Archive for aprile 2010

Di mamma non ce n’è una sola.

aprile 22, 2010

Mentre scartabello una serie di testi in cerca dell’Idea – e più che dell’Idea della Chiave – mi imbatto in un saggio sullo sviluppo umano come processo bioculturale che si sofferma in particolar modo sul parentering. Come si dirà parentering in italiano? Stile genitoriale? Competenza parentale? Vabbè, ci siamo capiti.

All’inizio lo sottovaluto, poi mi ci appassiono.

E’ che io sono dell’idea che se incontri il Buddha per la strada non lo devi uccidere subito, ma gli devi dare mandato di uccidere la mamma, il capufficio, lo psicologo, eventualmente la suocera e il cane e dopo, a missione compiuta, freddarlo alle spalle col silenziatore.

E’ solo che questa volta il Buddha diceva cose  interessanti, sicché l’ho risparmiato.

Ho letto il saggio fino in fondo, quarantuno pagine, per scoprire che sono una mamma cinese.

E di colpo mi sono ricordata del libro di Bollea, Le madri non sbagliano mai, che avevo letto e profondamente assimilato mentre portavo con orgoglio il pancione, per rassicurarmi che qualunque cosa avessi fatto da mamma, sarebbe andata bene.

Più che altro per l’impossibilità di percorrere strade alternative, visto che siamo culturalmente condizionati. Mamma cinese. Mah. Cinese a chi?

Dunque mia figlia ha iniziato il suo primo giornalino scolastico, dopo la redazione a quattro mani di un romanzo d’appendice illustrato, insieme alla sua amichetta del cuore. Entrambe figlie di divorziati, avevano ipotizzato una storia d’amore con happy end, ma alla fine ci hanno ripensato e i due protagonisti, nonostante la casa, i bambini e il cane, si lasciano e lei finisce con uno più giovane.

Direi che il realismo non manca.

Ero stata tentata di patrocinare il lieto fine per preservare una sorta di infantile speranza, ma poi sono stata zitta. Se la comunità prevede il divorzio e il toy-boy, così sia.

Il fatto sociale batte il fatto individuale uno a zero.

Ma torniamo al giornalino.

Mia figlia lo inaugura con una vignetta – è particolarmente versata nel disegno – raffigurante un Berlusconi con le rughe del corruccio e visibilmente preoccupato e una didascalia che recita: L’amore vince sempre sull’odio, Berlusconi crede che  ci salverà dalla sinistra…ehehehehe.

La madre cinese che era in me – quando ho appreso della vignetta pensavo ancora di essere una mamma italiana – è stata innanzitutto orgogliosa, poi si è perplessa e  le ha chiesto se la maestra avrebbe apprezzato l’ironia e infine ha concluso che non stava bene, a dieci anni, esprimere posizioni così nette senza una precisa cognizione di causa e senza conoscere l’opinione prevalente. Per quanto condividessi, era dominante l’idea che a dieci anni si deve stare al proprio posto.

Come è uscito ‘sto fatto della mamma cinese?

Leggendo di vari studi condotti sul parentering nel mondo ho scoperto che le culture che si basano sull’interdipendenza – dunque quelle asiatiche, in particolar modo – producono bambini con un precoce sviluppo delle capacità di autoregolazione. Non solo. Parrebbe che le mamme cinesi tendano ad assumere in ruolo direttivo nel porre domande ai bambini sugli accadimenti, e a collocare i loro racconti entro precisi contesti relazionali che mirano all’armonia e a costituire il Sé non come fatto individuale, ma come parte di una comunità sociale.

E per finire, quando il figlio della mamma cinese vive qualcosa di spiacevole, anziché rassicurarlo, come farebbe un’americana o un’europea, la sino-mamma legge l’accaduto alla luce delle regole di condotta che è necessario rispettare nella comunità e orienta lo spirito del bambino al benessere comunitario piuttosto che a quello individuale.

Una mamma cinese, senza alcun dubbio.

Non una mamma come gli efé dello Zambia o i !kung san del Botswana, che si caricano i piccoli alle spalle e non ci parlano mai e li fanno allattare da cinque donne diverse. Non una mamma americana che invece di dirigere consiglia, e neppure una mamma inglese che commenta in un modo che vedevo fare alla mia amica Jane e trovavo curioso assai, così dissimile dal mio. E nemmeno una mamma giapponese che rende il figlio un principino per il primo triennio di vita, in prospettiva del training militaresco che lo aspetta alla materna.

No.

Proprio una mamma cinese, che mostra ai bambini oggetti sconosciuti e spiega come si usano, dettagliatamente. Una mamma che antepone l’interrelazione al principio di individuazione. Una mamma che privilegia al contatto corporeo l’obbedienza alla regola. E altre cose. Il che spiegherebbe le continue richieste della figlia di cene a base di germogli di soia, spaghetti di riso e cose così. Una cinesità inconsapevole, povera creatura.

Insomma, alla fine della lettura ero senza parole, convinta che il mio modello educativo, fatto di buona educazione ed enorme rispetto della comunità, fosse un fatto del tutto italiano.

Come potevo pensare una cosa del genere, osservando la mala educaciòn che ci circonda? Per stupidità, senza dubbio.

Pare che le mamme italiane siano come le portoricane: imboccano i figli e vedano nella trasgressione, nel capriccio, nell’insubordinazione, un momento di valorizzazione individuale e segno di personalità, anche se poi sbraitano. Ma sbraitano con orgoglio.

Le mamme latine sono quelle che creano i figli viziati, bulletti, con il delirio di onnipotenza e incapaci di procrastinare il momento di soddisfazione. I figli sfaticati, egoisti. I figli perennemente figli, i figli dittatori e insicuri a un tempo.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenissi e mi sono risposta che vengo da una famiglia mista, con una madre mediterranea e un padre che aveva i piedi nello Yang-tze-Kiang, senza nemmeno saperlo. Un padre confuciano moderato.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenga mia figlia e mi sono detta che viene da una mamma cinese e un padre confuso. Chissà cosa ne verrà fuori.

Mamma, stasera facciamo la pizza?

Sì, ma la mangi con le bacchette. Per coerenza.

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La modernità è un lungo processo di decostruzione. Come sfogliare una cipolla, insomma.

aprile 16, 2010
A me, che ho l’istinto voyeristico e subantropologico, mi piace assai guardare i profili di Facebook. E più li guardo, più mi interrogo.
Assomigliano a quel test che si fa per entrare nelle grandi aziende, quello con cento domande a scelta multipla che si contraddicono in fase di svolgimento e poi c’è una scala di congruità per misurare se sei pazzo o bugiardo, inaffidabile o schizoide.
Pinco pallino è sposato e dichiara che gli piacciono le donne. A scanso di equivoci.
Tizia cerca un appuntamento in rete ma è fidanzata e tra i suoi amici c’è pure il suo fidanzato. Cattolico militante.
Caio è ateo però si è iscritto al gruppo “Raccogli i soldi per la Madonna di Montefronzolo”.
Sempronio è al tempo stesso fan di “Vino e spirito” e “Andate piano”.
Una mattina ti svegli e hanno tutti l’avatar di Affluency, delle Sorelle di Giugno o del drappo a lutto, che dopo mezz’oretta ti confondi e azzecchi le migliori figure di merda.
Voci di corridoio mi informano che uno scrittore famoso ha organizzato una festa a cui partecipavano tutti e pure gli amici loro e poi non si è presentato nessuno. Per lo scuorno si è cancellato dal network.
L’italiano medio che durante i mondiali diventa Commissario Tecnico ipso facto, su Facebook acquisisce competenze di: critico letterario, agitatore di folle, giornalista fatto in casa, politologo, musicista e statistico (col margine di errore stocastico).
Odiano tutti la tv, ma vi sanno citare ogni singola frase di ogni singola trasmissione televisiva.
Serissime mamme di famiglia si producono in ammiccantissimi test da dove vengono fuori dei profili psicologici da ninfomane, diva burlesque o esperte di kamasutra high impact (da praticare solo con apposito cardio-frequenzimetro)
Bambini di scuole elementari citano Goethe e Nietzsche abboffandoli di cuoricini.
Mia mamma è confusa.
Continua a chiedermi: ma perché questi vogliono fare amicizia con me che manco mi sanno?
Mamma, è il social network.
Ho capito, ma io tengo sessantaquattro anni, questi so’ giovanotti.
Mammi’, saranno necrofili, che ti devo dire?
E’ confusa, la povera donna, non si fa capace.
Sì, ma io non ho capito una cosa: perché Mariastella de Bumbis ci fa sapere che si è iscritta al gruppo “Questi frullati di frutta avranno più successo di Alvaro Vitali?”
Perché siamo in un’epoca di condivisione, mamma. La gente vuole comunicare, dirsi, riconoscersi, affiliarsi, appartenersi.
Sì, ma a noi che ce ne importa?
Vabbuò, jà, ma allora tu del social network non hai capito niente!
Ma dove lo trova la gente, tutto ‘sto tempo per scrivere?
Mamma, ma non scrivono: linkano. Trovano una cosa e la segnalano, la condividono. E’ una specie di comunismo delle idee, come lo scambio di figurine.
E dove le pigliano?
Dalla Rete, le scovano.
Scuote la testa, con un piede nella realtà e uno nella fossa virtuale.
Mammi’, se vuoi essere moderna ti devi attrezzare. Tu per esempio nel profilo non ci devi scrivere “casalinga”, ma devi trovare una formula più adeguata. Che so, “Manager per il terziario domestico”, oppure “Chef per microcomunità”. Una cosa accattivante insomma.
Ma pe’ fa’ che?
E che ne sai? Magari ti scelgono per un reality!

Una questione di metodo

aprile 13, 2010

Quando entro in aula all’improvviso è silenzio.

Ed ogni volta mi sorprende questa sospensione del tempo, come se non fossi io a provocarla.

Ho impiegato anni per raggiungere l’effetto, un sapiente mix di abbigliamento, trucco, postura. I capelli sono neri come quand’ero ragazzina, lunghissimi.

Sono magra e alta, indosso abiti che senza essere attillati riescono a sedurre. Frusciano, suggeriscono, sostengono ipotesi.

Uno sguardo più attento rivela che non c’è nulla di anomalo nella mia persona, nel modo in cui mi presento. Nulla che sia esplicitamente seduttivo, non un’ombra di volgarità. Solo una maniacale cura del dettaglio.

Una donna di classe, dicono. Di prima classe.

Mi presento, distribuendo con equanimità gli sguardi tra la platea maschile e quella femminile, avvolgendoli senza operare distinzioni. Anche una frazione di secondo, in questo momento, potrebbe essere fatale e compromettere il buon andamento del mio lavoro.

All’inizio sorrido molto, come a creare un clima di possibile confidenza. Poi poco a poco mi ritraggo e lascio che avanzino.

Le prime due ore mi occorrono a capire chi ho di fronte. Mi servirà in un successivo momento, quando dovrò comporre i gruppi di lavoro.

Mio padre ripeteva che il lavoro nobilita l’uomo, e che un uomo che non ami il suo lavoro è destinato ad essere infelice. Mio padre quando diceva uomo pensava uomo, maschio.

E le donne, papà?

Per le donne è più semplice, aggiungeva. Il loro lavoro è la famiglia, e la famiglia è un fatto di natura, non richiede sforzo. Certo, alcune lavorano anche fuori casa, ma è per sopravvivere, non se lo devono far piacere.

Fino all’ultimo giorno della sua vita si è rifiutato di capire che lavoro facessi. Credo che non potesse, avrebbe disgregato il sistema di valori di un’intera esistenza.

Sono una coaching, mi occupo di motivare risorse umane nei momenti critici della vita aziendale: fusioni, acquisizioni, ristrutturazioni dell’organico, assunzioni, ricambi dirigenziali.

Bisogna sondare, acquisire, mediare. Bisogna scandagliare, riformulare, dirimere.

Quarantott’ore di tempo, a volte una settimana. Più raramente due.

Alla fine i partecipanti devono compilare una scheda, fornire indicazioni sulle aree di miglioramento, sul vulnus delle loro attività, sulla congruenza degli obiettivi. E su di me, ovviamente.

I giudizi su di me sono sempre al massimo delle possibilità esprimibili. Potendo definire il tutto statisticamente, ne concluderei che gli uomini sono attratti dalle dominatrici, per quanto lo neghino. Lo stesso le donne, per quanto temano il potere che potrebbe derivare loro dal diventarlo.

Sono una dominatrice. E’ quanto emerge dai questionari di gradimento.

Nelle pause mi si avvicinano in molti. Il pretesto è un chiarimento su quel diagramma o quella teoria.

In realtà è la ricerca di un contatto, di andare oltre la mera superficie del rapporto lavorativo. Le domande che più o meno implicitamente mi vengono rivolte hanno a che fare con la richiesta di informazioni sulla mia vita privata.

Mento.

Mento sempre, non sempre in modo totale. Dipende dalla domanda, dal richiedente, dalla platea.

Talvolta è necessario che riveli un’anima più fragile di quanto appaia, talvolta è indispensabile rafforzare la facciata e sfatare ogni possibilità di intravedere una crepa, una minima debolezza.

Per i miei superiori sono la punta di diamante della società, quella dei casi difficili, quasi impossibili. Per i direttori generali e gli amministratori delegati sono l’ancora di salvezza. Per il personale divento un’alleata, anche quando il mio compito è in realtà quello di predisporre la loro morte lavorativa, il transito verso quelle terre dei morti che si chiamano ispettorato interno, protocollo, ufficio pubblicazioni.

Il cimitero degli elefanti dei dirigenti prossimi alla scadenza, la terra di nessuno dei funzionari improduttivi.

Sono soddisfatta, lo sono davvero. Ho una percentuale di insuccesso risibile.

A distanza di anni ricevo mail e bigliettini in cui mi si ricorda il tale corso in tale albergo e la svolta improvvisa che prese la vita in quel momento, tanto nella vita lavorativa quanto in quella privata. Non la si finisce di ringraziarmi. E’ il metodo, mi scrivono, il metodo che mi ha consegnato. Era applicabile praticamente a tutto: nascite, morti, divorzi, cambi di residenza, acquisto veicoli, responsabilità lavorative. E’ il metodo, che fa la differenza.

Le stampo e le conservo con cura.

Durante i miei corsi impongo alcuni limiti invalicabili: che nessuno registri, filmi o scatti fotografie.

Uscendo dall’aula nessuna traccia tangibile, corporea, di me deve restare. Sono responsabile di ciò che dico e penso, non dell’immagine che conserverete e potreste restituirmi in qualunque momento.

Nemmeno una foto di fine corso. Mai.

Non ho voluto figli. Per quanto assurdo possa sembrare, avrei avuto difficoltà a spiegare loro il mio lavoro. Lo si può definire soltanto nei suoi contesti. Fuori da questi diventa una follia.

Sono convinta che abbiano valore solo le cose che puoi spiegare e far comprendere anche a un bambino, che la semplicità delle obiezioni infantili contenga un nocciolo di insopprimibile verità.

Immagino voci argentine che mi chiederebbero: e perché, mamma, quel signore fa un lavoro che non gli piace? Perché non ne fa un altro? Ma tu vuoi bene a tutti questi signori e signore e per questo li aiuti a lavorare meglio? Sei una specie di maestra, mamma?

Ogni risposta sarebbe stata una menzogna.

Esattamente come quelle di mio padre.

Diceva che quando un uomo non ha la gioia di lavorare e rientrare a casa dalla famiglia, la sera, allora non è un uomo.

Non può essere colpa della moglie, papà? Che magari è petulante, noiosa, depressa.

No, non può essere, l’ha scelta lui, non può darle colpe.

Ho detto così a mio marito, quando ho scoperto che aveva un’altra.

Rispose che ero un’ottima motivatrice, ma ero riuscita a demotivarlo usando lo stesso metodo.

E’ il metodo, mi ripeto ogni volta che ricevo una mail o una lettera di complimenti, di ringraziamenti. E’ per il metodo che ho insegnato, che ho consegnato nelle loro mani, che le loro cose funzionano.

E’ con metodo che le ripongo nella loro cartellina, insieme a tutte le bugie che con metodo ho raccolto e prodotto.

La prima cosa che insegno nei miei corsi è che le cose non sono mai come sembrano. Anche quando lo sono realmente. E’ il metodo, che crea le differenze.

Timeo Danaos et dona ferentes

aprile 9, 2010

Mi aspettavano, stanotte.

Me ne sono accorta infilando la chiave nella toppa di casa e iniziando lentamente a girare. Come se all’improvviso il brusio che avvertivo in sottofondo fosse scomparso. E sì che pensavo che quel brusìo fossero i miei pensieri, quelli che involontariamente mi affollano tutti gli spazi mentali non appena salgo in macchina e appoggio le mani sul volante.

Così quatta quatta sono entrata, ho acceso la piccola lampada sull’étagère di fianco alla porta e le ho trovate lì, in un silenzio che sembrava dire: eccoti, finalmente a casa, era ora, chérie. No, per dire: siamo qui da un pezzo, mancavi solo tu. Stai bene, cara? Benone, si direbbe, con questo nuovo taglio di capelli e questo maquillage un po’osé – non certo in assoluto, un po’ osé per te, che sei sempre così volutamente acqua e sapone –  sfaldato dal sonno, dal segno degli occhiali. Sembreresti anche affamata, si direbbe. Hai per caso davvero fame?

Ho deglutito, come quando si riceve una sorpresa non gradita. La visita di vecchi conoscenti di passaggio nella tua città, ad esempio. O quei vicini pettegoli e inopportuni che ti si piantano sul divano e non la smettono di sparlare degli assenti. O creditori stufi di attendere, che non andranno via finché non otterranno il dovuto.

Mi sono guardata intorno. La stanza era piena e se andavano spedite per i quattro angoli della casa, con sicurezza.

Alcune le ho riconosciute.

Quelle che conosco da sempre. Leggermente invecchiate, ma appena appena, quasi un niente.

Devono avermi letto nel pensiero, perché quasi in coro hanno affermato:  ci teniamo in forma, noi, in costante esercizio. All’età nostra, poi, è pericoloso lasciarsi andare, si rischia un tracollo improvviso, la scomparsa prematura.

Alcune tenevano in braccio delle creature più piccine, in tutto e per tutto somiglianti, come fossero state delle figlie o sorelline minori.

Un po’ alla volta si sono presentate tutte, anche quelle che avevo incontrato una sola volta in una determinata occasione, senza possibilità di approfondirne poi la conoscenza: meteore arrivate e sparite. Le piccine mi hanno fatto un inchino. Qualcuna aveva la faccia dispettosa e si intravedeva con chiarezza il germe di un cattivo carattere che non avrebbe tardato a svilupparsi.

Alcune non erano giovanissime, ma mi erano del tutto sconosciute. Ammiccavano sornione, per nulla disturbate dalla mia smemoratezza. Dicevano: embè, prima o poi bisognava incontrarsi. Con un sorriso di complice inevitabilità.

Ed erano contente di essere lì, partecipi di tanta bella compagnia. Tutte parlottavano tra loro, ridevano, mi lanciavano sguardi carichi di significato, di sottintesi. Erano belle, paffute e rubiconde. In piena salute.

Dopo i convenevoli di rito – nel frattempo arrivavo al frigorifero dove una di loro mi assisteva nella scelta di cosa mettere nello stomaco, giacché ero quasi formalmente digiuna e di questi tempi non è che possa permettermelo più di tanto, poi passavo in bagno a struccarmi e infine in camera da letto, dove almeno tre giacevano addormentate sotto il mio piumoncino, come se il mio letto fosse stato il loro, diamine – ho cercato di arrivare al dunque.

A che devo?, ho esordito. Volevo aggiungere “il piacere”, ma mi sembrava decisamente ipocrita.

Ma niente, cara, niente. Stai tranquilla, siedi qua. Nulla di incomodo, davvero. Una festicciola, tutto qui. Una riunione di famiglia, se vuoi vederla così.

E’ che siete tante, stasera. Ma davvero tante.

Ma non siamo mica contro di te, lo sai, del resto!

E’ che non ero tanto sicura di questo, ma non ho ribattuto per non intavolare polemiche in piena notte.

E allora – ho cercato di prendere l’iniziativa in modo gioviale e propositivo – vogliamo parlare di qualcosa? O data l’ora non è forse il caso di andare a nanna e proseguire domattina? Nel frattempo potreste riposare un po’ anche voi…

Mi hanno guardato deluse e francamente anche un po’ disgustate.

Data l’ora, data l’ora, ha ripetuto una delle più nerborute. E’ questa l’ora adatta, direi.

E le altre sembravano grosso modo annuire, salvo un paio di gemelline che sbadigliavano e sarebbero volentieri sparite.

Ho qualche strano pensiero, in effetti – ho esordito per non trascinarla troppo per le lunghe.

Ma lo sappiiiaaaaaamo, lo sappiiiaaaaaamo – flautavano alcune di loro. – E’ per questo che siamo qui, per assisterti, consigliarti, confortarti. Come sempre, insomma.

Mi facevano cerchio intorno, erano vicinissime. Alcune più distinte e nitide di altre, mentre un irrefrenabile prurito mi prendeva la testa e ne cadevano animaletti verdastri e color sabbia, carichi di zampette pelose. Mi sono detta che data l’ora se avessi chiuso gli occhi e poi li avessi riaperti all’improvviso, sarebbero sparite.

Ma facevano cerchio, ed erano sempre più vicine.

Deve essere stata l’alba quando mia figlia si è svegliata ed è venuta a cercarmi.

Che fai qui, mamma? Perché non dormi?

Adesso andiamo insieme, le ho risposto. Tu continua a dormire, io ci provo, magari adesso ci riesco.

Alla vista della bambina sono scappate via, come per un improvviso senso di vergogna. Un  paio le ho viste infilarsi sotto il letto. L’ultima, la più temibile, con sguardo severo mi ha detto: torno più tardi.

E come sempre, sapevo che era da prendere in parola.

 

——

Stanotte si sono date appuntamento nel soggiorno di casa tutte le mie paure, nessuna esclusa. Anche quelle che mai pensavo minimamente di avere. Ho provato a rabbonirle con tisane, biscottini, favole della buona notte. L’unica cosa alla quale non ho pensato è stata di tramortirle con il valium o farle esplodere, per quanto ne avessi i mezzi.

Credo di aver dormito in tutto un’ora e di avere avuto una pazienza sacrosanta, di aver ascoltato rimostranze e desiderata di ognuna di loro.

Stamattina avevo perso tutto il peso recuperato faticosamente in una settimana.

Quanto stancano, certe conversazioni!