Archive for dicembre 2009

Piovono pietre

dicembre 29, 2009

 

Alla fine dispiace dirlo, ma il bilancio è in perdita. Perdita netta. E, quel che è peggio, al momento la stanza di compensazione è angusta

Nei giorni mi accorgo che le perdite, apparentemente creatrici di vuoti, in realtà si condensano e diventano macigni, pietre disseminate sulla strada che rendono il cammino difficoltoso. Diventano steli commemorative, ragnatele, trappole nascoste dall’erba alta.

Diventano incubi, paure del futuro, instabilità del presente.

Bisognerebbe cercare di essere un po’ felici, malgrado tutto. Ma mi accorgo che non ci riesco.

E nemmeno basta immaginare che concluso un anno si possa tirare una riga e andare a quella sotto.

Le pietre continuano a piovere dall’alto, sono grandine e danno freddo.

La vena malinconica mi si ingrossa sul collo e sposa quelle della rabbia che da anni mi segnano le braccia.

Il senso di perdita sovrasta tutto, è insidioso. Si annida tra fascicoli bene ordinati: contributi, ricevute, atti di compravendita, assicurazioni auto e moto, pagelle scolastiche, fotografie con la data sul retro, cartelline di plastica numerate.

Pensavo nei giorni passati che quando le persone spariscono, oltre al mondo degli affetti e dei ricordi, si sottraggono a funzioni precise, tanto pratiche quanto emotive, che da quel momento in poi dovrebbero essere assolte da altri o ripartite tra chi resta. Può capitare anche che invece non accada nulla, almeno temporaneamente, e che, per dirla con una metafora, ci si debba rassegnare a mangiare su un tavolo che ha perso una gamba, e sorreggerlo a turno.

Può darsi che qualcuno non voglia sorreggerlo e al suo turno si scatafasci tutto. O che qualcuno si dia il compito di sorreggerlo per tutti, e gli venga un bicipite così, sproporzionato. O anche che qualcuno lo sorregga, ma gli altri commensali continuino ad avere l’idea che i piatti stiano scivolando irrimediabilmente verso il pavimento e brontolino tutto il tempo.

Il bilancio è gravemente in perdita. E sono enormemente scontenta di me. Per tutto quello che da me promana e per le forme che prende.

Gesti e parole troppo sopra le righe. O troppo sotto. In ogni caso inadeguate.

L’aplomb, mio punto di forza da sempre, è scomparso. Scatto per un nonnulla, sono incapace di qualsiasi forma di continenza, ho istinti distruttivi e un umore ingovernabile.

E un’ansia che mi consuma la carne.

Nel pomeriggio ho stilato un lungo elenco, per temi e tempi. Dettagliato e preciso.

Gli elenchi mi rilassano, come le routine. Come l’ordine alfabetico, come i cicli ritmicamente scanditi.

Ci ho messo ciò che voglio e ciò che non voglio, ciò che desidero e ciò cui sono disposta a rinunciare, ciò che non tollero più nella mia vita e ciò per cui sono disposta al compromesso. Ciò che può essere corretto e i modi possibili. Ciò di cui si deve prendere atto che non può essere modificato. Impegni da mantenere, date da rispettare, progetti da rinegoziare o da abbandonare.

Ho impiegato due ore e alla fine avevo la mappa della mia vita. Impossibile orientarmi, al momento.

Uno di questi giorni la riguarderò e ci troverò probabilmente la X che segna il luogo del tesoro.

Uno di questi giorni spero di ritrovarmi nel punto in cui mi sono lasciata. O anche un poco oltre.

Vorrei un 2010 in cui piovono uva passa e fichi secchi. E stelle cadenti per rinnovare i desideri.

Intanto noi – signora Flounder e Secretario – ce ne andiamo a Gerusalemme a cercare un po’ di bene (e di liberazione).

Era la notte, e ‘l suo stellato velo  chiaro spiegava e senza nube alcuna;  

e già spargea rai luminosi e gelo  di vive perle la sorgente luna.  

L’innamorata donna iva co’l cielo le sue fiamme sfogando ad una ad una;  

e secretari del suo amore antico fea i muti campi e quel silenzio amico.

Annunci

Babbo Natale non deve morire. Sottotitolo: la solita favoletta moralistica che vi propino ogni anno. Quest'anno pure peggio.

dicembre 16, 2009

Elfi, gnomi, goblin, folletti e tutti gli abitanti del "mondo di là" sono nervosi, insofferenti.

Sentono il peso di un’agitazione sopra le loro teste e non possono porre rimedio. Un’incertezza.

Li vedi andarsene in giro per la foresta distratti, intenti a perdere tempo. Siedono negli angoli più bui dei grandi negozi di giocattoli senza alcun interesse a ciò che accade intorno a loro. Sono apatici.

E’ come se – dice uno – come se non credessi più nel Natale, ecco. Sento la fiducia vacillare.

Ma no, che dici – gli risponde l’altro – è una crisi temporanea, vedi che prima o poi gli passa.

Io non credo che gli passerà, i medici sono stati chiari. Lui è furioso.

Gli passerà, gli passerà. Come quella volta che riformarono il calendario e tenne il broncio per un po’. Poi gli passa, vedrai.

Insomma, il problema arriva dall’alto, dal Quartier Generale.

I medici sono stati chiari: glicemia che a digiuno oltrepassa i duecentocinquanta, trigliceridi a trecento e quel dolore retrosternale che non accenna a scomparire. Per non parlare del fegato e di un principio di gotta.

Così non si va da nessuna parte. O si cura o cede il posto.

Senza contare che le direttive dell’OMS  sul punto sono inequivocabili: quest’uomo rappresenta un antimodello, influisce sull’opinione pubblica e smantella tutto il discorso sulla prevenzione. Così non si va da nessuna parte.

Sto benissimo, bofonchia il vecchio, cercando di allacciarsi i pantaloni dello scorso anno, senza alcuna speranza di riuscirci. Vi ho detto che sto benissimo e non intendo prepensionarmi per far piacere a uno di questi giovanottini efebici e smilzi alle prime armi.

Le renne si scambiano uno sguardo che la dice lunga: l’anno scorso hanno sopportato quello che credevano fosse il carico maggiore dalla notte dei tempi, di più non possono. Proprio non possono, non è questione di cattiva volontà, diamine. Lo faccia almeno per loro.

E se…e se le affiancassimo uno stagista, per quest’anno?

Non ho bisogno di stagisti né di veline.

Potremmo pure ipotizzare un’operazione di facciata, una cosa ben costruita e nel frattempo lei si ritira per un paio di settimane in una beauty-farm dove la rimettono un po’ in sesto…sa quei programmi di frullati e crudité e poi tanto movimento, respirazione, meditazione? Che dice?

Fuoooori di quiiiiii, tuona Babbo Natale col suo vocione.

Quando finalmente è solo si porta la mano al petto: questo dolore non accenna a diminuire, lo sa. Non dovrebbero farlo arrabbiare, ogni volta è peggio. Si siede un po’ affannato e di colpo si assopisce e inizia a sognare.

E’ la notte del 24 dicembre di molti decenni addietro. Fa freddo e sulla slitta il vento è radente.

Sta sorvolando l’Europa: qua e là brilla qualche fuoco, si sente odore di gas e carne bruciata. Si sposta sugli Stati Uniti. L’albero di Natale del Rockfeller Center è enorme, le due renne chiuse in gabbia ai lati della Prometheus Fountain si vergognano un po’ di essere lì, dopo quanto successo nel Pacifico.

Pochi giorni prima ha ricevuto una letterina da una ragazza che si chiama Hilda Dajč, che gli racconta quanto sta accadendo a Belgrado. Una lettera che lui conserva gelosamente, anche oggi che lì, in quel posto, c’è una bellissima discoteca e tutti hanno dimenticato.

Babbo Natale russa. Lo sanno tutti gli abitanti di Rovaniemi, che hanno le case con le pareti insonorizzate per riuscire a dormire nel resto dell’anno.

E sanno anche che quando Babbo Natale russa non bisogna mai svegliarlo: sta espellendo tutta la cattiveria del mondo, la fa a pezzetti, la trasforma in suono. E’ per questo che c’è tanto freddo e tanta neve, da quelle parti: il suo respiro, durante la notte, gela tutto quello che c’è all’intorno.

 

Certo, all’epoca avrebbero potuto opporsi, come quando una comunità si oppone alla costruzione di un inceneritore o al passaggio di un’autostrada, ma erano brava gente e hanno subito capito la gravità del problema.

Fuori dalla stanza i medici e i responsabili di marketing fanno capannello: i secondi sono sconfortati, e i primi soffiano sul fuoco. Ci sono alcuni economisti di fama internazionale  che non sanno che pesci prendere: il punto di pareggio non si riesce a raggiungere e occorre che Babbo Natale si faccia carico di risolvere la questione. Anche i bambini cattivi hanno diritto a tutto quello che chiedono: sennò ci saranno scorte inutilizzate che non potranno essere smaltite, con tutto quel che ne conseguirà.

Babbo Natale spalanca la porta dello studio e li aggredisce a colpi di pancione, mentre tuona: via di qui, non ci saranno contrattazioni. Non voglio royalties, non voglio indicazioni, non entro in partecipazioni societarie, non rinuncio alla pizza e soprattutto – SOPRATTUTTO – toglietemi dai piedi quello stilista frocio che mi ha sostituito la pelliccia d’orso con piume di struzzo ecologiche e mi ha fatto le pinces ai pantaloni.

Momento di sgomento.

Uno degli account alza timidamente il dito. Con voce tremante dice: lei non dovrebbe usare quella parola. Non è gentile.

Quale parola?

Quella che ha appena detto.

Pinces? Struzzo? Stilista?

No, quell’altra. Quella che non posso ripetere, non è politicamente corretto.

Tutti gli altri si producono in uno sguardo d’assenso, mormorano: embè, sì, non sta mica bene dire così.

Volete dirmi che non è frocio?, chiede Babbo Natale.

No, no. Cioè sì. E’ solo che quella parola lì non va bene. Non dovrebbe usarla.

La renna Rudolf si avvicina e gli bramisce qualcosa all’orecchio. Per un attimo parlottano. Babbo Natale ribatte: se la mettiamo così nemmeno obeso va bene. E neppure vecchio rincoglionito.

L’account si rivolge agli altri come a cercare una soluzione, ma all’improvviso sembrano tutti distratti.

Allora?, chiede Babbo Natale con la frusta dalla parte del manico. Allora?

Ha ragione, scatta l’account. Le toglieremo il frocio dalle palle, vecchio rincoglionito obeso del cazzo! Ma in cambio lei ci lancia la ragazza sul mercato.

Quale ragazza?

Sheila, la ventenne che le abbiamo presentato la settimana scorsa. Se la porta sulla slitta e finge che sia la sua fidanzata.

Ma se avrà almeno centovent’anni meno di me! Non è bello, questo. Non va bene, preferisco riavere il frocio e le pinces.

Lei non può fare quello che vuole!

E chi lo ha detto?

Attimo di panico. Avanza un giapponese dallo sguardo impassibile: lo dico io. Sono il più grande fabbricante di giochi elettronici del mondo. E’ a noi, che deve la sua popolarità degli ultimi anni. Le conviene andare in giro con la ragazza prima che facciamo un’altra Pearl Harbor.

L’account suda e bisbiglia: non sta bene dire questo, cerchiamo di abbassare un po’ i toni, tutti.

Babbo Natale si sente mancare, il dolore alle costole non gli dà tregua. Non era questo, che voleva. No, davvero.

Se è questo che volete – che volete davvero – allora io mi ritiro. Se è questo che volete io mi ritiro, ma se solo uno di voi, uno qualsiasi, si permette di sfruttare il mio nome come logo commerciale, io lo trascino in Tribunale, dove sapete che la battaglia è persa davvero.Non c’è un solo cavillo cui possiate appigliarvi, ho la proprietà di tutti i marchi: da Santa Claus a Nonno Gelo, da Deda Mraz a Jólamaður, compresi Dancer, Prancer, Vixen e tutti gli altri.

Un vento gelido soffia nell’anticamera. Eppure Babbo Natale è sveglio, non sta russando. Qualcuno deve aver aperto una finestra, da qualche parte.

Tutti gli occhi sono fissi sul giapponese, che resta impassibile: nessun problema. Sapremo sostituirla egregiamente senza arrecarle offesa.

Escono tutti. Babbo Natale congeda anche Rudolf e si accascia sulla sua vecchia poltrona.

Da un cassetto della scrivania tira fuori un foglio sgualcito e si piazza gli occhiali sul naso:

Caro Babbo Natale,

non so se riceverai mai questa mia lettera, ma se fosse possibile vorrei che mi rispondessi. Mi raccontano i miei genitori che tanti anni fa scendevi attraverso i camini e lasciavi dolci e piccoli giocattoli nelle calze dei bambini buoni. Mi raccontano anche che ti muovi su una slitta trainata da otto renne e che vivi in un paese chiamato Finlandia. Io ho nove anni e mezzo e so che qui solo alcuni hanno il camino. Noi no, ad esempio. So anche – me lo ha spiegato il mio papà che lavora in un grande ufficio – che anche la Finlandia si trova in Europa e che tu vivi lì, ma tecnicamente sei una specie di extracomunitario. Volevo chiederti, caro Babbo Natale, non se esisti veramente, io ci credo, ma se prendi tante medicine come Michael Jackson per mantenerti giovane. E anche se hai una moglie, o è morta come mia nonna o se hai dei figli, che lavoro fanno. Insomma, queste cose qua. E poi per ultimo vorrei sapere dove prendi i soldi per  i regali. Papà dice che molti ricchi portano via dalle banche tutti i soldi e li mettono in altri paesi, per non farsi scoprire. Tu, per esempio, come fai?

Tuo affezionato Lillo da Ragusa.

 

Caro Lillo,

vorrei risponderti accuratamente

così inizia la lettera. Poi si alza e fa un giro della scrivania. Imbocca un cioccolatino. Apre un altro cassetto della scrivania e tira fuori una pistola. Gioca con la canna, se la passa tra il collo e la tempia, la riscalda con la sua manona e sorride. Per la prima volta ha voglia di essere bastardo, di essere come tutti.

Caro Lillo,

prendo moltissime medicine, è vero. Mi servono a mantenermi giovane e forte, funzionano meglio se le mischio con dei liquoracci forti che vendono da queste parti.  Non ho mai avuto moglie, ma ho amato molto alcuni bambini che poi ho dovuto uccidere, perché non raccontassero ciò che avevano visto e fatto con me, e posso assicurarti che non c’era nulla di edificante, in queste storie. Se non conosci la parola edificante fattela spiegare dal tuo papà. Grazie al mio stato di apolide evado sistematicamente le tasse senza essere perseguito. Vorrei poterti dire di più, ma poi sarei costretto a uccidere anche te e la tua sorellina e forse è il caso che mi fermi. Troverai nella busta qualche banconota che ho falsificato di recente. Sono fatte bene, puoi spenderle senza rischio.

Quest’anno non avrete Babbo Natale, non lo avrete mai più. Probabilmente al mio posto ci sarà un frocetto palestrato, un tronista. La colpa è del signor Yasuda, un muso giallo dal cazzo piccolo. Scusami per questa parolaccia, ma ogni tanto scappano anche a me.

Per ultimo vorrei dirti che non ho figli, sono troppo impegnativi e non crescono mai.

Tuo Babbo Natale

 

Ci siamo, Rudolf, ho finito. Spedisci questa lettera per me.

Poi si inginocchia davanti alla finestra, guarda il cielo per un’ultima volta e si tira un colpo in bocca. Il testamento lo ha scritto molti anni prima, quando ha cominciato a intuire. E’ zeppo di nomi, cognomi e responsabilità. Forse insabbieranno tutto, chissà.

Il Natale non esiste. Il Natale è una truffa alla nigeriana.

Babbo Natale non ha più voglia di giocare. Babbo Natale non vuole più fare il prestanome.

Patologie (apparentemente) letterarie

dicembre 15, 2009

Mi convinco sempre più che il bovarismo sia una patologia cronica ingravescente, che riguarda entrambi i sessi.
Il sintomo più evidente è la conduzione di un’esistenza in out-sourcing, la delega – non priva di ambivalenza – di una lunga serie di responsabilità essenziali ed esistenziali a terzi, cui attribuire successivamente colpe, origine delle delusioni, insoddisfazioni, fallimenti e quant’altro rafforzi l’atteggiamento di base tendendo a perpetuarlo.
Paradossalmente si cura per sottrazione, mai per aggiunta.
La terapia è lunga e dolorosissima, ma ancor più paradossalmente richiede meno energia di quanta ne occorra per mantenere vivo il disturbo.

Può la crisi della presenza essere affrontata con lo strumento coreutico-musicale all’interno di un condominio borghese?*

dicembre 14, 2009

*(secondo me no, poi vedete voi)

Dopo una notte mediamente insonne – freddo, tisana, mi giro di qua, mi giro di là, mi alzo, mi rimetto a letto, sonnecchio e risogno per l’ennesima volta mio padre incazzatissimo, mi risveglio, riprendo La terra del rimorso, sottolineo questo e quello, mi rigiro – definitivamente mi alzo e inizio a buttare giù pagine su pagine su pagine per chiarirmi le idee e mettere a posto un’ansia tanto inopportuna quanto necessaria.

Ho scritto forsennatamente per i due terzi della notte, poi ho cancellato tutto, in un falò tanto simbolico quanto catartico.

Pensa se invece alle cinque della mattina mi fossi messa a ballare la pizzica, toh!