Archive for febbraio 2010

Flounder's List

febbraio 17, 2010

Scriveva Mangino Brioches da qualche parte – e vai a sapere dove, in questa rete a maglie sempre più larghe, che si sbrindella, che partorisce blog, account di facebook, tumblerate, twitterate e cacatelle varie – che lei ha un amore per le liste.

La capisco. Lo condivido.

Sono figlia di un uomo che compilava liste ed era egli stesso una sommatoria di liste.

Una lista di organi: due  occhi, un naso, una bocca, due gomiti, due ginocchi, due reni, una vescica, due polmoni, una prostata, due caviglie, una tiroide, due testicoli. E man mano che diventavano inefficienti ci metteva un frego sopra.

Una lista di appunti e di doveri, che gli garantivano presenza, costanza e affidabilità. Sempre e comunque, per tutti. Anche adesso che non c’è più e facciamo affidamento sulla precisione delle liste che ci ha lasciato per organizzare questo piccolo mondo antico che siamo, questa sorta di gineceo dall’anima tremendamente euripidea.

Una lista di sentimenti, scritta questa volta in codice, con sigle e cifre incomprensibili, e chiavi di lettura disseminate altrove, in piccole foto sparse nei portafogli, in frasi annotate in chiusa a documenti burocratici. In posti introvabili e impensati.

Sono mamma di una decenne che dal momento in cui ha saputo mettere insieme le lettere dell’alfabeto, ha compilato liste, che fabbrica quadernetti spillati e disegnati da lei con delle funzioni specifiche e monotematiche: l’altro giorno uno piccolissimo, da regalare a mia sorella, per segnare unicamente i migliori reportage giornalistici effettuati; uno a me, più grande, in cui annotare i baci che ci diamo, a mo’ di partita doppia, in modo da recuperare periodicamente lo svantaggio o reclamare un’eccedenza rimasta incorrisposta.

Per anni mi sono vergognata un po’ delle mie liste. Mi sembravano un vizio segreto, una debolezza inconfessabile. Per anni ho pensato che le liste fossero stampelle, puntelli. Il repositorio di paure profonde.

Sciocchina, sciocchina. Le liste servono ad altro.

Ci sono arrivata anni dopo, molti anni dopo. La mia teoria dell’importanza delle liste negli anni si è consolidata, si è validata sul terreno, è un metodo e una prassi. Ho scoperto che assomiglia per certi versi alla teoria di Goody.

In realtà sono sicura, lo penso sempre più spesso, anche se non posso dimostrarlo, come quelli là del libro dell’amica mia, che il pensiero dell’uomo segua delle tappe evolutive precise, delle pietre miliari, che certe riflessioni e azioni a un dato momento, seppure con percorsi e manifestazioni dissimili, arrivino per tutti.

La lista è dunque una categoria dello spirito, un’esigenza insopprimibile.

Lungi dall’essere un’accozzaglia di informazioni e fatti, la lista è un momento di creazione: compilare delle liste equivale a riorganizzare la realtà, innanzitutto, a generare nuove classi e categorie e a fornire una conoscenza profonda e sistematica. Non solo.

La lista genera idee. Non per aggiunta, come si crede spesso. Le nuove idee si generano per sottrazione, per esclusione, per rinuncia all’inutile, per semplificazione. Le liste permettono di tenere tutto insieme e poi sfrondare. Scegliere.

La lista predisposizione all’azione, la guida e la regola. Predispone alla gerarchizzazione delle priorità e all’ottimizzazione delle risorse.

Ma più di tutto, ed è ciò che amo nelle liste, la lista si scrive, si mette nero su bianco. Individua cose rispetto alle quali si prende una distanza. La lista ufficializza e contemporaneamente permette di consentire un potere di critica, che altrimenti verrebbe confuso dai moti interiori.

Ho scritto una lunga lista pochi giorni prima della fine del 2009, alla quale ho affidato desideri, bisogni e impegni, riproponendomi di verificarla il 31 marzo di quest’anno. Ricontrollare una lista scritta è una buona misura sia degli obiettivi raggiunti, sia di ciò che nel tempo è diventato irrilevante e va dunque modificato, scartato. Scartato soprattutto dalla coscienza, perché non diventi materia di irrealtà. Non parlo di rinunciare ai sogni, non sto pensando a una ragioneria del desiderio.

Quelli restano, il desiderio è la base della creazione della lista.

Penso agli aggiustamenti necessari che ci consentono una vita serena e dignitosa.

Un’altra lista, parimenti importante, l’ho scritta meno di due settimane fa. Mi ha richiesto moltissima concentrazione, ha preso tre paginette di taccuino che poi ho ridotto a una sola. La riduzione è il momento più difficile, richiede senso di responsabilità, fiducia nelle proprie capacità di scelta, moltissimo ascolto interiore. Onestà, soprattutto onestà. Anche eventualmente nell’accorgersi che ciò che sembriamo volere non è esattamente ciò che vogliamo.  O viceversa.

Alla luce di una lista ben scritta il mondo cambia.

Cambia la natura della nostra rappresentazione del mondo.

Cambiamo noi, credo in meglio.

‘a Juta a Montevergine

febbraio 2, 2010

E insomma è cominciata così, con una telefonata a Hanging Rock.
Hanginro’, ti voglio fare una proposta oscena che più oscena non si può.
Uh mammamia, e che è?
Ci vogliono tre requisiti: primo, domani ti devi mettere in ferie; secondo, stasera vieni a dormire qua; terzo, ti devi vestire come se andassimo sulla neve, giacché andiamo forse sulla neve.
Ma queste amiche manageresse dalla sera alla mattina non si possono disimpegnare, sicché ci ho messo una pietra sopra.
Poi è stata la volta di mia figlia la decenne.
Giocavamo a quel gioco che uno pensa un animale e l’altro fa le domande per indovinare.
Lei pensa, io indovino.
Ciccipuffi, rispondi correttamente, sennò mi depisti e mi incazzo.
Bipede o quadrupede?
Bipede.
Volatile?
Sì.
Commestibile?
No.
Come no?
No.
Aspe’, Cicci, che tu mi confondi. Lo struzzo per te è volatile?
No, mamma.
E la quaglia è commestibile?
Sì, ma io non la mangio, mangio solo le uova.
E perché la quaglia no? Mo’ dimmi che differenza c’è tra la quaglia e il polletto!
Uffà, mamma, da quando fai questo fatto dell’antropologia non si può parlare più, con te. La quaglia non me la mangio perché non fa parte della mia cultura, sei contenta?
Che è ‘sta cosa della cultura? La quaglia è quaglia, con la pancetta intorno.
No, mamma, sei fissata. Io adesso se ti racconto che Karina (compagnella di classe ucraina) ha litigato con Stefy, tu mi rispondi che sono le loro culture che cercano il contatto col conflitto.
Giuro, quant’è vero Iddio, ha detto così. Ho creato un mostro. Fra dieci anni farò la fine dalla mamma di Pietro Maso. Per di più da quando frequenta il laboratorio di teatro è diventata una pagliaccia. Tale madre, tale figlia, che ci posso fare?
Sapessi mamma, mentre loro litigavano le culture facevano il tifo: vinco io, no vinco io.
E rideva. 
Mamma, a te l’antropologia ti fa male.
Poi l’amichetta archeologa: eddài, vieni, anche se fa freddo. Poi balli e ti passa.
Morale della favola: sono uscita per andare in ufficio, mi sono portata dietro macchina fotografica e cappello e a metà autostrada ho deviato per Avellino e sono finita a Montevergine. Neve alta così, cellulare scarico e serbatoio in riserva. L’amichetta nella notte si era sentita male, sicché sopra a quel pizzo di montagna innevato stavo sola sola.
Sola sola per modo di dire: almeno cinquanta bus, centinaia di auto. Paranze, vecchierelle, femminielli e trans.
Pazza, pazza! Me lo ripetevo da sola, mentre andavo alla festa della Candelora. Ma la demoetnoantropologa che è in me non ammetteva scuse.
A dispetto delle mie tendenze tanghere, non ballo la tammurriata. Il perché non lo so nemmeno io, forse perché faccio parte di una cultura urbanizzata. Mia nonna schifava la cultura popolare, diceva che era subcultura. Si incazzava con la zia Assuntina che levava il malocchio e ci metteva le bustine di sale nei cappotti. Non andava in Chiesa e non credeva nell’aldilà, aveva un domestico femminiello e tra una Domenica Sportiva e un Rischiatutto si leggeva l’Arcipelago Gulag e la Scuola di Barbiana. Ma quel che è peggio, me li faceva leggere pure a me, a dispetto della mia quarta elementare.
E’ che io ho le tendenze culturali represse, questo è il fatto!
Vabbè, torniamo a Montevergine. Questa Madonna qua – una Madonna nera – sopravviene a un culto di Iside, poi Cerere e Demetra. Protettrice degli schiavi, in senso stretto e lato – quindi pure le pulsioni inopportune che la fanno da padrone -, delle donne sterili e dei femminielli.
Mi piace assai quando il potere sopravviene – in questo caso la Chiesa – ma la povera gente, il popolo, riesce a mantenere una sua eredità. In questa storia di povere genti il potere non riesce ad avere completamente la meglio ma restano queste sopravvivenze antiche che vengono riassimilate e mai del tutto espunte.
Caro Foucault, diceva Derrida, ma come puoi mai sostenere che la ragione ha estromesso la follia? Essa se ne nutre, si forma grazie alla follia. 
E Foucault rivisitava le sue tesi e stabiliva che potere e resistenza sono intimamente connessi, che l’Alterità si insinua nel Medesimo e lo sovverte dall’interno. E lo fa esistere grazie alla perpetua commistione. 
Mammamia, e come sto divagando. Ferma, Flounder, concentrati.
Allora arrivo a Montevergine e per prima cosa noto un fatto stranissimo: l’indifferenziazione sessuale. La maggior parte della popolazione presente era gravemente obesa (a propo’, la conoscete la canzone di Gaber? Me l’hanno fatta sentire ieri, mi è piaciuta moltissimo). In questa situazione di pliche nucali, panzesche e doppiomentesche già risultava difficile capire chi era maschio e chi era femmina, se non si fossero aggiunti a complicare la situazione i trans e le femmine ritoccate: labbra e tette e zigomi enfiati che non si capiva niente.
Mi sono arresa dopo dieci minuti e mi sono data a seguire i gruppi che spontaneamente si formavano per suonare e ballare.
E lì mi sono imbattuta in un repertorio canoro per me del tutto nuovo, io che sono abituata ad Alli uno e Bella figliola e cose conosciute.
Un dialetto strettissimo e canti a sfondo sacro, per lo più invocazioni alla Madonna, la Mamma Schiavona,  nei quali risuonavano allusioni inequivocabili, che trascrivo dal mio antropologico taccuino:
me piace ‘o capitone co’ tutta ‘a pelle
vulesse sagli in cielo co’n’asta longa longa
madonna famme ‘a grazia e famme addiventà chillo ca piglia pisce.
Se poi si aggiunge che a intonare i canti e a ballare erano certe biondone ultra sessantenni con un poco di barba residua e le sopracciglia disegnate a matita, mi pare che non si possa dare adito a dubbi.
Intere famiglie, nonne, prozie e nipoti gay.
Bell’e nonna, vatte a senti’ ‘a messa, a Madonna te fa ‘a grazia.
‘A no’, ‘a messa ce vaco sabato, mo’ aggia balla’.
In quel mentre arriva l’Americana, un trans alto alto e corvino, una certa età.
Perché l’Americana, chiedo io?
Pecché s’è operata ‘a Merica, tant’anni fa.
L’Americana inizia una tammurriata con un giovane gay biondino.
Al momento della votata le compaesane fanno il tifo: ‘merica’, vall’areto, ‘a ‘sta cessa, falle vede’ che tieni annanze!
Si ricorda che stiamo sempre davanti all’Abbazia di Montevergine.
E’ che ho il tempo contato, sono un’antropologa a mezzo servizio, schiava del pubblico impiego. E’ per questo che sto qua, per chiedere alla Mamma Schiavona di liberarmi dalla mia tortura quotidiana.
Ma ecco che arriva Vladimir Luxuria con la sua scorta. Alcune platinetteggianti, altre di una bellezza mozzafiato.
Un uomo le mette il bambino in braccio: posso fare una foto? Foss’a Madonna e addiventasse comm’a vvuje.
Una vecchierella la guarda a lungo e poi esclama: che bella donna…che bell’uomo.
Un uomo la apostrofa: signo’, e mettiteve d’accordo, chebelladonna o chebelluomo?
Tutti ridono.
Il tutto non privo di polemiche
Io devo scappare. Mammamia, e come mi dispiace. Per la strada incontro Marcello Colasurdo  che sta arrivando per iniziare il canto, ma io non mi posso proprio fermare.
Mi rifaccio il 12 settembre, l’altra data rituale. A piedi prima che sorga il sole.
Che fatica quest’antropologia.