Premiata Ditta "Mazza & Panella"

Pensavo nella notte – insonnia e una serie di GULP! nella pancia, nel prima e nel dopo di un breve sonno stritolato tra una risposta e una domanda provenienti da fonti diverse e che tuttavia si incuneavano alla perfezione – che se fossi una studiosa reale, e non una mera studentessa (a mio parere la differenza tra le due è che la seconda assorbe saperi alieni e cerca di farli quadrare in un campo il più possibile omogeneo e coerente, la prima, per contro, sviluppa ipotesi e teorie e ne verifica validità e  possibili falsificazioni), vorrei essere una studiosa come la signora Spivak, filosofa eclettica che riesce a cumulare nella sua opera saperi dissimili, combinandoli  – o meglio decombinandoli – in modo da spiazzare continuamente il lettore e privarlo di certezze. In modo da spiazzare anche me.

Che in fondo è quanto di più lontano da me possa essere, giacché, lasciata a me stessa, io sarei perennemente alla ricerca di risposte univoche, tranquillizzanti ed essenziali.

Solide piccole rassicurazioni quotidiane in grado di spianarmi le rughe della fronte e ammorbidirmi il diaframma.

E tuttavia, rendendomi conto che questo non è possibile devo mio malgrado rassegnarmi al peggio ed esercitarmi a fingere di essere padrona dell’imprevisto e dell’ignoto.

Che poi è esattamente ciò che facevo da bambina con il Bactrim: costretta a sorbirlo, chiedevo che mi venisse messo in mano il cucchiaino, di modo che potessi somministrarmelo da sola e recuperare in qualche senso uno spazio di libertà e autonomia pur nell’inevitabile, foss’anche semplicemente nella scelta di mandarlo giù in un sorso solo o trangugiarlo a sorsetti.

In pratica, è dall’età di quattro anni che assorbo il negativo e il necessario secondo lo stesso schema, mi ci familiarizzo poco a poco, quel tanto che basta per superare il momento critico e poi me ne dimentico fino alla volta seguente, quando di nuovo  nello stesso punto mi stupirò di quanta amarezza e difficoltà si celino nelle cose.

Sostiene l’amica mia – trovandomi perfettamente d’accordo in ciò che io definisco il Personaggio Letterario  – che tutti noi procediamo nella vita per applicazioni di schemi, anche laddove – aggiungo io – vengano adottati dei controschemi con la parvenza di modificare lo stato delle cose.

Gli schemi sono indissolubilmente legati al tempo e alla percezione di sé in un punto piuttosto che in un flusso. Si può tuttavia barare e ritenersi in un flusso, e invece essere sempre allo stesso punto.

Così c’è chi si fabbrica uno schema nel quale sostiene di essere sempre la stessa persona, dalla notte dei tempi, e che nulla possa averla modificata e c’è chi sostiene uno schema contrario, ritenendo che enormi e sostanziali variazioni nel suo modo d’essere si siano verificate in un lasso di tempo brevissimo. Ed entrambi agiscono poi in modo totalmente difforme rispetto all’enunciato.

C’è chi si propone di intersecare gli schemi altrui con una pretesa che ha la parvenza della libertà e del confronto, ma in realtà viene inglobato o si sovrappone allo schema altrui, adeguandosi o lasciandolo adeguare ai propri tempi. C’è chi infine ha il terrore dello schema e nella folle pretesa di poterne totalmente farne a meno, si rinchiude in uno spazio apparentemente aperto, dove tuttavia la mancanza di confini e delimitazioni produce paralisi d’altro genere.

In ogni caso tutto il conoscibile in qualche modo, più o meno scientemente, più o meno coscientemente, viene assoggettato allo schema prescelto e al tempo che si designa – anche incoscientemente – come il tempo adatto a sé.

Direte voi che questo è determinismo e che non offre alcuna speranza di cambiamento.

E invece nonzignore (io stamattina faccio la Spivak del blog e mi tiro dietro un poco di analisi marxista applicata ai casi umani, pur essendo sostanzialmente – per ragioni che mo’ mi scoccio di spiegare – una profonda scettica del marxismo).

Accettata unanimemente l’idea che ci si muova per schemi (e vi prego di contraddirla solo in presenza di argomentazioni scientifiche e sufficientemente fondate, giacché esiste tutta una letteratura psichiatrica, filosofica e antropologica in merito, che ci piaccia o meno e – soprattutto – perché senza schema si finisce al manicomio), accetteremo dunque l’idea che l’incontro con un elemento dirompente e non assimilabile allo schema, pone un problema. Per precisione aggiungeremo che gli elementi dirompenti non crescono sugli alberi come le mele, ma sono sempre un portato relazionale, nel bene e nel male. O hanno conseguenze relazionali.

In ogni caso l’elemento dirompente produce uno scarto, un eccesso, diciamo un plusvalore psicologico o emotivo.

Cosa farne?

E dipende, dipende. O se ne appropria il capitalista della relazione, sottraendolo all’operaio e assumendo un maggiore potere nei suoi riguardi, calandolo dunque in un’atmosfera di dipendenza affettiva e sfruttamento emotivo, con tutte le tirannie del caso, oppure l’operaio inizia la Rivoluzione, trovandosi però nella necessità di integrare la novità allo schema esistente (motivo per il quale le Rivoluzioni falliscono spesso e volentieri). O infine si approda a una sorta di negoziato, operazione ancora più difficile in quanto richiede la presenza di due soggetti paritari sufficientemente onesti da accettare di essere in uno schema, di volerlo preservare, ma renderlo comune e condiviso. Ma dove c’è un padrone o un dittatore, è difficile che ciò avvenga.

Restiamo alla seconda ipotesi: per integrare un nuovo elemento nello schema, o lo si neutralizza, in qualche modo, con il rischio che uno scarto, seppure minimo, resti sempre al di fuori e possa essere utilizzato contro di sé o comunque creare un rumore sordo di disturbo sotteso, una specie di acufeno dell’anima, una permanente tensione interna, oppure si deve rompere lo schema e produrre qualcosa di totalmente inedito.

Una rottura paradigmatica capace di produrre il nuovo.

Sostiene il signor Kuhn a proposito delle scienze, ma noi lo estendiamo, giacché stamattina domina l’eclettismo cialtrone, che “i nuovi paradigmi non nasceranno quindi dai risultati raggiunti dalla teoria precedente come un naturale proseguimento del progresso scientifico, ma piuttosto dall’abbandono degli schemi precostituiti del paradigma dominante. Certamente, il nuovo paradigma dovrà consentire di spiegare tutti quei fenomeni che i precedenti paradigmi spiegavano, e altri; ma quasi mai incorporerà le teorie dei paradigmi precedenti limitandosi a estenderle”

Di conseguenza, per produrre un mutamento, secondo questo signore occorre una brusca cesura nel Tempo, un prima e un dopo non commensurabili, un dopo che non rechi gli strascichi del prima, ma che lo illumini di luce diversa. Un abbandono radicale della posizione precedente che abbia però sufficiente memoria del modo in cui l’abbandono si sia prodotto, per non correre il rischio di  tornare indietro.

La conoscenza, dunque, si produce per interruzioni e rotture di schema. Probabilmente anche  per accumuli, ma sicuramente non per sovrapposizioni pedisseque né per parafrasi dell’esistente.

Per produrre il cambiamento c’è dunque bisogno di una mazziata, ma di una mazziata pesante. Una scutuliata memorabile, di quelle che quando ti muovi ti deve far male dappertutto e non puoi più assumere le posizioni note, o ti devi vergognare talmente tanto, ma talmente tanto di come stavi prima, quando ti è stata inferta, che mai più ti puoi rimettere in quella situazione. Mai piuissimo.

Deve essere una scutuliata non riassimilabile nello schema, totalmente e profondamente riformulatrice.

L’autoesplorazione, da sola, non è sufficiente. Ha qualcosa di tautologico: si è coscienti di sé solo fino al punto in cui si è coscienti. Più oltre non è dato vedere.

Sicché in mancanza di serio paliatone emotivo siamo destinati a restare dove siamo.

E’ inutile che bluffate, gnè gnè. Tanto io me ne accorgo lo stesso.

E se mi vedete bluffare, colpite. Colpite senza alcuna compassione. Però mirate giusto. Più genere in-fighter che out-fighter, per intenderci.

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10 Risposte to “Premiata Ditta "Mazza & Panella"”

  1. anonimo Says:

    Flou, grazie, grazie. Ero passata da te ieri. E da Monodose un po’ di tempo fa. Sempre bene mi sento, se passo da te. E quella tua foto con papà, che mi ha toccata dentro dentro.

  2. anonimo Says:

    Penso che lo zen miri proprio a rompere gli schemi che tu dici. Attraverso paradossi, koan, elementi disorientanti, cerca di spezzare la griglia esperenziale (se così si può chiamare) e produrre il satori, l’illuminazione, l’apertura alla vacuità del mondo. Mica mi ricordo però dove volevo arrivare scrivendo questa cosa. Forse da nessuna parte. Mi metto le scarpe in testa e taccio.

    Bandini

  3. cf25302015 Says:

     io taccio e acconsento.
    signora flò le sue argomentazioni mi perplimono assai
    battere o levare?
    ;))

  4. anonimo Says:

    sempre felice di trovare vita su questa parte di marte, e che questa vita sia agita da vossia 🙂
    che ci si muova per schemi, si! Mi torvo, certo! prima di tutto si interpreta la realtà e le cose sparse in essa per quegli schemi che ognuno ha, o perchè glieli ha confezionati mamma o papà, o  zio, o perchè se li è comprati all’università o dal notaio o da ikea o da un cinese alla dichesca, o perchè infine se li è costruiti da se con i pezzi che ha trovato per strada.
    Ma ogni tanto, potreste parlare un pochettino fuori di metafora che, quando poi si sta lontani come me, si capisce che ci stanno dei fatti che ispirano delle analsi che vanno in elevazione filosofica, ma certe volte uno vorrebbe dire ok, ma che è stato?
    baci:)
    cav

  5. aitan Says:

     effettivamente gli schemi ci sono, esistono, si seguono, si eseguono e vanno (e)seguiti fino a quando non si è capaci di inventarne di nuovi da seguire, diffondere e fare eseguire a noi stessi e a chi ci vuole seguire

  6. Flounder Says:

    cavalie’,
    è stata una settimana assai impegnativa, carica di coincidenze, fatti, racconti e sorprese.
    molto spesso non sono fatti miei, e dunque scriverne mi pare assai indelicato. resta il fatto che quando si combinano tante cose insieme, io caccio una pericolosa tendenza alla normazione e ne viene una riflessione generale in cui i piccoli fatti si incastrano a meraviglia, e diventano tutti piccole sfaccettature ed esempi della stessa cosa.
    mo’ devo correre a finire un libro che un amico mi ha consigliato e il secretario regalato, e che mi sta facendo uscire pazza, perché è l’ultima chicca di questa riflessione, un’ennesima coincidenza.
    Si intitola "La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo" e mi sta facendo affacciare su un abisso di visioni (da integrare ovviamente nello schema) che mi danno le vertigini.
    vado, che ho ancora i lacrimoni agli occhi di prima dell’interruzione e non voglio che mi si raffreddino 🙂

  7. Zu Says:

    che lettura, flounder, in qual prodigio stai immersa!

  8. Flounder Says:

    zu, tu lo sai che io sono stonata…ma eri stato forse tu a parlarmi per la prima volta di questo libro, mesi fa, vero?
    come che sia, mi colpisce sempre questa cosa che un consiglio di lettura o un indizio, un messaggio, una scoperta possano farsi strada solo quando è il loro momento preciso, e in determinate circostanze.
    prima di quel momento, cadono nel vuoto.

  9. Zu Says:

    Te ne avrò parlato, probabile, perché è stata per due volte una lettura totalizzante (in italiano nel 2005 e in inglese l’anno scorso).
    E certo, i libri si leggono quando è il loro momento (mi accadde cosa analoga con Il dio delle piccole cose: nel 2006 aprii e lessi due volte di seguito il volume che riposava da anni su un mio scaffale).
    Buon proseguimento, nennella cara.

  10. ilcavaliere Says:

    pensando a questo tuo post, oggi, mi è venuta voglia di scriverne uno sullo schema 1-6-2-5, più conosciuto come giro di do, con cui certa musica ci ha raccontato il mondo in un certo periodo, fino ad oggi pensavo con i più che fosse dovuto a limitatezza tecnica dei compositori, ma forse non è stato così………
    baci
    cav

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