Smetto quando voglio? Il tango e l’amore non si assomigliano. A seguire, breve appendice sulla gelosia.

Mi chiedo sempre perché non sia riuscita a imparare il tedesco. E non è che non ci abbia tentato, eh. Ma mi è capitato tra capo e collo in uno di quei periodi grigi dell’esistenza, fatti di continuo ruminare mentale e scarsa energia. Non ci sono riuscita, il che dopo cinque anni passati a imparare il giapponese è davvero assurdo.

C’è talvolta nel tedesco, nelle cinque o sei parole che conosco, una precisione impressionante, un intento classificatorio – o così mi sembra – che mi si adatterebbe perfettamente. L’ultima scoperta è la differenza che opera tra Leib e Körper: il primo è il corpo vissuto, storico, fatto di carne ed emozioni, di abitudini e posture interiori. Il secondo è più banalmente il corpo biologico con le sue leggi di funzionamento.

Sto leggendo un saggio di un signore che mi sta appassionando moltissimo. Si chiama Enrico Pozzi e la sua presentazione autobiografica  mi incanta non meno del suo scritto.

Che poi le cose capitano sempre così, tutte insieme, si inanellano in un ordine che si genera spontaneamente: un paio di settimane fa una lunga conversazione sul perché non andiamo al cimitero a trovare i nostri padri, e una risposta semplice e convincente. C’è una sperequazione corporea nell’andare al cimitero, un’esuberanza di corpo vivo che chiede di mettersi in relazione con un corpo memoria e il trovarsi di colpo, nell’atmosfera decisamente asettica di un cimitero, calati in un’insensibilità inattesa, laddove si vorrebbe sperimentare nostalgia, dolore, una qualche forma di purificazione e non ci è dato trovarla. Non lì, almeno.

Poi questo lungo articolo, poi tante altre cose. Il mio corpo che si ribella, ad esempio. Lo fa di tanto in tanto e chiede di essere ascoltato nella sua sostanza costitutiva più intensa: la rabbia.

Io lo so, lo so che non abbiamo un corpo, ma siamo il nostro corpo – e non solo il nostro, siamo anche altri corpi, che ci provengono da lontano, dal passato, dal futuro prossimo, da certe contiguità, dalla procreazione – e talvolta lo dimentico, un po’ come fanno tutti quelli che sostengono che il loro corpo, alto, basso, grasso, magro, malato, sano, flaccido o tonico che sia, non li rappresenti fedelmente, che esista una sostanza altra, una cosa più interna e indicibile, che costituisce la loro vera essenza.

Non è vero, non è vero mai. Il corpo è la migliore presentazione di noi stessi che possiamo agire, la sola attendibile. Incarna tutto quanto ci ha costituito, nel bene e nel male, ci situa nel tempo e nello spazio. Se il viso testimonia il dolore fisico, la stanchezza o il godimento, lo fa ogni singola parte del nostro corpo e la sua totalità.

Ma non volevo scrivere di questo, mi sono fatta prendere la mano.

Volevo scrivere di quando si smette. Qualunque cosa sia: abitudini, vizi, sentimenti, relazioni, credenze, attività.

C’è un aspetto misterioso nei principi e nelle fini, nei cominciamenti e nelle dismissioni: non si sa mai quando avverranno e a dispetto delle apparenze, non sono in alcun modo soggetti alla volontà. La volontà – se mai interviene – ha a che fare con i proseguimenti, i perseguimenti, le omeostasi, gli equilibri, positivi o negativi che siano.

Io questo non lo sapevo, ho sempre creduto il contrario, ho basato la mia vita sul volontarismo per accorgermi – con un po’ di gioia mischiata ad angoscia – che fa acqua da tutte le parti.

So che a un certo punto le cose – e dico cose per riassumere il tutto – perdono di magia, e questo accade in maniera spesso improvvisa.

E per converso, quanto più si vuole smettere una cosa, meno ci si riesce, la volontà non fa che fissare il pensiero su ciò che si vorrebbe lasciar andare: il fumo, un ricordo, il cibo, un’amante divenuta noiosa, un attaccamento spasmodico al Milan, alla mamma, al blog, alla preghiera del mattino, a quello che volete voi, purché ovviamente questo qualcosa cominci ad essere percepito – dapprima in modo vago, poi via via sempre più pressante – come un elemento di troppo che in qualche modo inizia a disturbarci, a condizionarci.

Lo stesso quando si vuole trattenere a tutti i costi qualcosa che non si vuole perdere in alcun modo.

Impiegare energie per passare dal voglio al non voglio – o viceversa – non ha alcun potere di modifica.

Si smette perché si smette, non perché lo si voglia. O meglio, lo si vuole anche, ma si smette – in modo duraturo e definitivo – quando la volontà si arrende.

Sicché credo che la perdita di magia e di incanto connessa alle cose, ai modi, ai convincimenti, alle abitudini, alle persone, abbia a che fare esclusivamente con la funzione che queste cose assolvono nelle singole esistenze. E’ solo quando perdono questa capacità che si smette.

Questa è la ragione per cui non si può smettere solo un poco, è la ragione per la quale le teorie della limitazione del danno sono destinate a fallire, perché implicano il controllo della volontà. Ma la volontà è bipartisan, vuole e non vuole, si barcamena tra impulsi contrari. La volontà funziona su percorsi lineari, e questa cosa io non l’avevo mai vista, mai capita. E’ una rivelazione.

Dunque non si può smettere un poco per volta, lo si fa tutto in una volta. Accadrà naturalmente o per effetto di un dramma, poco importa. Non accadrà per far piacere a qualcun altro e nemmeno sotto minaccia o per effetto di ragionamenti persuasivi.

Accadrà. Così come è cominciato, per la stessa identica ragione. O non accadrà, e ce ne si farà una ragione.

Ah, sì. Il titolo. Il fatto del tango, ecco.

Leggo e sento sempre queste cose quasi ieratiche che mi innervosiscono, che il tango è come la vita, come l’amore, che ci salva, ci cambia. Proprio come l’amore.

L’amore non ci salva e non ci aiuta a cambiare di una virgola, se per amore immaginiamo la posizione apilada del tango, petto contro petto, in vicinanza totale e incastro perfetto o – nella sua peggiore versione – con uno dei due che sostiene tutto il peso e l’altra che gli si ammolla addosso impedendogli qualsiasi possibilità di variazione. (Tra l’altro la traduzione esatta di apilado è accatastato. Ecco.)

No. L’amore non è apilado. L’ho pensato e voluto per una vita, questo amore apilado e utopico.

Poi ho smesso di pensarlo. L’ho smesso senza volerlo, senza accorgermene. Come sia avvenuto, è un mistero. A tratti lo sogno, ma non lo voglio.

Credo che l’amore sia nel corpo, come tutto il resto. In un corpo stabile su se stesso, baricentro personale, collocazione solitaria nello spazio e nel tempo, una separatezza irriducibile. Una distanza.

L’amore è nella  zona di sviluppo prossimale tra l’uno che eravamo e il multiplo che costruiremo. Il luogo in cui il nuovo ordine superiore trasforma il significato di quello inferiore, talvolta inglobandolo e valorizzandolo, talvolta mostrandone l’inadeguatezza. Per salti e disequilibri produttivi di novità.

Quelli che non ci riescono, smettono.

Infine la gelosia.

Ho trovato questo testo in tre parti. Ho amato molto la prima: Il Cauto. Ma anche la terza, Etica, ha un suo illuminante perché.

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10 Risposte to “Smetto quando voglio? Il tango e l’amore non si assomigliano. A seguire, breve appendice sulla gelosia.”

  1. Flounder Says:

    mentre scrivevo questo post mi sono ritrovata a usare l'espressione "zona di sviluppo prossimale", che lì per lì m'è venuta di getto e solo dopo ho cercato di mettere a fuoco da dove fosse mai venuta fuori.così ho cercato e l'ho ritrovata in Lev Vygotskij, uno psico-pedagogo russo epurato dallo stalinismo, che avevo letto un paio di anni fa.ha a che fare con l'educazione dei bambini e sul fatto che si possa apprendere e modificarsi solo in contesti sociali di tipo cooperativo, dove le fasi critiche vengono superate grazie all'assistenza di chi ne sa di più, in quel momento.credo che l'amore sia uguale a questo, oltre la logica del sentimento astratto e incondizionato di matrice cattolicissima: un'operazione continua di apprendimento e autoeducazione tra pari o anche – talvolta – tra abilità diverse.nell'amore abbiamo la possibilità di diventare estrattori di bellezza dell'altro.finisce qui, senza possibilità ulteriore di intervenire e modificare. la bellezza estratta la si prende e la si mostra, il proprietario ci fa quello che vuole, la interiorizza o la tira al secchio.di Vygotskij mi era piaciuta molto la teoria degli stimoli-mezzi, che molto marxianamente frappone tra lo stimolo e la reazione un qualcosa, un mezzo sociale, culturale, materiale che media i due momenti e permette le decisioni e le scelte. ha il rischio che una volta interiorizzato il meccanismo lo si dia per scontato, lo ritenga naturale e perciò stesso immutabile.anche questo è collegato allo smettere, credo.se per esempio ogni volta che devo decidere mi avvarrò un oracolo nel tempo mi convincerò non solo dell'esistenza della fortuna, ma della sua esclusiva superiorità sulle mie azioni e nel tempo comanderà la mia superstizione, salvo dismetterla.questo è un esempio banale, pieno di stupidità, ma per funzioni più complesse ci sono stimoli-mezzi di cui abbiamo perso consapevolezza.ciò che era esterno diventa così interno e in questa operazione la volontà viene inglobata in automatico nello stimolo-mezzo utilizzato di volta in volta. ecco perché poi non funziona.si smette quando muta lo stimolo-mezzo.perdonate il pippone, ma mi serviva scriverlo per fissarlo. e nell'ottica dello sviluppo prossimale, vi serve pure a voi 🙂

  2. ilcavaliere Says:

    ci sono un sacco di cose che vengono passate per amore ma non sviluppano nè di prossimo nè di-stante, perchè amori non sono abbastanzainvece poi succede di avere tutto un sentire che si sviluppa si allarga sale e sale, ma è tutto dentro perchè trattasi di amori potenziali che stanno lì per esplodere e una mattina è troppo tardi- ci sarà un suo motivo se il tedesco con il greco serve a spiegare le filosofie- mi ha sempre colpito il fatto che nel tedesco e nel giapponese certe parole cambiano genere- nel cimitero di poggioreale c'è un odore che il mio corpo rifiuta, mi dà allergia e nausea, osservo le persone che lavorano lì tutti i giorni e mi viene di pensare che siano geneticamente modificate, o lo sono io?Ciao come stai?

  3. Flounder Says:

    sto un po' sciupatina.ma smetto quando voglio! 😀

  4. Flounder Says:

    qui ci sono due tizi che provano invece il contrario, che tango e amore – ma in realtà parlano di passione –  siano intimamente legati, come sostiene anche la psicologa di Loveline. molto spassoso.  🙂qui invece suggerimenti pratici e al contempo sommamente idioti su come ringiovanire di tot anni e riprogrammare le vostre cellule (si spera anche quelle neuronali) senza l'intervento della volontà, anzi, escludendola totalmente.fate voi, poi mi fate sapere.a conclusione, per sdrammatizzare il tutto, una grande citazione proustiana sul tema dello smettere, in cui si sostiene che a voler essere a tutti i costi infelici – per abitudine, principio informatore, sogno bohémien o pigrizia – non è che ci riesca sempre. "smettenza ineluttabile" batte "volontà" 1 a 0 :Come certe felicità', ci sono certe infelicità che vengono troppo tardi e non assumono in noi tutta la grandezza che avrebbero avuta qualche tempo prima.e chest'è. 😀 

  5. Flounder Says:

    cavaliere, un'ultima cosa: il giapponese non ha generi e nemmeno articoli, determinativi o indeterminativi che siano. i verbi hanno un presente, un passato e un futuro essenziali, senza declinazioni. la consecutio temporum non sanno manco che è. talvolta fanno il plurale raddoppiando la parola, ma solo se necessario.ci sono modi di parlare maschili e modi femminili, che constano di smorfioserie e toni e che per molto tempo mi sono rifiutata di praticare, passando alle loro orecchie per uno scaricatore di porto.in compenso si sbizzarriscono con i numerari, inutili suffissi che si pospongono al numero per indicarti se si parla di oggetti lunghi (bastoni, ombrelli, cannucce), piatti (piatti piani, camicie piegate, buste da corrispondenza chiuse),  oggetti pieni (transatlantici, rocce), bottiglie, cose doppie (ali, gemelli, piedi, mani), e infine un numerario per indicare solo ed esclusivamente le buste da lettera una volta aperte.son cose che andrebbero indagate, queste. a me mi fanno anche un po' paura.

  6. ilcavaliere Says:

    in italiano, la luna e la morte sono di genere femminilequesto porta una serie di conseguenze concettualima probanilmente la luna e la morte per noi sono concepite al femminile e da questo ne viene la grammaticaè la filosofia originaria dei concetti che affascina no?:)

  7. anonimo Says:

    sono enrico pozzi. il Corpo del Cauto delira nell'Etica

  8. anonimo Says:

    Non so (è sempre la mia frase d'attacco, una sorta di firma, di autoconferma che sono proprio io, mi serve a far partire il motore, una chiave d'avviamento). Mi sto trovando nel mezzo di una cosa che finisce e un'altra- solo mia- che comincia. E' una vita che dico di smettere e non l'ho mai fatto, ora lo faccio. E' vero che accade, semplicemente, non c'è tanto da capire nè da spiegare. Accade. E anche se io stessa cerco di capire perchè, me ne vengono fuori spiegazioni contraddittorie, all'inetrno dei giorni e delle ore. Accade. Perchè è là che mi porta il corpo. In una delle mie prime frequentazioni in rete, una decina di anni fa o forse più, lessi una frase, scritta da una donna, che diceva: Il corpo è la bussola. Mi è rimasta conficcata nella testa come un chiodo e non se ne va e ogni volta ritorna a farsi sentire: il corpo è la bussola. La trovo bellissima e vera. Sul resto, sull'amore, credo anche io che sia tirar fuori la bellezza dell'altr*, fargliela vedere se non l'ha ancora vista, in genere è così. Sto ancora qui a pensare, invece, alla generosità del gesto dell'amore. Ma è troppo lunga la storia, mi fermo qui.Sulla gelosia, invece, non saprei che dire, ancora. Leggo.

  9. Flounder Says:

    qui io sto smettendo pure di scrivere racconti. pensavo non sarebbe mai potuto accadere, e invece.

  10. anonimo Says:

    Io ti scrivo da appassionata di tango: anche da apiladi è fondamentale mantenere il proprio equilibrio e il proprio baricentro. Io, da brava femmina poco equilibrata (nel tango e nella vita), ho scoperto che si balla meglio se si mantiene autonomia e se si riesce comunque a "stare dritti" da soli. Appoggiarsi all'altro dà solo l'illusione di un equilibrio: magari si sta su, effettivamente, ma in realtà si fatica il doppio. :)Un beso.

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