Archive for gennaio 2010

Da leggere e da scrivere, consigli per gli acquisti.

gennaio 27, 2010

Mi sono trovata tra le mani – un dono – questo librettino della Voland, casa editrice che conosco esclusivamente per aver letto la Nothomb.

Si intitola Rive Lontane, di Laurent Martin. Un archeologo.

Credo che gli archeologi siano dei bravi giallisti, capaci di mantenere la suspence fino alla fine, mai scontati. Credo che sia per via del fatto che sanno scorgere tracce sottili, invisibili agli occhi dei più.

Normalmente quando leggo un giallo o anche al cinema, dopo cinque minuti ho già idea di chi sia l’assassino. Sicché trascorro la maggior parte del tempo nello studiare in che modo l’autore – tecnicamente – mantiene l’impianto, quali indizi semina. Non è la stessa cosa che restare seduti avvinghiati da una trama, ma non è tuttavia un cattivo esercizio.

In Rive Lontane invece è accaduto il contrario.

Non ci sono descrizioni, ma solo dialoghi serrati. E fino alla fine, fino alla penultima pagina, mi sono chiesta dove sarebbe andato a finire.

E questa è una cosa.

Poi ce ne sono altre.

C’è la traduzione di Sabrina Manca, che sappiamo già scrivere bene, ma che qua ci restituisce uno stile secco, scarno, molto simile alla Kristof in Quello che resta: le frasi sono acuminate e si susseguono con un tale ritmo incalzante che le ferite che provocano in corso di lettura non riescono a smettere di sanguinare prima che ne arrivi un’altra. Anzi, forse c’è di peggio: è solo alla fine della lettura, che scorre rapida e senza intoppi, che scopri i segni che ha lasciato.

Qui  si può leggere il primo capitolo.

Ho parlato di giallo, ma non sono sicura. E’ che l’omicidio incombe e catalizza l’attenzione, ma non è tutto. C’è un materiale umano denso, c’è odore di vino di cattiva osteria, e personaggi che chi chiamano Samira, Mustafà, Ivan, Serghej, Itsik, Jesus Pereira. E poi ci sono dei non luoghi, non nel senso di Marc Augé, ma forse come meglio direbbe Bauman descrivendo frammentazioni, evaporazioni di certezze, di riferimenti comuni per il vivere insieme,  che si chiamano la Città, la Fabbrica, la Caserma e il Panama, che fanno quadrato intorno a questa banlieue senza nome in cui si svolge la storia.

Più che un giallo ha qualcosa del romanzo sociale, antropologico, politico.

Mi fa pensare molto allo spirito che abita I dannati della terra di Fanon: la città coloniale spaccata in due, le zone abitate dai coloni e dai colonizzati sono opposte, ma non al servizio di un’umanità più alta. Nessuna conciliazione è possibile perché uno dei due termini è superfluo. Non lo è realmente, giacché l’economia della città dei colonizzati sostenta quella dei colonizzatori, ma è superfluo in quanto a potere di promuovere il cambiamento.

Qui invece il colonialismo è dentro casa, alle porte di Parigi, Marne la Vallée: i reietti non hanno da essere per forza stranieri, basta che siano marginali al sistema. Inconoscibili e governabili a un tempo.

Come in Fanon e nella sua descrizione del mondo coloniale, anche qui “lo spartiacque, il confine è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. (…) Nelle regioni coloniali, il gendarme e il soldato, con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto col colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi”.

Anche di fronte alla tragedia, dalla Città non viene mai nessuno. Se non – ed esclusivamente – per ripristinare un ordine e perseguire la logica di equilibrio che lascia tutto inalterato.

La salvezza – se mai possa esistere una salvezza, quando tutta la vita resta puntellata di ricordi – può essere solo individuale. E’ questo, più di ogni altra cosa, che lascia amari.

Un bel libro, sì.

 

Se invece avete voglia di scrivere, c’è Microcenturie, il ritorno di Effe.

Scrivete e spargete a piene mani.

Dicevamo con Hanging Rock, qualche settimana fa, stabilendo una sorta di sillogismo forse improprio, che se il sesso è una forma di comunicazione e la materia del sesso, il seme, crea il mondo, allora anche la parola, che strumento di comunicazione è, può inseminare e creare mondi, nuove realtà.

In Microcenturie anche un mio raccontino, veramente niente di che.

Nella logica dell’inseminazione e della creazione, riuscisse a rompere almeno una, una sola finzione in qualcuno che mi è caro, ne sarei già soddisfatta.

Premiata Ditta "Mazza & Panella"

gennaio 22, 2010

Pensavo nella notte – insonnia e una serie di GULP! nella pancia, nel prima e nel dopo di un breve sonno stritolato tra una risposta e una domanda provenienti da fonti diverse e che tuttavia si incuneavano alla perfezione – che se fossi una studiosa reale, e non una mera studentessa (a mio parere la differenza tra le due è che la seconda assorbe saperi alieni e cerca di farli quadrare in un campo il più possibile omogeneo e coerente, la prima, per contro, sviluppa ipotesi e teorie e ne verifica validità e  possibili falsificazioni), vorrei essere una studiosa come la signora Spivak, filosofa eclettica che riesce a cumulare nella sua opera saperi dissimili, combinandoli  – o meglio decombinandoli – in modo da spiazzare continuamente il lettore e privarlo di certezze. In modo da spiazzare anche me.

Che in fondo è quanto di più lontano da me possa essere, giacché, lasciata a me stessa, io sarei perennemente alla ricerca di risposte univoche, tranquillizzanti ed essenziali.

Solide piccole rassicurazioni quotidiane in grado di spianarmi le rughe della fronte e ammorbidirmi il diaframma.

E tuttavia, rendendomi conto che questo non è possibile devo mio malgrado rassegnarmi al peggio ed esercitarmi a fingere di essere padrona dell’imprevisto e dell’ignoto.

Che poi è esattamente ciò che facevo da bambina con il Bactrim: costretta a sorbirlo, chiedevo che mi venisse messo in mano il cucchiaino, di modo che potessi somministrarmelo da sola e recuperare in qualche senso uno spazio di libertà e autonomia pur nell’inevitabile, foss’anche semplicemente nella scelta di mandarlo giù in un sorso solo o trangugiarlo a sorsetti.

In pratica, è dall’età di quattro anni che assorbo il negativo e il necessario secondo lo stesso schema, mi ci familiarizzo poco a poco, quel tanto che basta per superare il momento critico e poi me ne dimentico fino alla volta seguente, quando di nuovo  nello stesso punto mi stupirò di quanta amarezza e difficoltà si celino nelle cose.

Sostiene l’amica mia – trovandomi perfettamente d’accordo in ciò che io definisco il Personaggio Letterario  – che tutti noi procediamo nella vita per applicazioni di schemi, anche laddove – aggiungo io – vengano adottati dei controschemi con la parvenza di modificare lo stato delle cose.

Gli schemi sono indissolubilmente legati al tempo e alla percezione di sé in un punto piuttosto che in un flusso. Si può tuttavia barare e ritenersi in un flusso, e invece essere sempre allo stesso punto.

Così c’è chi si fabbrica uno schema nel quale sostiene di essere sempre la stessa persona, dalla notte dei tempi, e che nulla possa averla modificata e c’è chi sostiene uno schema contrario, ritenendo che enormi e sostanziali variazioni nel suo modo d’essere si siano verificate in un lasso di tempo brevissimo. Ed entrambi agiscono poi in modo totalmente difforme rispetto all’enunciato.

C’è chi si propone di intersecare gli schemi altrui con una pretesa che ha la parvenza della libertà e del confronto, ma in realtà viene inglobato o si sovrappone allo schema altrui, adeguandosi o lasciandolo adeguare ai propri tempi. C’è chi infine ha il terrore dello schema e nella folle pretesa di poterne totalmente farne a meno, si rinchiude in uno spazio apparentemente aperto, dove tuttavia la mancanza di confini e delimitazioni produce paralisi d’altro genere.

In ogni caso tutto il conoscibile in qualche modo, più o meno scientemente, più o meno coscientemente, viene assoggettato allo schema prescelto e al tempo che si designa – anche incoscientemente – come il tempo adatto a sé.

Direte voi che questo è determinismo e che non offre alcuna speranza di cambiamento.

E invece nonzignore (io stamattina faccio la Spivak del blog e mi tiro dietro un poco di analisi marxista applicata ai casi umani, pur essendo sostanzialmente – per ragioni che mo’ mi scoccio di spiegare – una profonda scettica del marxismo).

Accettata unanimemente l’idea che ci si muova per schemi (e vi prego di contraddirla solo in presenza di argomentazioni scientifiche e sufficientemente fondate, giacché esiste tutta una letteratura psichiatrica, filosofica e antropologica in merito, che ci piaccia o meno e – soprattutto – perché senza schema si finisce al manicomio), accetteremo dunque l’idea che l’incontro con un elemento dirompente e non assimilabile allo schema, pone un problema. Per precisione aggiungeremo che gli elementi dirompenti non crescono sugli alberi come le mele, ma sono sempre un portato relazionale, nel bene e nel male. O hanno conseguenze relazionali.

In ogni caso l’elemento dirompente produce uno scarto, un eccesso, diciamo un plusvalore psicologico o emotivo.

Cosa farne?

E dipende, dipende. O se ne appropria il capitalista della relazione, sottraendolo all’operaio e assumendo un maggiore potere nei suoi riguardi, calandolo dunque in un’atmosfera di dipendenza affettiva e sfruttamento emotivo, con tutte le tirannie del caso, oppure l’operaio inizia la Rivoluzione, trovandosi però nella necessità di integrare la novità allo schema esistente (motivo per il quale le Rivoluzioni falliscono spesso e volentieri). O infine si approda a una sorta di negoziato, operazione ancora più difficile in quanto richiede la presenza di due soggetti paritari sufficientemente onesti da accettare di essere in uno schema, di volerlo preservare, ma renderlo comune e condiviso. Ma dove c’è un padrone o un dittatore, è difficile che ciò avvenga.

Restiamo alla seconda ipotesi: per integrare un nuovo elemento nello schema, o lo si neutralizza, in qualche modo, con il rischio che uno scarto, seppure minimo, resti sempre al di fuori e possa essere utilizzato contro di sé o comunque creare un rumore sordo di disturbo sotteso, una specie di acufeno dell’anima, una permanente tensione interna, oppure si deve rompere lo schema e produrre qualcosa di totalmente inedito.

Una rottura paradigmatica capace di produrre il nuovo.

Sostiene il signor Kuhn a proposito delle scienze, ma noi lo estendiamo, giacché stamattina domina l’eclettismo cialtrone, che “i nuovi paradigmi non nasceranno quindi dai risultati raggiunti dalla teoria precedente come un naturale proseguimento del progresso scientifico, ma piuttosto dall’abbandono degli schemi precostituiti del paradigma dominante. Certamente, il nuovo paradigma dovrà consentire di spiegare tutti quei fenomeni che i precedenti paradigmi spiegavano, e altri; ma quasi mai incorporerà le teorie dei paradigmi precedenti limitandosi a estenderle”

Di conseguenza, per produrre un mutamento, secondo questo signore occorre una brusca cesura nel Tempo, un prima e un dopo non commensurabili, un dopo che non rechi gli strascichi del prima, ma che lo illumini di luce diversa. Un abbandono radicale della posizione precedente che abbia però sufficiente memoria del modo in cui l’abbandono si sia prodotto, per non correre il rischio di  tornare indietro.

La conoscenza, dunque, si produce per interruzioni e rotture di schema. Probabilmente anche  per accumuli, ma sicuramente non per sovrapposizioni pedisseque né per parafrasi dell’esistente.

Per produrre il cambiamento c’è dunque bisogno di una mazziata, ma di una mazziata pesante. Una scutuliata memorabile, di quelle che quando ti muovi ti deve far male dappertutto e non puoi più assumere le posizioni note, o ti devi vergognare talmente tanto, ma talmente tanto di come stavi prima, quando ti è stata inferta, che mai più ti puoi rimettere in quella situazione. Mai piuissimo.

Deve essere una scutuliata non riassimilabile nello schema, totalmente e profondamente riformulatrice.

L’autoesplorazione, da sola, non è sufficiente. Ha qualcosa di tautologico: si è coscienti di sé solo fino al punto in cui si è coscienti. Più oltre non è dato vedere.

Sicché in mancanza di serio paliatone emotivo siamo destinati a restare dove siamo.

E’ inutile che bluffate, gnè gnè. Tanto io me ne accorgo lo stesso.

E se mi vedete bluffare, colpite. Colpite senza alcuna compassione. Però mirate giusto. Più genere in-fighter che out-fighter, per intenderci.

(Ho)Tel Aviv: Toc, toc! Kibbutz? Siamo noi, siamo noi.* Sottotitolo: socialismo reale e vedove di guerra.

gennaio 18, 2010

Dalla vecchia Gerusalemme ci siamo spostati dunque in un quartiere decentrato, che si chiama Gylo, una specie di zona residenziale dove se per qualsiasi motivo ti venga voglia di bere un sorso d’acqua o di trovare un telefono per un’emergenza, stai fresco.

Gerusalemme è interamente edificata con una pietra bianca locale, sicché tutte le zone risultano sostanzialmente identiche, prive di punti di riferimento. L’unica cosa che sapevamo era il numero dell’autobus che ci avrebbe portato fuori di lì.

Ad attenderci una famiglia composta da un marito francoalgerino con la passione del bel canto e delle arti figurative, una moglie irlandese con inquietante propensione per la cucina internazionale, una figlia stanziale non brillante per simpatia e vari figli itineranti, un genero parrucchiere il cui nonno era stato miliziano libico sotto il Duce, cambiando anche il suo cognome in un cognome italiano, e una nonna tipicamente anglosassone.

Con loro ci siamo fermati per due notti.

Da lì ci siamo poi spostati a Tel Aviv per altre due notti, ospitati dalla più giovane anziana mai vista e scarrozzati da altra nonnina automunita e pure con la vespa.

Un’esperienza mitica.

Il signor Meir, nostro ospite gerosolimitano, in gioventù era stato Babbo Natale, come dimostravano le foto esposte in soggiorno. La signora Esty, nostra ospite telavivense, era invece una Monica Bellucci di almeno trent’anni più attempata dell’originale; infine la signora Ruth, nostra mentore e guida turistica, mia nonna dopo un lifting.

In realtà c’è questa cosa di Servas che è bellissima. Forse ne avevo parlato già in questo blog, da qualche parte, una volta che io e Riccionascosto eravamo state in quel di Genova ad una fiera editoriale. Comunque questa Servas è un’organizzazione internazionale senza fini di lucro e con chiari intenti pacifisti, i cui iscritti possono partecipare a vario titolo: dal fornirti informazioni pratiche, al portarti in giro e farti da guida all’ospitarti per un paio di notti facendoti vivere l’esperienza della famiglia.

Da bravi ospiti educati noi non ci siamo di certo presentati con le mani in mano, ma siamo arrivati da casa portando con noi olio di oliva e vino rigorosamente kasher, non sapendo in casa di chi saremmo mai finiti, e scoprendo al nostro arrivo non solo che la Galilea è grandissimo produttore di olio di oliva, ma che le nostre famiglie ospitanti non solo non erano kasher, ma nemmeno un poco religiose. Appena appena un poco ostiche al maiale e alla vongola. Ma assolutamente aperte in termini di dialogo, anche su temi scottanti di politica locale.

E’ che qua risulta un po’ difficile da raccontare.

La cosa che accomunava queste persone era il kibbutz: chi in un modo – trasferendosi dai paesi europei all’epoca della guerra dei sei giorni o giù di lì – chi in un altro – nascendoci direttamente dentro dopo l’immigrazione dei genitori – la loro vita era strettamente collegata a quest’esperienza, che a me ricorda tanto quel bel film di Shyamalan, The Village.

Nei kibbutz non circolava moneta, non c’erano televisori, radio e distrazioni. Non c’era religione a dettare le regole, a meno di non voler considerare il socialismo una forma di religione, opinione sostenuta in limine alle loro opere da studiosi quali Edward Said  e Homi K. Bhabha  sulla quale mi sento sostanzialmente d’accordo.

Nei kibbutz per di più, in nome dell’utopia, non venivano versati i contributi, giacché si immaginava che l’anziano sarebbe rimasto lì dentro vita natural durante, supportato dalle amorevoli cure dei suoi conkibbutztadini.

Fatto sta che l’Utopia, come è suo destino, analogamente alle Rivoluzioni, le Diete dimagranti, gli Amori adolescenziali, il Gluteo sempre tonico e il PD, tende a un lento ma inesorabile disfacimento e finisce di morte naturale e precoce, lasciando tutti questi signori in balia di se stessi, faccia a faccia col consumismo e il capitalismo, nel bene e nel male, ma soprattutto senza una pensione.

L’altro elemento che accomunava invece le signore era l’aver prestato servizio militare all’epoca dei loro diciott’anni. E questa cosa – per quanto non si voglia essere militaristi e la si trovi addirittura disdicevole – fa una grande differenza nel costituire la personalità dell’individuo, in un Paese in cui si è avuto un Primo Ministro donna mentre noi quasi quasi stavamo ancora decidendo se le donne avessero l’anima, se l’adulterio fosse un reato perpetrabile unicamente dal genere femminile ma soprattutto se le donne avessero o meno diritto a far parte dell’elettorato attivo. Vabbè. Io se avessi avuto una telecamera le avrei filmate per tutto il tempo, e al ritorno a casa avrei preso mia mamma, la mamma del Secretario, un’accolita di zie e mamme di amici e le avrei messe lì a guardare il filmino a mo’ di lavaggio del cervello, fino a che non fossero diventate capaci non dico di imbracciare un mitra, ma almeno di svincolarsi da tutta una serie di ruoli e stereotipi culturali nei quali si sono dapprima fatte imprigionare e poi lentamente anestetizzare nel corso di una vita.

Fine della parentesi femminista.

La moglie del signor Meir, la signora Leslie, per celebrare la nostra presenza in casa sua ci ha cucinato una Pasta alla Bolognese fusion di cui fornisco sintetica ricetta:

– preparare la bolognese normalmente, sostituendo carota e sedano con quintali di cipolla e cumino

– lessare gli spaghetti circa un’ora e mezza prima dell’orario di cena e lasciarli a mollo in acqua fredda fino al momento di servirli, rigorosamente separati dalla salsa.

Quel depravato del Secretario ha fatto anche il bis. Dice che stava scritto nello statuto del bravo ospite di Servas, in una clausola piccola piccola, e poiché io ero senza occhiali gli ho creduto sulla parola.

In compenso noi abbiamo fornito ricetta della famosa polpetta al ragù di mammà, precisando che senza la tracchiulella di maiale e il gambetto di prosciutto non sarebbe mai stata la stessa cosa e lasciando a loro l’estrema decisione morale: maiale sì, maiale no.

La signora Esty di Tel Aviv ci è venuta a prendere alla stazione con un look supersportivo, scarpetta Nike arancione, tuta con inserti fluorescenti, capello corvino fluente e ci ha portato in questo appartamento superschicchissimo, in una specie di Beverly Hills israeliana. Lei era busy, molto busy, sicché ci ha fatto un briefing sulle principali appliances e utilities di casa sua, ci ha offerto la sua stanza da letto con  lenzuola di seta, ci ha preparato un caffè con la sua macchinetta clever, ci ha messo in mano le keys e poi è corsa a fare footing, alla lezione sull’induismo, a presiedere la riunione mensile delle vedove di guerra che poverine stanno sempre tristi, mica come lei che ha tanto da fare, a prenotarsi la gita culturale del fine settimana, a comprare dei regali ai suoi sette nipoti e chissà cos’altro.

Ci ha lasciati dunque con la signora Ruth, che ci ha scarrozzato di qua e di là, raccontandoci la sua vita avventurosa da un kibbutz all’altro, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna. C’è un che di pionieristico, trovo, nelle vite di questa gente, in tutti quelli che abbiamo incontrato. Un andare e tornare senza mai perdere il centro, il punto di riferimento. Una militanza forte verso se stessi, verso la propria identità.

La signora Esty siamo riusciti ad incontrarla solo la sera del giorno seguente, quando ci aspettava gattona gattona in casa, con le splendide gambe inguainate in un fuseau, scalza e sensuale come nessuna ultrasettantenne di questo mondo potrà mai, e ci ha raccontato della sua vita spesa al servizio dell’intelligence.

Non si poteva non amarla.

Non si poteva non restare affascinati da queste signore.

Ce le siamo portate a cena fuori, come vecchie amiche. Abbiamo chiacchierato fino a tardi.

Al mattino dopo Esty ci avrebbe accompagnato al treno per l’aeroporto.

Sei sicura che non ti dispiace alzarti alle sei e mezza della mattina? Possiamo andarci anche da soli, sai.

Lo so. Mica mi alzo per voi. E’ che devo andare a fare footing e dopo sono busy, ma così busy…

Un mito.

——–

* si ringrazia il Secretario per tutto, non ultimo il tormentone che dà il titolo a quest’ultimo post. Il resto – perché un resto c’è sempre – ve lo racconta lui.

Ogni dolore può essere sopportato se lo si narra o se ne si fa una storia (Karen Blixen).*

gennaio 13, 2010

Molto potremmo raccontare ancora della vecchia Gerusalemme, ma ci fermiamo qui per non togliervi il piacere di andarci.

Da questo punto una cesura divide il nostro viaggio e dalle cose arriviamo alle persone, in diversi sensi. Un maggiore contatto umano, innanzitutto, perché passiamo a vivere presso famiglie locali, ascoltiamo le loro storie, i racconti delle loro vite, respiriamo i loro spazi.

Quando ci si sottopone ai controlli ispettivi l’unica cosa che resta esclusa dalle perquisizioni, dalla pesa delle valigie e degli zaini e dalla scannerizzazione degli stessi, è la valigia mentale, quella che ci portiamo dovunque, stipata di pensieri, immagini, ricordi.

La mia è sempre zeppa, faccio fatica a chiuderla. Me la porto anche se vado da Napoli a Roma.

A volte vorrei alleggerirla, andare in giro con questo fardello mi sembra per certi versi un atto di colonizzazione emotiva del territorio che ci ospita: arriviamo e ci accampiamo lì con tutte le nostre cose.

Penso a de Martino e allo "scandalo dell’incontro etnografico", penso a Foucault e a tutti i tentativi di non ridurre l’Altro a Medesimo e mi dico che nell’impossibilità di fare tabula rasa di sé (e pure nell’ingiustizia del riuscirci, eventualmente), l’unica risorsa cui si può fare appello è l’umiltà.

Lo penso sempre, lo giuro, anche quando non ci riesco. Lo penso, e talvolta la paura poi mi perde.

Tra le varie innumerevoli cose che portavo questa volta nella valigia albergata in quello spazio minuscolo dietro la nuca, c’erano due racconti di blogger, questo  e questo.

E poi c’era questo, della cui scoperta andiamo a tutt’oggi orgogliosi, come se l’avessimo creata noi, questa donna. A Gerusalemme c’è una piazza con un’insegna e delle foto che celebrano la memoria della famiglia Yellin e nel fotografarle a mia volta, penso come lei che “la linea di tensione che corre fra scelta e destino è il filo a cui è sospeso il miracolo dell’esistenza”.

Delle persone vive  parleremo più avanti.

Qui adesso è il mondo degli scomparsi.

Di Moshe Safdie  avevamo già visto due complessi proprio alle porte della vecchia città, il centro commerciale di Mamilla e il villaggio di David, un grande centro residenziale sulla collina, tra l’YMCA e il mulino di Yemin Moshe. Ci abbiamo passato una serata, sulla terrazza del mulino, tra il verde del parco e le casette restaurate, tra bellezza e silenzio.

Di lì a poco ci saremmo infilati nel suo prisma che, come un cuneo, spacca la terra e ne fa uscire l’orrore. Avremmo letto i nomi e le storie di Berta Levi, Teodore Grunfeld, Necha Reich, Zeev Helfand e tutti gli altri. Di tutti loro avremmo visto fotografie, scarpe, trecce di capelli, bluse, anelli, diari manoscritti, giocattoli, cartelle, tappeti, scrittoi, orologi.

In un museo in cui la guida dava un tempo di permanenza medio di circa tre ore, noi ce ne abbiamo spese almeno il doppio, se non di più. Sette ore senza mangiare, né bere, né far pipì, completamente immersi in questa enorme ricostruzione storica.

Yad Vashem  è il luogo più intenso e inquietante che io abbia mai visitato e nessuna parola può darne resoconto. Lo è, oltre per i contenuti, per le sue forme, per il modo in cui il visitatore sparisce anch’esso al centro della terra, accompagnato da ogni tipo di documentazione possibile: dalle affiche ai filmati d’epoca, dagli oggetti personali alle ricostruzioni dei luoghi, attraverso l’utilizzo di materiali originali: binari, vagoni ferroviari, letti a castello, lampioni, carretti, filo spinato, mobili. Nelle orecchie il racconto è un fiume inarrestabile, voci, poesie, canzoni del ghetto.  Ci si toglie la cuffia solo al cospetto di materiali video in cui i sopravvissuti raccontano del modo in cui sono riusciti a scampare all’eccidio. Racconti rotti dall’emozione, lunghe pause per riprendere fiato, ricordi dirompenti disposti in file e mucchi, ordinatamente.

Il museo si estende oltre l’architettura, sulla collina. Ospita monumenti e memoriali.

Di sconvolgente impatto quello dedicato al milione e mezzo di bambini spariti nei campi. Un percorso di roccia che porta al centro della terra mentre le voci sussurrano età, nome e il luogo della morte. E d’improvviso, per un gioco di specchi, ci si trova come al centro di una sfera buia, illuminata solo da un milione e mezzo di fiammelle tremolanti. Si cammina in circolo, come a percorrere il diametro interno della sfera, nel buio più  profondo della terra.

A Yad Vashem non si utilizza la parola morte, e nemmeno fine.

Ognuno di loro è stato ucciso, assassinato. Ogni singola scomparsa prende la definizione netta e colpevole di omicidio.

Non ci sono morti senza nome, ogni singolo oggetto, o immagine o ricordo ha un nome di riferimento. Non c’è rappresentazione generale e generica dell’Olocausto, ma l’insieme di ogni singola vittima cui viene restituita la dignità di un’esistenza, per quanto breve sia stata.

La sala dei nomi, l’ultima del museo, costruito secondo un rigoroso criterio cronologico, ospita un’enorme cupola carica di foto che si specchia in un pozzo di pietra senza fondo. Tutt’intorno una gigantesca libreria ospita i dossier dei morti, il nome in lettere dorate stampato sui singoli fascicoli.

Entrandoci ho provato la stessa impressione di quando ho visto Ogni cosa è illuminata, “la rigida ricerca” per arrivare a Trachimbrod, il luogo della memoria. La moltitudine di scatole che contengono i frammenti superstiti.

Nel caso in cui. Casomai.

Tra le mani ho un’Antologia di Hannah Arendt. Mi aspettava a casa, da circa un anno. E’ di quei libri che compro sapendo che prima o poi, nel momento in cui nascerà in me l’esigenza di comprendere di più, il bisogno di non essere sola, li troverò lì ad aspettarmi e – forse – confortarmi.

Dice, qui, a proposito del potere di critica e del giudizio: La critica manifesta lo stesso carattere processuale dell’azione, la stessa spontaneità, assenza di fine, estraneità alla sovranità. E così come l’azione ha bisogno della facoltà di perdonare, che consente alla vita di proseguire prosciogliendo gli uomini da ciò che hanno fatto inconsapevolmente, a sua volta la critica ha bisogno della comprensione per venire a patti con ciò che è accaduto e riconciliarsi con ciò che inevitabilmente esiste.

Credo che il Secretario sia la reincarnazione di Hannah Arendt. E’ solo più grasso e con la barba.

———

Mentre scrivevo questo post, avendone già deciso il titolo (parto sempre dai titoli, io, mi danno una cornice di riferimento in cui operare) ho ricevuto una mail che conteneva la seguente domanda: a cosa serve, se serve, raccontare storie?

Sto leggendo in questi giorni un testo complicatissimo, ostico, che si intitola Mitologie bianche, sul senso della Storia, sulla possibilità di fare Storia, o sull’alternativa di rinunciare alla Storia in nome delle storie. Sono troppo ignorante per decidere quale sia la via da percorrere. So però che le storie si scrivono per il motivo spiegato dalla Blixen. Per quanto mi riguarda, non ne conosco altri.

Solo la Fede vi potrà salvare. E all’occorrenza anche un paio di kebab.

gennaio 11, 2010

(Gerusalemme, interno notte. Secreta’, io continuo a rimuginare su tutte quelle domande personali che ci hanno fatto all’aeroporto. Secondo me non gli importa niente delle risposte, ma solo delle reazioni. Se siamo terroristi, ci siamo preparati da casa e rispondiamo a tambur battente, senza imbarazzi. Se non lo siamo, invece facciamo le facce stupite e ci confondiamo. C’è però il rischio che al ritorno ci controllino ancora di più, ci potrebbero addirittura mettere in due stanzette separate e farci fare un confronto all’americana. E se ci fanno domande troppo intime noi che rispondiamo?

Donna Flo’, voi rispondete: niente sesso, siamo pellegrini!)

Sicché, in nome della par condicio religiosa, abbiamo dato spazio a tutti: i cattolici, i musulmani, gli ebrei, gli ortodossi e i gruppi minoritari. Due giorni di immersione nel Mistero, senza peraltro venirne a capo di nulla. Gerusalemme vecchia ha la forma di un Sudoku, solo che invece dei numeri devi riempire le caselline con simboli religiosi.

Per un fatto assolutamente non sciovinista, ma solo in nome di praticità topografica, imbocchiamo la Via Dolorosa dalla Porta dei Leoni e non ammettiamo interruzioni: tutte le stazioni della Via Crucis sono nostre. La casa di Maria, di sant’Anna, di Elisabetta, l’Ecce Homo, il Monastero della Flagellazione, la Chiesa della Dormizione. Qua Gesù vede sua madre al mercato, qua Giuseppe di Arimatea gli toglie la croce, qua la Veronica gli asciuga il sudore, qua Simone di Cirene fa un’altra cosa che non mi ricordo.

Tutto, abbiamo visto. Tutto. Siamo saliti sul Golgota tra bande di turisti religiosi di ogni dove, gli italiani col cappellino giallo, i russi rumorosi, i neri che zompano la fila facendo gli gnorri. Abbiamo infilato la manina nel buco in cui fu inserita la croce, ci siamo inginocchiati sulla pietra del Sepolcro.

La chiesa del Santo Sepolcro è una lottizzazione religiosa: questo a me e questo a te, una cappellina per ogni congregazione: qua i francescani, là gli armeni, più giù gli ortodossi, gli ucraini, i maroniti,  i copti, i melkiti e gli etiopi.

Mo’ però ci sta il problema di chi deve aprire e chiudere la Chiesa.

Per non far prendere collera a nessuno ed evitare ulteriori disaccordi, da sempre la chiave ce l’hanno due rispettabilissimi musulmani, che se la tramandano per diritto di famiglia. Ogni mattina alle quattro uno sale su una scala a pioli che sta appoggiata a un lato della facciata, si intrufola in una porticina, prende la chiave, la passa a quello che sta fuori, che apre e fa entrare tutti i fedeli. Stessa cerimonia alle otto di sera.

Poi tocca alle Sinagoghe.

Dopo la prima, ci arrendiamo subito. Non danno sfizio, sono brutte e non succede niente.

Poco più giù un gruppo di famiglie acchittate festeggiano il Bar Mitzvah: si sono portati i suonatori di corno rituale, i tamburelli, il fotografo. Lanciano caramelle tra gli astanti. Il povero tredicenne cui è dedicato il festeggiamento è vestito tutto di bianco, indirizza sorrisi tristissimi a destra e a sinistra. Le più eleganti tra le zie indossano la pelliccia, nonostante i venti e più gradi di temperatura. Si riconferma che l’ebraismo è un fatto di stile, ci sta poco da fare.

Ma noi abbiamo fretta: i musulmani ci aspettano, oltre un gigantesco metal detector.

Il piazzale delle moschee non è di facile accesso. Due ore al giorno di primo mattino e due nel primissimo pomeriggio. In mattinata abbiamo fallito. Riproviamo sotto il sole di mezzogiorno.

Lo zaino del Secretario ospita ottanta euro di spezie che opportunamente combinate potrebbero diventare un’arma di distruzione di massa. Laddove ci vengano sequestrate, useremo i calzettoni sporchi. Siamo pronti a tutto, pur di vedere la moschea dalla cupola dorata.

Finalmente guadagniamo il piazzale e il Secretario si incazza perché dopo tanta devozione non ci fanno neppure entrare nelle moschee a causa della nostra miscredenza. Inutilmente minacciamo di riportarci a casa le due colonne restaurate e regalate da Mussolini, ma non riusciamo in nulla. Non ci si entra da nove anni, probabilmente dall’attentato alle Torri Gemelle. Però non è giusto, eh. Dopo un’ora e passa di fila, due perquisizioni e tanta buona volontà non è giusto.

Il piazzale delle moschee è un luogo controverso: sta proprio appoggiato sul Muro del Pianto. Anticamente anticamente ospitava il Primo Tempio; poi il Secondo Tempio. Poi, infine, le moschee.

Per questa ragione agli Ebrei è fatto divieto d’accesso, che non sia mai che i loro piedini calpestino un luogo sacro. E visto che non si sa esattamente in quale punto del piazzale fossero edificati i templi, il rischio di commettere peccato è elevatissimo.

Andiamo a vedere un filmino divulgativo sulla distruzione del Secondo tempio, una specie di soap-opera americanissima che racconta la vita del povero Sadok, figlio del Grande Sacerdote, che all’improvviso resta orfano di mamma, padre e perde pure il fratellino. Sadok ha una tresca con la domestica di mammà, ma l’incendio distrugge tutto, priva i protagonisti delle energie affettive e quindi non c’è nemmeno il lieto fine. La mamma si rivolge alla domestica con accento di Brooklyn e sembra che stia recitando in una pubblicità di corn flakes.

Dice che questa cosa si chiama Edutainment, una crasi tra Education ed Entertainment. Io l’ho ribattezzata Religtainment. In ogni caso è una schifezza.

Ma la chicca deve ancora arrivare.

Secre, e me la dai una prova d’amore? Mi porti alla messa armeno ortodossa?

La suddetta si svolge alle sei e mezza della mattina e dura due ore e mezza. Grazie a un intervento divino, il giorno in cui decidiamo di andarci viene spostata alle otto, ma dura lo stesso due ore e mezza. Il Secretario dà grande prova di amore, ma non privo di condizioni e controprove: nella stessa giornata mi tocca il museo archeologico, decine e decine di pezzettini, frammentini e cosettini che io non capisco. Ma va bene così.

Torniamo alla messa armeno ortodossa.

Più che una messa è un musical, con una decina di interpreti principali e una ventina di figuranti, inclusi: due turibolanti particolarmente attivi, un inchiodatore di Cristi, che a metà funzione esce dalla chiesa con un martellone e nel silenzio generale inchioda, un portatore nano di Tiara, un dispensatore di benedizioni, sei o sette figuri neri incappucciati, i cui abiti hanno inserti di seta fucsia e turchese, un direttore di coro e un custode della compostezza. Ogni tanto si cambiano d’abito, sempre di spalle ai fedeli e cantano, cantano, cantano tutto il tempo.

Nel frattempo i fedeli possono fare tutto, sedersi, alzarsi, inginocchiarsi, andare nella cappelletta di fianco. E’ ammesso anche assopirsi. L’unica cosa che è vietatissimissima è incrociare i piedi, cosa per la quale vengo addirittura sgridata dal custode della compostezza.

Questi armeni non sono tanto ben visti dalla Chiesa Apostolica perché sono monofisiti, ossia credono in un’unica natura di Cristo, quella divina. Di conseguenza, come sospettavo già in loco e trovo conferma in quest’articolo, secondo loro la nostra redenzione non passa attraverso il sacrificio di Cristo. E qui aprirei il lunghissimo capitolo delle mie considerazioni sulla differenza tra le religioni che basano la fede sull’esibizione del corpo e quelle che negano lo stesso, ma invece lo richiudo subito e vi risparmio.

Ma soprattutto, in virtù del monofisismo, anziché praticare la consacrazione tagliando il vino con l’acqua, come avviene nel nostro rito, a simboleggiare l’unione delle due nature, questi furbacchioni di armeni ortodossi si tracannano tutto il cicchetto. E se proprio lo volete sapere, fanno anche un buon cognac e un fantastico dolcetto di pasta d’uva e frutta secca.

Alla fine della messa, completamente inebriata di colori, suoni, canti e incensi accuso i primi sintomi della crisi mistica che durerà diverse ore, fino a una spontanea remissione del sintomo o forse per intervento del Secretario che minaccia di abbandonarmi in un monastero di carmelitane scalze. Non lo so, non me lo ricordo. L’ultima cosa che ricordo è uno shawarma.

Dimmi che kippa hai e ti dirò chi sei.

gennaio 10, 2010

E allora a monte di tutto si deve sapere che il Secretario è uno storico rigorosissimo, “che conosce a memoria tutti i libri di Omero, li ripassa tre volte la mattina”. Io invece no.

Io mo’ mi dici una cosa e mo’ me la scordo. E soprattutto mi muovo per approssimazioni e giudizi sommari.
Il Secretario mi ha spiegato per almeno quattro giorni consecutivi tutti i fatti del Primo Tempio, del Secondo Tempio, di Tito, Adriano e Costantino. I mamelucchi, gli ayubbidi, i fatimidi. Erode, i Maccabei e non so quante altre cose. Io per un po’ me li sono ricordati, poi ho fatto finta di ricordarmeli e alla fine sono pervenuta a grandi e generiche conclusioni, che adesso riporterò qui attirandomi discredito intellettuale e anche un poco di ridicolo.
Prima conclusione: gli ebrei si dividono in due grandi categorie, i belli e i meno belli.
I belli sono gli ashkenaziti, alti, biondi e occhi azzurri, un poco troppo magrolini ma eleganti. I meno belli sono i sefarditi, bassi, tarchiati e un poco trasandati, coi capelli neri e gli occhi scuri e intensi.
In comune hanno un sacco di figli, almeno quattro, una circoncisione, i ricciolini  e lo Shabbat del villaggio.
Seconda conclusione: ci sono ebrei ortodossi, che si chiamano haredim ed ebrei non religiosi.
Terza conclusione: gli ebrei ortodossi si dividono in due grandi gruppi.
I primi si chiamano chassidim, cantano, ballano, si ubriacano e talvolta palpano le tette alle ragazze nubili. I secondi si chiamano mitnagedim e passano buona parte del loro tempo a criticare i costumi sessuali dei chassidim, ma non senza una certa confusione (e forse anche un poco di invidia), come si può leggere qui.
Quarta conclusione: essere ebrei è un fatto di stile.
E veniamo dunque alla kippa.
Ci sono quelle di raso, quelle di velluto, quelle all’uncinetto nere, quelle all’uncinetto colorate.
Poi ci sono i cappelli, con le tese larghe e strette, oppure tondi tondi di pelliccia, gli schtreimel.

 

Poi ci sono i cappotti neri di panno, quelli di raso, quelli coi bottoni e quelli con la cintura, le vestaglie bianche, quelle bianche a righine verticali, le maglie della salute con i fili appesi ai fianchi, i lacci di pelle per pregare che sembrano accessori sadomaso. Insomma, questa cosa secondo me è di un fashion terribile.

Se hai il cappello così sei antisionista, se hai la kippa colì sei moderato. Se invece ce l’hai fatta così prima o poi farai un colpo di stato. Quelli che hanno lo schtreimel vanno in giro con la cappelliera in mano, perché costa un sacco di soldi e non si deve rovinare.

Quelli con la kippa così mangiano kasher, quelli col cappello colì mangiano glatt kasher, che è un super kasher di cui non abbiamo ben capito le regole. Un giorno abbiamo mangiato un panino al salmone glatt kasher che era buonissimo, ma secondo me dipende solo dal fatto che erano quasi le tre del pomeriggio. In compenso il caffè faceva schifo, ancorché fosse un glatt caffè.

Tutti questi signori neri neri coi ricciolini abitano in un quartiere che si chiama Mea Shearim, dove al venerdì si organizza puntualmente una sfilata di moda, che culmina in una grande abboffata: lo Shabbat. Dopo cena, alcuni si astengono dalle carni, perché è peccato, altri invece sollazzano le proprie mogli, sostenendo che il sesso al venerdì costituisca buona azione doppia.

Da un punto di vista che ci sembra obiettivo e incontrovertibile, sosteniamo la tesi di questi ultimi e siamo disposti anche a discuterne per ore, se richiesti.

In questa Mea Shearim si deve andare tutti vestiti composti e castigati sennò si arrabbiano e volendo ti possono pure prendere a sassate. Secondo alcuni allo scoccare della fatidica ora dovresti anche lasciare l’auto là dove ti trovi e proseguire a piedi.

Questi signori non hanno la tv, non hanno il pc, non possono usare il web e nessuna di queste diavolerie moderne che inducono in tentazione. In compenso hanno tutti un  telefonino, ma il venerdì, se proprio proprio sono costretti a telefonare, hanno una tariffa più cara degli altri giorni, perché anche telefonare è un poco peccato e si sa che il peccato ha un prezzo da pagare.

Questi signori portano tutti gli occhiali perché studiano dalla mattina alla sera. Alcuni malevoli potrebbero tuttavia insinuare che i mitnagedim, quelli un poco bigotti, li indossino per eccesso di pratica autoerotica, ma non abbiamo prove a riguardo.

Poiché devono studiare, non possono lavorare e lo Stato provvede al loro mantenimento, benché buona parte di loro non riconosca la sovranità statale. Ma siccome fanno pendere la bilancia delle maggioranze in Parlamento, se li tengono buoni. Tipo come succede con la Lega.

Ultimamente poiché pare che le sovvenzioni statali stiano diminuendo, le mogli dei signori hanno iniziato a frequentare dei corsi di avviamento al lavoro, fianco a fianco con donne non religiose.
Il che, prima o poi, non sarà privo di conseguenze. Lifting, siliconi e botulini arriveranno anche qui, tanto per cominciare.
I più ricchi tra loro se ne sono andati a vivere nella città vecchia, che è divisa in tre quartieri:  quello arabo, fetente e zozzoso, sembra la Pignasecca a Napoli; quello cristiano è piuttosto pulito e sembra una Disneyland religiosa; quello ebreo, infine, è New York.
Per entrare in Sinagoga il Secretario si è comprato la kippa nera all’uncinetto, piccola piccola. Sarà quella dei  moderati liberali di sinistra,  quella del transgiudaismo o del giudaismo postdenominazionale? Vai a saperlo!

In verità sotto sotto io so che voleva quella con Pippo e Topolino, ma siccome è uno storico rigorosissimo non era cosa. La sera, per dargli maggiore credibilità e sostegno morale, dopo aver sfogliato a lungo il manuale delle regole per la crescita e lo sviluppo della brava moglie ortodossa, tornati in quella specie di ostello, volevo circonciderlo.

Si è salvato solo perché eravamo nel pieno dello Shabbat e non stava bene lavorare, nemmeno per la brava moglie ortodossa.

Chi siete, da dove venite, dove andate? Uno shekel.

gennaio 9, 2010

 

Prima di tutto: la logistica

Che siccome che ho paura, ma assai, di prendere l’aereo, il giorno dei trasbordi io mi rincoglionisco e smarrisco tutto lo smarribile.

Che poi è tutto in borsa: biglietto, passaporto, portafogli, carta di imbarco. Sono io ad essere altrove, è solo il mio corpo a imbarcarsi. Io non lo so dove sono, ho il vuoto nella testa e le mani sudaticce.

Lui invece non ha paura dell’aereo, ma comunque smarrisce tutto lo smarribile per ragioni che mi sono sconosciute.

Così si litiga: ce l’hai tu, no, ce l’hai tu. L’ho dato a te. Ma quando mai? Ma vedi bene. No, vedi prima tu. No, tu. Tu.

A Istanbul la polizia si insospettisce per questo passaporto rilasciato a sole ventiquattr’ore dalla partenza: chi siete, dove andate, cosa fate e perché.

E qui si dovrebbe raccontare la rocambolesca avventura amministrativa, ma per brevità si omette.

Ma non è finita.

A Tel Aviv il Mossad prende le sembianze di una giovine fanciulla che va sul personale: che relazione sussiste tra voi? Quando vi siete conosciuti? Dove vi siete conosciuti? Vivete insieme? Che siete venuti a fare? Dove andate a dormire?

Signori’, ma quante cose volete sapere? Ma è mai possibile che mo’ vi dobbiamo spiegare tutto il fatto del tango, delle disgrazie di quest’anno, degli andirivieni del fine settimana, della bambina che sta una volta qua e una volta là, dei concorsi sospesi e di tutto lo sforzo che ci costa la faccenda? E jamm’ bello, su, fateci passare.

La signorina si convince: voilà, la Terra Santa è servita. Il signor Doudou ci prende nel pulmino e ci trasferisce a Gerusalemme.

Prima regola: non fare commenti ad alta voce, che qua pure i muri hanno le orecchie. La signorina ebrea che viaggia con noi è una cantante lirica e ha da poco fatto uno spettacolo a Vietri sul Mare.

Secretà, questi quando lasciamo il Paese vorranno sapere di tutto e di più, da che ci siamo mangiati a tutti i cicicì che ci facciamo.

Il Secretario ha un taccuino nero in cui annoterà tutto per non farsi trovare impreparato. Annoterà tutto: dal dolce armeno a base d’uva al museo dell’Irgun, dalla pietra del Santo Sepolcro fino a cose che non sta bene dire in pubblico, ma che se il Mossad ce le chiede non potremo negare.

E’ a lui che si deve questo diario di viaggio, che se fosse per me già non saprei nemmeno come mi chiamo.

A Gerusalemme non si festeggia il capodanno. Se si arriva in ritardo, si rischia addirittura di non riuscire a cenare. Ma siccome ci siamo messi nelle mani di Dio – leggi in questo caso: Ospizio Armeno – ci danno da mangiare giacché siamo affamati e da bere giacché siamo assetati. Fortunatamente non siamo ignudi e ci vestiamo da soli.

E qui incontramo il primo personaggio della storia: il Profeta.

Capello lungo lungo, faccia da Jeremy Irons, che si avvicina circospetto e ci parla per un’ora buona in spagnolo, mettendoci al corrente di una serie di gossip religiosi di drammatica importanza: nientepopodimeno vicino alla Porta di Jaffa c’è un gruppo di ebrei messianici che credono che il Messia sia già venuto. Pare che nientedimeno anche questo Messia si chiami Gesù, e che dobbiamo andarli assolutamente a conoscere, ma non prima di aver fatto insieme a lui l’Adorazione del Santissimo Sacramento. Che siccome lui nella vita ha peccato tantissimo ed è stato salvato dalla fede, ci dobbiamo arrendere all’evidenza e pentirci pure noi.

Per non scontentare nessuno ci facciamo cinque minuti di Adorazione e poi, ebbri di acqua non frizzante e tè alla menta, proseguiamo verso il Muro del Pianto. Apri la borsa, fatti controllare, passa sotto al metal detector, qua i maschi, qua le femmine e finalmente siamo nel 2010.

Mossi dall’emozione ce ne andiamo a dormire e scopriamo non solo di avere una stanza senza tapparelle, persiane o tende, ma che di fianco a noi il muezzin salmodierà a partire dalle quattro del mattino, senza alcuna pietà.

Tutto cospira nella direzione della crisi mistica.

Noi per esempio abitiamo sulla Via Crucis, tra la Terza e la Quarta stazione. Poco più avanti ci sono  Giuseppe D’Arimatea e la signora Veronica. In mezzo il mercato della trippa a fare da correttivo.

Il primo giorno dell’anno inizierà prestissimo, sarà una ricognizione fuori dalle mura per vedere come comincia lo Shabbat, dagli approvvigionamenti alimentari al quartiere ortodosso che più ortodosso non si può.

(segue)