(Ho)Tel Aviv: Toc, toc! Kibbutz? Siamo noi, siamo noi.* Sottotitolo: socialismo reale e vedove di guerra.

Dalla vecchia Gerusalemme ci siamo spostati dunque in un quartiere decentrato, che si chiama Gylo, una specie di zona residenziale dove se per qualsiasi motivo ti venga voglia di bere un sorso d’acqua o di trovare un telefono per un’emergenza, stai fresco.

Gerusalemme è interamente edificata con una pietra bianca locale, sicché tutte le zone risultano sostanzialmente identiche, prive di punti di riferimento. L’unica cosa che sapevamo era il numero dell’autobus che ci avrebbe portato fuori di lì.

Ad attenderci una famiglia composta da un marito francoalgerino con la passione del bel canto e delle arti figurative, una moglie irlandese con inquietante propensione per la cucina internazionale, una figlia stanziale non brillante per simpatia e vari figli itineranti, un genero parrucchiere il cui nonno era stato miliziano libico sotto il Duce, cambiando anche il suo cognome in un cognome italiano, e una nonna tipicamente anglosassone.

Con loro ci siamo fermati per due notti.

Da lì ci siamo poi spostati a Tel Aviv per altre due notti, ospitati dalla più giovane anziana mai vista e scarrozzati da altra nonnina automunita e pure con la vespa.

Un’esperienza mitica.

Il signor Meir, nostro ospite gerosolimitano, in gioventù era stato Babbo Natale, come dimostravano le foto esposte in soggiorno. La signora Esty, nostra ospite telavivense, era invece una Monica Bellucci di almeno trent’anni più attempata dell’originale; infine la signora Ruth, nostra mentore e guida turistica, mia nonna dopo un lifting.

In realtà c’è questa cosa di Servas che è bellissima. Forse ne avevo parlato già in questo blog, da qualche parte, una volta che io e Riccionascosto eravamo state in quel di Genova ad una fiera editoriale. Comunque questa Servas è un’organizzazione internazionale senza fini di lucro e con chiari intenti pacifisti, i cui iscritti possono partecipare a vario titolo: dal fornirti informazioni pratiche, al portarti in giro e farti da guida all’ospitarti per un paio di notti facendoti vivere l’esperienza della famiglia.

Da bravi ospiti educati noi non ci siamo di certo presentati con le mani in mano, ma siamo arrivati da casa portando con noi olio di oliva e vino rigorosamente kasher, non sapendo in casa di chi saremmo mai finiti, e scoprendo al nostro arrivo non solo che la Galilea è grandissimo produttore di olio di oliva, ma che le nostre famiglie ospitanti non solo non erano kasher, ma nemmeno un poco religiose. Appena appena un poco ostiche al maiale e alla vongola. Ma assolutamente aperte in termini di dialogo, anche su temi scottanti di politica locale.

E’ che qua risulta un po’ difficile da raccontare.

La cosa che accomunava queste persone era il kibbutz: chi in un modo – trasferendosi dai paesi europei all’epoca della guerra dei sei giorni o giù di lì – chi in un altro – nascendoci direttamente dentro dopo l’immigrazione dei genitori – la loro vita era strettamente collegata a quest’esperienza, che a me ricorda tanto quel bel film di Shyamalan, The Village.

Nei kibbutz non circolava moneta, non c’erano televisori, radio e distrazioni. Non c’era religione a dettare le regole, a meno di non voler considerare il socialismo una forma di religione, opinione sostenuta in limine alle loro opere da studiosi quali Edward Said  e Homi K. Bhabha  sulla quale mi sento sostanzialmente d’accordo.

Nei kibbutz per di più, in nome dell’utopia, non venivano versati i contributi, giacché si immaginava che l’anziano sarebbe rimasto lì dentro vita natural durante, supportato dalle amorevoli cure dei suoi conkibbutztadini.

Fatto sta che l’Utopia, come è suo destino, analogamente alle Rivoluzioni, le Diete dimagranti, gli Amori adolescenziali, il Gluteo sempre tonico e il PD, tende a un lento ma inesorabile disfacimento e finisce di morte naturale e precoce, lasciando tutti questi signori in balia di se stessi, faccia a faccia col consumismo e il capitalismo, nel bene e nel male, ma soprattutto senza una pensione.

L’altro elemento che accomunava invece le signore era l’aver prestato servizio militare all’epoca dei loro diciott’anni. E questa cosa – per quanto non si voglia essere militaristi e la si trovi addirittura disdicevole – fa una grande differenza nel costituire la personalità dell’individuo, in un Paese in cui si è avuto un Primo Ministro donna mentre noi quasi quasi stavamo ancora decidendo se le donne avessero l’anima, se l’adulterio fosse un reato perpetrabile unicamente dal genere femminile ma soprattutto se le donne avessero o meno diritto a far parte dell’elettorato attivo. Vabbè. Io se avessi avuto una telecamera le avrei filmate per tutto il tempo, e al ritorno a casa avrei preso mia mamma, la mamma del Secretario, un’accolita di zie e mamme di amici e le avrei messe lì a guardare il filmino a mo’ di lavaggio del cervello, fino a che non fossero diventate capaci non dico di imbracciare un mitra, ma almeno di svincolarsi da tutta una serie di ruoli e stereotipi culturali nei quali si sono dapprima fatte imprigionare e poi lentamente anestetizzare nel corso di una vita.

Fine della parentesi femminista.

La moglie del signor Meir, la signora Leslie, per celebrare la nostra presenza in casa sua ci ha cucinato una Pasta alla Bolognese fusion di cui fornisco sintetica ricetta:

– preparare la bolognese normalmente, sostituendo carota e sedano con quintali di cipolla e cumino

– lessare gli spaghetti circa un’ora e mezza prima dell’orario di cena e lasciarli a mollo in acqua fredda fino al momento di servirli, rigorosamente separati dalla salsa.

Quel depravato del Secretario ha fatto anche il bis. Dice che stava scritto nello statuto del bravo ospite di Servas, in una clausola piccola piccola, e poiché io ero senza occhiali gli ho creduto sulla parola.

In compenso noi abbiamo fornito ricetta della famosa polpetta al ragù di mammà, precisando che senza la tracchiulella di maiale e il gambetto di prosciutto non sarebbe mai stata la stessa cosa e lasciando a loro l’estrema decisione morale: maiale sì, maiale no.

La signora Esty di Tel Aviv ci è venuta a prendere alla stazione con un look supersportivo, scarpetta Nike arancione, tuta con inserti fluorescenti, capello corvino fluente e ci ha portato in questo appartamento superschicchissimo, in una specie di Beverly Hills israeliana. Lei era busy, molto busy, sicché ci ha fatto un briefing sulle principali appliances e utilities di casa sua, ci ha offerto la sua stanza da letto con  lenzuola di seta, ci ha preparato un caffè con la sua macchinetta clever, ci ha messo in mano le keys e poi è corsa a fare footing, alla lezione sull’induismo, a presiedere la riunione mensile delle vedove di guerra che poverine stanno sempre tristi, mica come lei che ha tanto da fare, a prenotarsi la gita culturale del fine settimana, a comprare dei regali ai suoi sette nipoti e chissà cos’altro.

Ci ha lasciati dunque con la signora Ruth, che ci ha scarrozzato di qua e di là, raccontandoci la sua vita avventurosa da un kibbutz all’altro, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna. C’è un che di pionieristico, trovo, nelle vite di questa gente, in tutti quelli che abbiamo incontrato. Un andare e tornare senza mai perdere il centro, il punto di riferimento. Una militanza forte verso se stessi, verso la propria identità.

La signora Esty siamo riusciti ad incontrarla solo la sera del giorno seguente, quando ci aspettava gattona gattona in casa, con le splendide gambe inguainate in un fuseau, scalza e sensuale come nessuna ultrasettantenne di questo mondo potrà mai, e ci ha raccontato della sua vita spesa al servizio dell’intelligence.

Non si poteva non amarla.

Non si poteva non restare affascinati da queste signore.

Ce le siamo portate a cena fuori, come vecchie amiche. Abbiamo chiacchierato fino a tardi.

Al mattino dopo Esty ci avrebbe accompagnato al treno per l’aeroporto.

Sei sicura che non ti dispiace alzarti alle sei e mezza della mattina? Possiamo andarci anche da soli, sai.

Lo so. Mica mi alzo per voi. E’ che devo andare a fare footing e dopo sono busy, ma così busy…

Un mito.

——–

* si ringrazia il Secretario per tutto, non ultimo il tormentone che dà il titolo a quest’ultimo post. Il resto – perché un resto c’è sempre – ve lo racconta lui.

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4 Risposte to “(Ho)Tel Aviv: Toc, toc! Kibbutz? Siamo noi, siamo noi.* Sottotitolo: socialismo reale e vedove di guerra.”

  1. elsecretario71 Says:

     non riesco a trovare la manina col pollicione…ma ‘ndo sta il tasto "MI PIACE (ASSAISSIMO) su questo blog ??

  2. aitan Says:

     Continua ad appassionarmi questo racconto.
     (Riguardo al socialismo come forma di religione, m’è venuto in mente un saggio saggio di Karl Löwith -insomma, tu citi palestinesi e indiani americanizzati, io tedeschi di origine ebraiche- che considerava come per l’ebreo Marx il  proletariato fosse lo strumento per raggiungere un fine escatologico. In una sorta di gioco di specchi legermente deformati, si paragonavano gli intellettuali di sinistra ai profeti, il comunismo al regno di Dio senza Dio, il manifesto del partito comunista a un brano profetico, lo sfruttamento al Male con la M Maiuscola e la rivoluzione al giudizio finale).
     

  3. anonimo Says:

    Ieri sera ho scritto al Servas per sottopormi al colloquio.
    Voglio essere una Porta Aperta.
    Ti avviso: se qualcuno mi chiede ospitalità vieni pure tu. Sei embeddata nel pacchetto della mia offerta di pace.
    🙂

  4. Flounder Says:

    solo Servas ci mancava a casa tua!
    mo’ l’esproprio proletario è completo 😀

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