‘a Juta a Montevergine

E insomma è cominciata così, con una telefonata a Hanging Rock.
Hanginro’, ti voglio fare una proposta oscena che più oscena non si può.
Uh mammamia, e che è?
Ci vogliono tre requisiti: primo, domani ti devi mettere in ferie; secondo, stasera vieni a dormire qua; terzo, ti devi vestire come se andassimo sulla neve, giacché andiamo forse sulla neve.
Ma queste amiche manageresse dalla sera alla mattina non si possono disimpegnare, sicché ci ho messo una pietra sopra.
Poi è stata la volta di mia figlia la decenne.
Giocavamo a quel gioco che uno pensa un animale e l’altro fa le domande per indovinare.
Lei pensa, io indovino.
Ciccipuffi, rispondi correttamente, sennò mi depisti e mi incazzo.
Bipede o quadrupede?
Bipede.
Volatile?
Sì.
Commestibile?
No.
Come no?
No.
Aspe’, Cicci, che tu mi confondi. Lo struzzo per te è volatile?
No, mamma.
E la quaglia è commestibile?
Sì, ma io non la mangio, mangio solo le uova.
E perché la quaglia no? Mo’ dimmi che differenza c’è tra la quaglia e il polletto!
Uffà, mamma, da quando fai questo fatto dell’antropologia non si può parlare più, con te. La quaglia non me la mangio perché non fa parte della mia cultura, sei contenta?
Che è ‘sta cosa della cultura? La quaglia è quaglia, con la pancetta intorno.
No, mamma, sei fissata. Io adesso se ti racconto che Karina (compagnella di classe ucraina) ha litigato con Stefy, tu mi rispondi che sono le loro culture che cercano il contatto col conflitto.
Giuro, quant’è vero Iddio, ha detto così. Ho creato un mostro. Fra dieci anni farò la fine dalla mamma di Pietro Maso. Per di più da quando frequenta il laboratorio di teatro è diventata una pagliaccia. Tale madre, tale figlia, che ci posso fare?
Sapessi mamma, mentre loro litigavano le culture facevano il tifo: vinco io, no vinco io.
E rideva. 
Mamma, a te l’antropologia ti fa male.
Poi l’amichetta archeologa: eddài, vieni, anche se fa freddo. Poi balli e ti passa.
Morale della favola: sono uscita per andare in ufficio, mi sono portata dietro macchina fotografica e cappello e a metà autostrada ho deviato per Avellino e sono finita a Montevergine. Neve alta così, cellulare scarico e serbatoio in riserva. L’amichetta nella notte si era sentita male, sicché sopra a quel pizzo di montagna innevato stavo sola sola.
Sola sola per modo di dire: almeno cinquanta bus, centinaia di auto. Paranze, vecchierelle, femminielli e trans.
Pazza, pazza! Me lo ripetevo da sola, mentre andavo alla festa della Candelora. Ma la demoetnoantropologa che è in me non ammetteva scuse.
A dispetto delle mie tendenze tanghere, non ballo la tammurriata. Il perché non lo so nemmeno io, forse perché faccio parte di una cultura urbanizzata. Mia nonna schifava la cultura popolare, diceva che era subcultura. Si incazzava con la zia Assuntina che levava il malocchio e ci metteva le bustine di sale nei cappotti. Non andava in Chiesa e non credeva nell’aldilà, aveva un domestico femminiello e tra una Domenica Sportiva e un Rischiatutto si leggeva l’Arcipelago Gulag e la Scuola di Barbiana. Ma quel che è peggio, me li faceva leggere pure a me, a dispetto della mia quarta elementare.
E’ che io ho le tendenze culturali represse, questo è il fatto!
Vabbè, torniamo a Montevergine. Questa Madonna qua – una Madonna nera – sopravviene a un culto di Iside, poi Cerere e Demetra. Protettrice degli schiavi, in senso stretto e lato – quindi pure le pulsioni inopportune che la fanno da padrone -, delle donne sterili e dei femminielli.
Mi piace assai quando il potere sopravviene – in questo caso la Chiesa – ma la povera gente, il popolo, riesce a mantenere una sua eredità. In questa storia di povere genti il potere non riesce ad avere completamente la meglio ma restano queste sopravvivenze antiche che vengono riassimilate e mai del tutto espunte.
Caro Foucault, diceva Derrida, ma come puoi mai sostenere che la ragione ha estromesso la follia? Essa se ne nutre, si forma grazie alla follia. 
E Foucault rivisitava le sue tesi e stabiliva che potere e resistenza sono intimamente connessi, che l’Alterità si insinua nel Medesimo e lo sovverte dall’interno. E lo fa esistere grazie alla perpetua commistione. 
Mammamia, e come sto divagando. Ferma, Flounder, concentrati.
Allora arrivo a Montevergine e per prima cosa noto un fatto stranissimo: l’indifferenziazione sessuale. La maggior parte della popolazione presente era gravemente obesa (a propo’, la conoscete la canzone di Gaber? Me l’hanno fatta sentire ieri, mi è piaciuta moltissimo). In questa situazione di pliche nucali, panzesche e doppiomentesche già risultava difficile capire chi era maschio e chi era femmina, se non si fossero aggiunti a complicare la situazione i trans e le femmine ritoccate: labbra e tette e zigomi enfiati che non si capiva niente.
Mi sono arresa dopo dieci minuti e mi sono data a seguire i gruppi che spontaneamente si formavano per suonare e ballare.
E lì mi sono imbattuta in un repertorio canoro per me del tutto nuovo, io che sono abituata ad Alli uno e Bella figliola e cose conosciute.
Un dialetto strettissimo e canti a sfondo sacro, per lo più invocazioni alla Madonna, la Mamma Schiavona,  nei quali risuonavano allusioni inequivocabili, che trascrivo dal mio antropologico taccuino:
me piace ‘o capitone co’ tutta ‘a pelle
vulesse sagli in cielo co’n’asta longa longa
madonna famme ‘a grazia e famme addiventà chillo ca piglia pisce.
Se poi si aggiunge che a intonare i canti e a ballare erano certe biondone ultra sessantenni con un poco di barba residua e le sopracciglia disegnate a matita, mi pare che non si possa dare adito a dubbi.
Intere famiglie, nonne, prozie e nipoti gay.
Bell’e nonna, vatte a senti’ ‘a messa, a Madonna te fa ‘a grazia.
‘A no’, ‘a messa ce vaco sabato, mo’ aggia balla’.
In quel mentre arriva l’Americana, un trans alto alto e corvino, una certa età.
Perché l’Americana, chiedo io?
Pecché s’è operata ‘a Merica, tant’anni fa.
L’Americana inizia una tammurriata con un giovane gay biondino.
Al momento della votata le compaesane fanno il tifo: ‘merica’, vall’areto, ‘a ‘sta cessa, falle vede’ che tieni annanze!
Si ricorda che stiamo sempre davanti all’Abbazia di Montevergine.
E’ che ho il tempo contato, sono un’antropologa a mezzo servizio, schiava del pubblico impiego. E’ per questo che sto qua, per chiedere alla Mamma Schiavona di liberarmi dalla mia tortura quotidiana.
Ma ecco che arriva Vladimir Luxuria con la sua scorta. Alcune platinetteggianti, altre di una bellezza mozzafiato.
Un uomo le mette il bambino in braccio: posso fare una foto? Foss’a Madonna e addiventasse comm’a vvuje.
Una vecchierella la guarda a lungo e poi esclama: che bella donna…che bell’uomo.
Un uomo la apostrofa: signo’, e mettiteve d’accordo, chebelladonna o chebelluomo?
Tutti ridono.
Il tutto non privo di polemiche
Io devo scappare. Mammamia, e come mi dispiace. Per la strada incontro Marcello Colasurdo  che sta arrivando per iniziare il canto, ma io non mi posso proprio fermare.
Mi rifaccio il 12 settembre, l’altra data rituale. A piedi prima che sorga il sole.
Che fatica quest’antropologia.

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7 Risposte to “‘a Juta a Montevergine”

  1. 8e49 Says:

    standing ovation per la decenne 😀

  2. sabrinamanca Says:

    Non ci posso fare nulla, i tuoi post mi fanno sganasciare, sbellicare, sconfiffolare dalle risate anche quando tu non c’hai molto da ridere e io nemmeno! (e pensare che quei mostri li stiamo forgiando noi, con le nostre sante manine e il cervellino in brodo…)

  3. Flounder Says:

    mado’, che depressione ‘sto blog! 😀

  4. anonimo Says:

    tesoro vedessi il mio, che poi non era mio, eravamo partiti in quindici, il gruppo, e sono rimasto solo
    sapere di non avere interlocutori immediati, cambia l’approccio, io da qulache mese prima che nascesse luigi gli sto scrivendo una moleskine di annotazioni con la mia pessima grafia che chissà se non si scoccerà di decifrare, ma di sicuro sopravviverà a questo ed alltri pc.
    Quindi ultimamente mi sono rimesso a scrivere anche sul blog come per qualcuno che potrebbe leggere molto tempo dopo, come l’Hervas di Potocky, ma con molto meno presunzione di esaurire alcunchè di conoscibile, solo per proporre dei temi, perchè poi quello che manca e che mi manca in particolare, è un coversare di e sui pensieri, sul pensiero, sul tempo, su ciò che lo sottende, su cosa di tempo è fatto, come la nostra percezione di esistere, a volte.
    smile 🙂
    cav

  5. Flounder Says:

    come ti capisco, cavalie’.
    io ho perso anche la vena narrativa. mi sento sola e sperduta, in un mondo sempre più smssizzato

  6. anonimo Says:

    …e a proposito di sms,
    uno dei paradossi è che certe persone hanno degli apparecchi telefonici che si collegano a internet, alla posta, a capodistria, che mandano fax, si collegano via satellite con la Nuova Zelanda e Roccarainola, si possono scaricare la filmografia in lingua originale di Murnau e kieslowskij, ma non hanno un minuto, non hanno cinque, dico cinque fottuti secondi per risponderti neanche quando li chiami venti volte durante le feste di Natale
    baci 🙂
    cav

  7. profemate Says:

    Hai fatto proprio bene ad andarci da sola!  bellissime queste tradizioni.

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