continuava a sgranare le occhiaie, a scuotere i boccoli grigi.
    E allora, ok – le ho detto – ci vediamo qui alla fine della guerra. Ma mi sono scordata di lasciarlo un post-it con l’indirizzo. Chissà se la ritrovo, chissà se ci incontriamo. Anche perché le vie che si percorrano guerreggiando spesso portano molto, molto lontano.
    E finisco tenera. Ho sorriso di un affetto viscerale nell’immaginarti "abitarti banalmente". Io faccio il tifo per questa qua, via della banalità numero Finalmente.
    Ti abbraccio (e nun me guardà, che so’ troppo brutta!)

  10. Flounder Says:

    ho ripreso ieri in mano la teoria dei giochi di Berne, che non toccavo da anni, e mi sorprendo alla frase che più o meno dice così: l’unica cosa che può sconfiggere la volontà dell’Adulto responsabile è il desiderio del Bambino di perdere.
    questa cosa vale all’esterno e all’interno e di colpo mi illumina tutto un vasto panorama relativo al desiderio inconscio di punizione che sottende a scelte, azioni, modalità di stare al mondo. come se la punizione o il biasimo che ci si autoinfligge o che si attende dall’altro sia l’unico modo di entrare in relazione o sentirsi, l’unico al quale si è abituati e che garantisce sicurezza e protezione.
    come se alla fine dei conti si cercasse sempre di estorcere una qualche forma di perdono, di inutile indulgenza, anche a se stessi, per sentirsi meno soli. per mantenere inalterate le procedure, per evitare un cambiamento portatore di benefici che si temono per i potenziali rischi che contengono, e che spesso nemmeno esistono.
    ci sono scenari segreti che potrebbero essere rischiarati con un niente, gettare via la copertina di linus e godersi soddisfazioni "da grandi", invece di stare sempre a cincischiare con capriccetti infantili, caramelle e complici ramanzine per prendere tempo ed essere sempre invece allo stesso punto.
    che non sto facendo del moralismo o dell’inutile scienza, no.
    è che semplicemente prendo atto che un meccanismo o un oggetto non si riparano semplicemente ignorandoli e nemmeno ha senso conservarli  utilizzandoli nelle loro funzioni residue, come sopravvivenze non più necessarie. lo stesso vale per il dolore, i rimpianti. certe esitazioni.
    non credo a quanto sostiene aitan, che il cambiamento arrivi comunque, nostro malgrado. l’esperienza in sé delle cose non serve a niente e si è abilissimi a fingere intellettualmente che le cose ne vengano profondamente modificate, senza che sia vero.
    a mio avviso il cambiamento ha indici di misurazione non di tipo intellettuale. ma io sono solo una banale (e tuttavia mediamente efficace) comportamentista 🙂

  11. didolasplendida Says:

    oggi ho un SI LOCA grande così!

  12. anonimo Says:

    Va bene, lascio la mia opinione. Confusa, come sempre. Perchè mi ha confuso trovare qui, proprio oggi, questo post che mi pare mi parli in un orecchio e che nello stesso tempo non fa che ripetermi cose che so da tempo: cambiamento, rivolte e nemici esterni e interni, caramelle e zuccherini, paure e coraggi. Poi questo bambino e quest’adulto che si fronteggiano giocando. Forse non voglio perdere, sta tutta lì: sono una bambina competitiva. Ci sta. Ma cosa devo fare: infliggermi una punizione, per imparare a perdere? Non mi sembra il caso. Quindi?

  13. Flounder Says:

    sto pensando da giorni alla risposta a questa domanda e ci giro intorno, seriamente in difficoltà.
    non credo abbia senso infliggersi punizioni. funzionano solo come meccanismo compensatorio e finiscono per rafforzare il sistema.
    mi è venuto a tratti in mente un film della mia adolescenza, credo fosse War Games, in cui il protagonista, alla fine, dice qualcosa tipo: L’unica mossa vincente è non giocare.
    che forse vuol dire accettare di perdere in partenza, ma anche non accanirsi nel mantenimento del copione.
    non lo so. sto cercando di fare esattamente questo. occorre molta concentrazione, costante presenza a se stessi.

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