In limine

 

Per essere addomesticati, come la volpe del Piccolo Principe, occorre fiducia.

Per avere fiducia, bisogna credere.

La fede, dunque, è al primo posto, è il gradino iniziale, il passaggio ineludibile.

Qualcuno dirà che per credere non si debba avere paura. Io non lo penso.

Penso invece, al contrario, che è proprio l’arte di maneggiare la paura, di conviverci,  che alla fine ci permette di credere. E’ lo stare nella paura e osservare giorno dopo giorno cosa farà il Principe, monitorare la sua puntualità, controllare con la coda dell’occhio i suoi movimenti composti, che ci rende capaci di fidarci. La volpe non mente al Piccolo Principe, e la sua verità lo conquista. La sincerità della volpe li strappa entrambi al mondo dell’ignoto e insegna a entrambi una nuova forma.

La volpe stabilisce un contatto che è un contratto, la sua parola ha la consistenza di un atto, è una presa in consegna della responsabilità di fondare un legame e mantenere fede alla parola data, tenendo a freno la paura di tutti e due.

L’osservazione della volpe – direbbe Van Gennep, lo studioso dei riti di passaggio – è l’essenza del periodo liminare, quello che ci fa passare da una fase all’altra dell’esistenza.

Senza l’attraversamento del periodo liminare non si va da nessuna parte.

Alcuni sovrani di tribù africane, prima di essere incoronati, entravano in una fase di iniziazione in cui erano formalmente e sostanzialmente ridotti, per settimane, allo stadio più basso della società: insultati, picchiati, sfruttati dalle plebi e dai reietti.

Questo stadio serviva a mettersi nei panni dei sudditi e a sviluppare doti di resistenza, pazienza, lungimiranza. Se non riesci a sopportare le offese ingiuste, come potrai esercitare la giustizia?

In Giappone incontravamo in metropolitana dei giovani ragazzi che alla fine dell’università, nell’interregno delle sole vacanze scolastiche concesse subito prima di entrare nei ranghi delle aziende che li avevano già reclutati, si sottoponevano a un training spiacevolissimo: pulivano i gabinetti con un cartello sulle spalle che recitava qualcosa come “sono fiero di appartenere alla Mitsubishi”, oppure “se non riesco a svolgere con decoro un lavoro umile, come potrò mai essere parte della Toshiba?”.

La nostra individualità occidentale era disturbata, fortemente disturbata da un tale spirito di corpo, da un tale ottuso collettivismo. Eravamo giovani e tremendamente ignoranti. La mia amica voleva scriverci la sua tesi di laurea in management su questo fatto, ma non trovammo nessuno disposto ad aprire bocca sul tema, e alla fine si convinse a scrivere sui circoli di qualità, che altro non è che la versione più evoluta dello stesso sistema.

Ma torniamo alla nostra volpe.

Ciò che offre al Piccolo Principe è la possibilità di un rito.

Il rito è forse l’unica cosa che permetta un passaggio al senso. Il rito è creazione dal caos, è passaggio dall’indifferenziazione alla distinzione, permette di cogliere qualcosa o qualcuno e di separarlo dal resto. Di separarlo per allontanarlo per sempre o per integrarlo.

Io ho un bisogno forsennato di riti, perché ho terrore di tutte le liminarità.

Perché mi confondo nel caos, nel dubbio, nelle insicurezze, perché non ho fiducia in niente, se non nella mia forza di volontà e assumo questa a rito. E so anche che talvolta l’esasperazione della forza di volontà, lungi dall’essere un estremo, è il compromesso forzosamente raggiunto tra ciò che si è e ciò che non si piace di sé.

E’ un fatto angusto e solipsistico, l’esatto contrario di ciò che si richiede al rito.

Bisogna darsi conto di essere al tempo stesso la volpe e il Piccolo Principe, di racchiuderli entrambi dentro di sé.La volpe e il Piccolo Principe sono le due facce della paura delle rose e del tempo.

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14 Risposte to “In limine”

  1. ilcavaliere Says:

    quanto sono d’accordo cò vvoi donna Flo’!
    nel senso comune si usa il termine "rituale" per indicare azioni compiute in maniera acritica ed automatica, praticamente il contrario di quello che tu giustamente rileggi nel rito. Portato al soggetto sarebbe coazione, ma invece sarebbe proprio prova di volontà. Sarebbe ma appunto non è, perchè appunto il rito è ontologicamente fuori di se stessi, ovvero è la forza propria accordata, armonizzata, organizzata con quella del gruppo; anche un rito svolto in solitudine è praticato secondo regole condivise in una tradizione
    Lo specchio infinito in cui oggi ci muoviamo anche da fermi, esaspera la rappresentazione di ogni cosa, per questo non sembra possibile celebrare niente che non sia una specie di farsa, ma solo un profondo rispetto di qualcosa che regoli almeno qualche straccio di manifestazione umana ci può consentire un agire comunicativo tra "cives"
    serena notte 🙂

  2. anonimo Says:

    La Volpe- mi pare- chiede al Piccolo Principe il rito, di essere rituale. Lei cerde nel rito e lo insegna a lui: se tu torni sempre alle quattro, ecc. ecc. Questo è quanto riesco a dire sul rito e la sua indubbia importanza. Mi sfugge, per il momento, il legame tra questo post, il suo contenuto e la mia condizione, che pure c'è, lo avverto istintivamente. Come pure mi piacerebbe capirne di più su questo discorso della volontà come atto solipsistico contrapposto al rito ( se non ho capito male), che al momento mi sfugge. Comunque è un piacere leggerla, signora, e in genere un ristoro dell'anima (se essa esiste).

  3. Flounder Says:

    il fatto della volontà l'ho scritto avendolo chiaro nello stomaco e meno chiaro nella testa.
    ci sono fatti e situazioni per sormontare i quali si pensa che possa bastare la volontà, la forza personale, ma non è sempre così.
    ci sono ambiti in cui la volontà non funziona e invece al suo posto funzionerebbe meglio la resa. l'affidarsi anche a qualcosa che non si capisce razionalmente.
    penso ad esempio al cospetto del dolore, o in una dipendenza, da una sostanza o una persona che sia. o negli addii. continuare a esercitare la volontà per staccarsi da qualcosa, qualcuno o da una situazione crea una specie di frattura, una separazione tra la cosa che è "nemica" in quel momento e il fine che si vuole razionalmente raggiungere.
    e però questa frattura non fa che esasperare e rendere il "nemico" ancora più potente.
    la volontà ha il difetto di sistemarci in una stanza chiusa piena di specchi e farci esercitare il confronto col "nemico" avendo come riferimento solo se stessi, in una situazione un poco rigida e spesso di estrema fragilità, a dispetto dell'apparenza. una specie di laboratorio protetto.
    (non lo so spiegare meglio, no)
    invece della frattura occorrerebbe invece qualcosa che tendesse a riunificare le parti, e questa cosa lo può fare solo un rito condiviso.
    ultimamente comincio addirittura a pensare che nemmeno la psicoterapia possa essere efficace nella risoluzione di gravi difficoltà personali, quanto potrebbero esserlo i gruppi  in cui si creano insieme modalità di gestione di problemi comuni.
    i gruppi di autoaiuto si chiamano sempre "qualcosa-anonimi". credo che l'anonimato non si riferisca tanto alla privacy, quanto proprio alla dissoluzione dell'ego e della volontà in qualcosa di più ampio: di fronte a un momento di criticità le storie singole si annullano e si fondono con le altre, si ferma per un momento il mondo e si mettono insieme tutte le energie per superare l'ostacolo.
    non a caso chi entra in una comunità, quando ne esce bene rimodella completamente la sua socialità, ristruttura gli obiettivi ma soprattutto ha appreso nuovi modi che hanno dimostrato di funzionare in società, non da soli. ed è questo che fonda il recupero e lo rende stabile. credo. è quello che ho visto su chi conosco.
    credo che valga anche per i riti che apparentemente marcano qualcosa di bello, come il matrimonio. la costituzione di un nuovo nucleo comporta uno strappo dai nuclei precedenti, è sempre un momento critico per tutti. celebrare un matrimonio così e cosà, fare determinate cose prima di partorire, secondo uno schema comune, serve allora a ricordare che altri sono passati per quella tappa, e quella forma simile è una specie di garanzia di superamento del guado.
    mi sono letta molto De Martino, ultimamente, e ho capito un sacco di cose. la magia (o il rito, la preghiera, la confessione, l'iniziazione, è lo stesso) non ha tanto a che fare con la risoluzione del problema del singolo caso, ma con qualcosa che sta oltre il tempo, in un mondo un poco fuori dalla storia nel quale la difficoltà si risolve. il rito è così risoluzione del problema in assoluto, a prescindere dal caso di specie. è la consegna del problema a una volontà superiore, non necessariamente in senso divino o trascendente, anche semplicemente collettiva. è come se inconsapevolmente uno sapesse che la sua volontà individuale conduce proprio a quella frattura da tutto il resto, quella che scrivevo poco su, e che pertanto è insufficiente.
    ne parlavo la settimana scorsa col secretario. dicevo che trovo folle, ma veramente folle che uno possa all'improvviso, nel centro di napoli o di roma, farsi buddhista o dedicarsi alla pratica woodoo, senza che la sua cultura abbia un minimo di connessione con queste cose che pratica.
    paradossalmente avrebbe più senso fare una cosa alla giapponese, col cartello sulle spalle, visto che sia la nostra che la loro società si basano molto sul senso dell'onore.
    alla fine – lo leggevo mesi fa nella Solitudine del Morente di Elias, a proposito delle parole che esprimono cordoglio per la morte – abbiamo rinunciato a una serie di formulari religiosi che ritenevamo stereotipi e inadatti e non siamo stati capaci di sostituire nulla di laico e analogamente valido.
    questo è oggi l'imbarazzo che circonda la morte, ad esempio: non avere le parole per dirlo o i gesti per acompagnare. doverseli inventare e non sapere come.
    lo stesso avviene per l'omosessualità e la transessualità, come nel post di Monmtevergine di cui scrivevo settimane fa o a proposito di una bella storia che ho sentito ieri, analoga, in un santuario musulmano vicino Meknès.
    lo stesso avviene per tutte le difficoltà e le diversità che non siamo più in grado di fronteggiare e che ci costringono a patti individuali con l'esistenza, a forme di mediazione e compromesso per continuare a poter essere.
    non è un caso che negli ultimi anni stiano tornando così violentemente alla ribalta tradizioni popolari anche tra i giovani, non credo che sia solo un fatto di moda o di alternativa radical chic al rave party.
    così come non è un caso che nelle municipalità si stia affermando sempre più il concetto di partecipazione condivisa.

    (mi sa che adesso c'è più casino di prima. scusatemi assai)
     

  4. anonimo Says:

    No, più casino no. Più cose su cui riflettere, sì. Così, immediatamente, leggendo, mi è venuto spontaneo pensare alla rete come gruppo, se non altro per quanto riguarda le modalità di relazione, l'imparare- diciamo così- modalità di relazione. Non credo di essere del tutto fuori di testa con questa affermazione. Ho l'impressione che qualcosa di vero in fondo ci sia. Quanto al discorso sulla volontà, ho capito quello che intendi e concordo: a volte la volontà non serve a molto, anzi è dannosa. Sì, lasciarsi andare alle cose, non eseercitare una ragione che spesso è rigida e tende ad essere troppo soggettiva, mi pare, nel senso che la mia ragione non è mai la tua, non funziona nello stesso modo. La parte istintuale, inevece, dovrebbe essere la stessa. Non so, c'è da pensarci.

  5. ilcavaliere Says:

    frequentando da lunga pezza persone in analisi, mi sono fatto l'idea che la "terapia" non risolve i probelmi che sono causa della difficoltà a vivere del soggetto, perchè il terapeuta è un professionista che deve ottenere un risultato "positivo", che significa far sentire il suo cliente soddisfatto.
    Allora,se per esempio uno è una carogna e va in crisi esistenziale perchè è una carogna, la terapia non lo aiuta a diventare buono, ma lo aiuta a convivere serenamente con il proprio essere carogna accettandosi e facendosi meno complessi di colpa. Se gli dicesse "guarda che sei un pezzo di merda e devi imparare ad amare e rispettare il tuo prossimo" il terapeuta sa che potrebbe causare un dolore al suo cliente o alla sua medesima fronte
    cav

  6. Flounder Says:

    no, cavalie'.
    non so' proprio d'accordo. ho esperienze di tutt'altro tipo, in merito.
    e nemmeno penso che un terapeuta possa dire al paziente che deve amare il prossimo o che deve essere bello e bravo, smetterla di fare il gay per non far dispiacere a mammà o smetterla di bere per far contenta la suocera.
    sarebbe uno sconfinare dalla scienza alla morale.
    io se incontrassi uno così lo denuncerei all'albo.

  7. anonimo Says:

    Pure io. Ma sull'analisi et similia avrei qualcosina da dire. Un'altra volta, se ce ne sarà occasione.

  8. ilcavaliere Says:

    bene,
    ultimamente ero troppo d'accordo con te, un pò di distanza critica ci vuole
    – anche se forse il disaccordo nasce dal mio scivolare dalla sintesi alla banalizzazione, unito forse a cattiva scrittura, per questo provo a spiegarmi meglio:
    – quando parlo del terapeuta come un professionista, non lo pongo in una accezione negativa, pertanto è esattamente come dici te che si comporta, non esprime giudizi e non indirizza comportamenti nella sfera della morale, il terapeuta -bravo- aiuta l'individuo che non ce la fa a vivere con le proprie nevrosi, a conoscerle, e poi lo aiuta a trovare i modi per recuperare la sua individuale omeostasi.
    – è tutto giusto e sacrosanto, tutti hanno diritto di essere curati, indipendentemente da quanto nocumento essi producano nel loro agire
    – mi permetto solo di constatare che la terapia individuale su un soggetto asociale, nel liberarlo necessariamente dei sensi di colpa, non può che avere come effetti collaterali il rafforzarsi di comportamenti ed atteggiamenti poco conciliabili con la vita di una comunità, quale essa sia.
    – le terapie di gruppo, non a caso, molto praticate nei paesi dove il senso di cittadinanza è più forte che da noi, sono imperniate proprio a ricostruire il senso di appartenenza ad un gruppo, che in quanto tale è a sua volta appartenente ad una società di gruppi che hanno dignità e diritto di essere sempre e comunque, laddove se ne facciano coscenza collettiva

    ps
    – nei nostri tempi quando si tocca la sfera della  morale vedo le mani correre alle fondine delle pistole, a me che sono nella vita reale attaccato ogni giorno dai moralisti, e che non giudico mai nessuno, non importa un granchè parlare di morale,  ma se si fanno riflessioni sulla fede, sul rito, sulla società emulativa giapponese, sulla simbologia della rosa che nella "tradizione" è riferimento di organizzazione di corpo sociale -sempre per semplificare intendo- allora forse ci si potrebbe chiedere se valga la pena correlare ancora una filosofia morale ad un ethos o se il concetto di morale è fuori campo da tempo dal momento che la stessa filosofia è stata soppiantata dalla comunicazione come preavvisava Heidegger?

    cav

  9. Flounder Says:

    sto pensando, cavalie'.
    ci sto pensando. principalmente al fatto che la filosofia sia travestita da comunicazione.
    sto pensando alla cattiva comunicazione, in questi giorni, al perché si genera e al come. ma ho le idee un poco ancora confuse.
    al momento riesco solo a credere che comunicazione ed ethos sono così correlati e inscindibili, che la mancanza del secondo impedisce, nel lungo periodo, anche la prima, e quindi il travestimento non regge. e questo in politica come pure nella vita familiare.

  10. anonimo Says:

  11. zaritmac Says:

    Sui riti non la posso accontentare, Mrs. Flounder. Ma sulla Rita… sempre a sua disposizione. :-)Secondo me (e quel discorso di fronte a speck e stracchino unbertosi), la fede nasce proprio dalla paura.Ma tu non ti mettere paura e fidati: tvb.Uaaaahhaaa! Non te l'aspettavi questa caduta adolescenziale!Il fatto è che tu stai diventando troppo assai intelletttuale e antropologica e io stasera tengo genio 'e pazzià.Sarà che dopo una sfiorata mancata rapina, ogge sto tanto allera ca quasi quasi me mettesse a chiagnere pe' sta felicità.

  12. Flounder Says:

    zarit, e chi ti voleva rapinare? e dove?mi viene da ridere pensando alla rapina e al regalo di compleanno che ancora non ti ho dato…poi capirai il perché

  13. zaritmac Says:

    In auto all'angolo di una via di Secondigliano. Ma avevo la sicura abbassata, il motore acceso e tanto sangue freddo. Come quella notte che dicesti "Ragazze, chiamate la polizia" ed eravamo tu, M. ed io.Echem'hairegalato?

  14. Flounder Says:

    zarit, quand'è che dissi: Ragazze, chiamate la polizia?mammamia, da quanto tempo non entro nel blog, non avevo nemmeno visto il commento. da quanto tempo non vi vedo. sto diventando una specie di orso. un orso piccolo. tipo un panda, ecco 🙂

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