Archive for marzo 2010

Smetto quando voglio? Il tango e l’amore non si assomigliano. A seguire, breve appendice sulla gelosia.

marzo 31, 2010

Mi chiedo sempre perché non sia riuscita a imparare il tedesco. E non è che non ci abbia tentato, eh. Ma mi è capitato tra capo e collo in uno di quei periodi grigi dell’esistenza, fatti di continuo ruminare mentale e scarsa energia. Non ci sono riuscita, il che dopo cinque anni passati a imparare il giapponese è davvero assurdo.

C’è talvolta nel tedesco, nelle cinque o sei parole che conosco, una precisione impressionante, un intento classificatorio – o così mi sembra – che mi si adatterebbe perfettamente. L’ultima scoperta è la differenza che opera tra Leib e Körper: il primo è il corpo vissuto, storico, fatto di carne ed emozioni, di abitudini e posture interiori. Il secondo è più banalmente il corpo biologico con le sue leggi di funzionamento.

Sto leggendo un saggio di un signore che mi sta appassionando moltissimo. Si chiama Enrico Pozzi e la sua presentazione autobiografica  mi incanta non meno del suo scritto.

Che poi le cose capitano sempre così, tutte insieme, si inanellano in un ordine che si genera spontaneamente: un paio di settimane fa una lunga conversazione sul perché non andiamo al cimitero a trovare i nostri padri, e una risposta semplice e convincente. C’è una sperequazione corporea nell’andare al cimitero, un’esuberanza di corpo vivo che chiede di mettersi in relazione con un corpo memoria e il trovarsi di colpo, nell’atmosfera decisamente asettica di un cimitero, calati in un’insensibilità inattesa, laddove si vorrebbe sperimentare nostalgia, dolore, una qualche forma di purificazione e non ci è dato trovarla. Non lì, almeno.

Poi questo lungo articolo, poi tante altre cose. Il mio corpo che si ribella, ad esempio. Lo fa di tanto in tanto e chiede di essere ascoltato nella sua sostanza costitutiva più intensa: la rabbia.

Io lo so, lo so che non abbiamo un corpo, ma siamo il nostro corpo – e non solo il nostro, siamo anche altri corpi, che ci provengono da lontano, dal passato, dal futuro prossimo, da certe contiguità, dalla procreazione – e talvolta lo dimentico, un po’ come fanno tutti quelli che sostengono che il loro corpo, alto, basso, grasso, magro, malato, sano, flaccido o tonico che sia, non li rappresenti fedelmente, che esista una sostanza altra, una cosa più interna e indicibile, che costituisce la loro vera essenza.

Non è vero, non è vero mai. Il corpo è la migliore presentazione di noi stessi che possiamo agire, la sola attendibile. Incarna tutto quanto ci ha costituito, nel bene e nel male, ci situa nel tempo e nello spazio. Se il viso testimonia il dolore fisico, la stanchezza o il godimento, lo fa ogni singola parte del nostro corpo e la sua totalità.

Ma non volevo scrivere di questo, mi sono fatta prendere la mano.

Volevo scrivere di quando si smette. Qualunque cosa sia: abitudini, vizi, sentimenti, relazioni, credenze, attività.

C’è un aspetto misterioso nei principi e nelle fini, nei cominciamenti e nelle dismissioni: non si sa mai quando avverranno e a dispetto delle apparenze, non sono in alcun modo soggetti alla volontà. La volontà – se mai interviene – ha a che fare con i proseguimenti, i perseguimenti, le omeostasi, gli equilibri, positivi o negativi che siano.

Io questo non lo sapevo, ho sempre creduto il contrario, ho basato la mia vita sul volontarismo per accorgermi – con un po’ di gioia mischiata ad angoscia – che fa acqua da tutte le parti.

So che a un certo punto le cose – e dico cose per riassumere il tutto – perdono di magia, e questo accade in maniera spesso improvvisa.

E per converso, quanto più si vuole smettere una cosa, meno ci si riesce, la volontà non fa che fissare il pensiero su ciò che si vorrebbe lasciar andare: il fumo, un ricordo, il cibo, un’amante divenuta noiosa, un attaccamento spasmodico al Milan, alla mamma, al blog, alla preghiera del mattino, a quello che volete voi, purché ovviamente questo qualcosa cominci ad essere percepito – dapprima in modo vago, poi via via sempre più pressante – come un elemento di troppo che in qualche modo inizia a disturbarci, a condizionarci.

Lo stesso quando si vuole trattenere a tutti i costi qualcosa che non si vuole perdere in alcun modo.

Impiegare energie per passare dal voglio al non voglio – o viceversa – non ha alcun potere di modifica.

Si smette perché si smette, non perché lo si voglia. O meglio, lo si vuole anche, ma si smette – in modo duraturo e definitivo – quando la volontà si arrende.

Sicché credo che la perdita di magia e di incanto connessa alle cose, ai modi, ai convincimenti, alle abitudini, alle persone, abbia a che fare esclusivamente con la funzione che queste cose assolvono nelle singole esistenze. E’ solo quando perdono questa capacità che si smette.

Questa è la ragione per cui non si può smettere solo un poco, è la ragione per la quale le teorie della limitazione del danno sono destinate a fallire, perché implicano il controllo della volontà. Ma la volontà è bipartisan, vuole e non vuole, si barcamena tra impulsi contrari. La volontà funziona su percorsi lineari, e questa cosa io non l’avevo mai vista, mai capita. E’ una rivelazione.

Dunque non si può smettere un poco per volta, lo si fa tutto in una volta. Accadrà naturalmente o per effetto di un dramma, poco importa. Non accadrà per far piacere a qualcun altro e nemmeno sotto minaccia o per effetto di ragionamenti persuasivi.

Accadrà. Così come è cominciato, per la stessa identica ragione. O non accadrà, e ce ne si farà una ragione.

Ah, sì. Il titolo. Il fatto del tango, ecco.

Leggo e sento sempre queste cose quasi ieratiche che mi innervosiscono, che il tango è come la vita, come l’amore, che ci salva, ci cambia. Proprio come l’amore.

L’amore non ci salva e non ci aiuta a cambiare di una virgola, se per amore immaginiamo la posizione apilada del tango, petto contro petto, in vicinanza totale e incastro perfetto o – nella sua peggiore versione – con uno dei due che sostiene tutto il peso e l’altra che gli si ammolla addosso impedendogli qualsiasi possibilità di variazione. (Tra l’altro la traduzione esatta di apilado è accatastato. Ecco.)

No. L’amore non è apilado. L’ho pensato e voluto per una vita, questo amore apilado e utopico.

Poi ho smesso di pensarlo. L’ho smesso senza volerlo, senza accorgermene. Come sia avvenuto, è un mistero. A tratti lo sogno, ma non lo voglio.

Credo che l’amore sia nel corpo, come tutto il resto. In un corpo stabile su se stesso, baricentro personale, collocazione solitaria nello spazio e nel tempo, una separatezza irriducibile. Una distanza.

L’amore è nella  zona di sviluppo prossimale tra l’uno che eravamo e il multiplo che costruiremo. Il luogo in cui il nuovo ordine superiore trasforma il significato di quello inferiore, talvolta inglobandolo e valorizzandolo, talvolta mostrandone l’inadeguatezza. Per salti e disequilibri produttivi di novità.

Quelli che non ci riescono, smettono.

Infine la gelosia.

Ho trovato questo testo in tre parti. Ho amato molto la prima: Il Cauto. Ma anche la terza, Etica, ha un suo illuminante perché.

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Epigrafe

marzo 19, 2010

Mi ti offrirei volentieri da mangiare, cara amica mia affamata.

Ma non son altro, al momento, che minestrina di ossessioni riscaldata.

In limine

marzo 2, 2010

 

Per essere addomesticati, come la volpe del Piccolo Principe, occorre fiducia.

Per avere fiducia, bisogna credere.

La fede, dunque, è al primo posto, è il gradino iniziale, il passaggio ineludibile.

Qualcuno dirà che per credere non si debba avere paura. Io non lo penso.

Penso invece, al contrario, che è proprio l’arte di maneggiare la paura, di conviverci,  che alla fine ci permette di credere. E’ lo stare nella paura e osservare giorno dopo giorno cosa farà il Principe, monitorare la sua puntualità, controllare con la coda dell’occhio i suoi movimenti composti, che ci rende capaci di fidarci. La volpe non mente al Piccolo Principe, e la sua verità lo conquista. La sincerità della volpe li strappa entrambi al mondo dell’ignoto e insegna a entrambi una nuova forma.

La volpe stabilisce un contatto che è un contratto, la sua parola ha la consistenza di un atto, è una presa in consegna della responsabilità di fondare un legame e mantenere fede alla parola data, tenendo a freno la paura di tutti e due.

L’osservazione della volpe – direbbe Van Gennep, lo studioso dei riti di passaggio – è l’essenza del periodo liminare, quello che ci fa passare da una fase all’altra dell’esistenza.

Senza l’attraversamento del periodo liminare non si va da nessuna parte.

Alcuni sovrani di tribù africane, prima di essere incoronati, entravano in una fase di iniziazione in cui erano formalmente e sostanzialmente ridotti, per settimane, allo stadio più basso della società: insultati, picchiati, sfruttati dalle plebi e dai reietti.

Questo stadio serviva a mettersi nei panni dei sudditi e a sviluppare doti di resistenza, pazienza, lungimiranza. Se non riesci a sopportare le offese ingiuste, come potrai esercitare la giustizia?

In Giappone incontravamo in metropolitana dei giovani ragazzi che alla fine dell’università, nell’interregno delle sole vacanze scolastiche concesse subito prima di entrare nei ranghi delle aziende che li avevano già reclutati, si sottoponevano a un training spiacevolissimo: pulivano i gabinetti con un cartello sulle spalle che recitava qualcosa come “sono fiero di appartenere alla Mitsubishi”, oppure “se non riesco a svolgere con decoro un lavoro umile, come potrò mai essere parte della Toshiba?”.

La nostra individualità occidentale era disturbata, fortemente disturbata da un tale spirito di corpo, da un tale ottuso collettivismo. Eravamo giovani e tremendamente ignoranti. La mia amica voleva scriverci la sua tesi di laurea in management su questo fatto, ma non trovammo nessuno disposto ad aprire bocca sul tema, e alla fine si convinse a scrivere sui circoli di qualità, che altro non è che la versione più evoluta dello stesso sistema.

Ma torniamo alla nostra volpe.

Ciò che offre al Piccolo Principe è la possibilità di un rito.

Il rito è forse l’unica cosa che permetta un passaggio al senso. Il rito è creazione dal caos, è passaggio dall’indifferenziazione alla distinzione, permette di cogliere qualcosa o qualcuno e di separarlo dal resto. Di separarlo per allontanarlo per sempre o per integrarlo.

Io ho un bisogno forsennato di riti, perché ho terrore di tutte le liminarità.

Perché mi confondo nel caos, nel dubbio, nelle insicurezze, perché non ho fiducia in niente, se non nella mia forza di volontà e assumo questa a rito. E so anche che talvolta l’esasperazione della forza di volontà, lungi dall’essere un estremo, è il compromesso forzosamente raggiunto tra ciò che si è e ciò che non si piace di sé.

E’ un fatto angusto e solipsistico, l’esatto contrario di ciò che si richiede al rito.

Bisogna darsi conto di essere al tempo stesso la volpe e il Piccolo Principe, di racchiuderli entrambi dentro di sé.La volpe e il Piccolo Principe sono le due facce della paura delle rose e del tempo.