Una questione di metodo

Quando entro in aula all’improvviso è silenzio.

Ed ogni volta mi sorprende questa sospensione del tempo, come se non fossi io a provocarla.

Ho impiegato anni per raggiungere l’effetto, un sapiente mix di abbigliamento, trucco, postura. I capelli sono neri come quand’ero ragazzina, lunghissimi.

Sono magra e alta, indosso abiti che senza essere attillati riescono a sedurre. Frusciano, suggeriscono, sostengono ipotesi.

Uno sguardo più attento rivela che non c’è nulla di anomalo nella mia persona, nel modo in cui mi presento. Nulla che sia esplicitamente seduttivo, non un’ombra di volgarità. Solo una maniacale cura del dettaglio.

Una donna di classe, dicono. Di prima classe.

Mi presento, distribuendo con equanimità gli sguardi tra la platea maschile e quella femminile, avvolgendoli senza operare distinzioni. Anche una frazione di secondo, in questo momento, potrebbe essere fatale e compromettere il buon andamento del mio lavoro.

All’inizio sorrido molto, come a creare un clima di possibile confidenza. Poi poco a poco mi ritraggo e lascio che avanzino.

Le prime due ore mi occorrono a capire chi ho di fronte. Mi servirà in un successivo momento, quando dovrò comporre i gruppi di lavoro.

Mio padre ripeteva che il lavoro nobilita l’uomo, e che un uomo che non ami il suo lavoro è destinato ad essere infelice. Mio padre quando diceva uomo pensava uomo, maschio.

E le donne, papà?

Per le donne è più semplice, aggiungeva. Il loro lavoro è la famiglia, e la famiglia è un fatto di natura, non richiede sforzo. Certo, alcune lavorano anche fuori casa, ma è per sopravvivere, non se lo devono far piacere.

Fino all’ultimo giorno della sua vita si è rifiutato di capire che lavoro facessi. Credo che non potesse, avrebbe disgregato il sistema di valori di un’intera esistenza.

Sono una coaching, mi occupo di motivare risorse umane nei momenti critici della vita aziendale: fusioni, acquisizioni, ristrutturazioni dell’organico, assunzioni, ricambi dirigenziali.

Bisogna sondare, acquisire, mediare. Bisogna scandagliare, riformulare, dirimere.

Quarantott’ore di tempo, a volte una settimana. Più raramente due.

Alla fine i partecipanti devono compilare una scheda, fornire indicazioni sulle aree di miglioramento, sul vulnus delle loro attività, sulla congruenza degli obiettivi. E su di me, ovviamente.

I giudizi su di me sono sempre al massimo delle possibilità esprimibili. Potendo definire il tutto statisticamente, ne concluderei che gli uomini sono attratti dalle dominatrici, per quanto lo neghino. Lo stesso le donne, per quanto temano il potere che potrebbe derivare loro dal diventarlo.

Sono una dominatrice. E’ quanto emerge dai questionari di gradimento.

Nelle pause mi si avvicinano in molti. Il pretesto è un chiarimento su quel diagramma o quella teoria.

In realtà è la ricerca di un contatto, di andare oltre la mera superficie del rapporto lavorativo. Le domande che più o meno implicitamente mi vengono rivolte hanno a che fare con la richiesta di informazioni sulla mia vita privata.

Mento.

Mento sempre, non sempre in modo totale. Dipende dalla domanda, dal richiedente, dalla platea.

Talvolta è necessario che riveli un’anima più fragile di quanto appaia, talvolta è indispensabile rafforzare la facciata e sfatare ogni possibilità di intravedere una crepa, una minima debolezza.

Per i miei superiori sono la punta di diamante della società, quella dei casi difficili, quasi impossibili. Per i direttori generali e gli amministratori delegati sono l’ancora di salvezza. Per il personale divento un’alleata, anche quando il mio compito è in realtà quello di predisporre la loro morte lavorativa, il transito verso quelle terre dei morti che si chiamano ispettorato interno, protocollo, ufficio pubblicazioni.

Il cimitero degli elefanti dei dirigenti prossimi alla scadenza, la terra di nessuno dei funzionari improduttivi.

Sono soddisfatta, lo sono davvero. Ho una percentuale di insuccesso risibile.

A distanza di anni ricevo mail e bigliettini in cui mi si ricorda il tale corso in tale albergo e la svolta improvvisa che prese la vita in quel momento, tanto nella vita lavorativa quanto in quella privata. Non la si finisce di ringraziarmi. E’ il metodo, mi scrivono, il metodo che mi ha consegnato. Era applicabile praticamente a tutto: nascite, morti, divorzi, cambi di residenza, acquisto veicoli, responsabilità lavorative. E’ il metodo, che fa la differenza.

Le stampo e le conservo con cura.

Durante i miei corsi impongo alcuni limiti invalicabili: che nessuno registri, filmi o scatti fotografie.

Uscendo dall’aula nessuna traccia tangibile, corporea, di me deve restare. Sono responsabile di ciò che dico e penso, non dell’immagine che conserverete e potreste restituirmi in qualunque momento.

Nemmeno una foto di fine corso. Mai.

Non ho voluto figli. Per quanto assurdo possa sembrare, avrei avuto difficoltà a spiegare loro il mio lavoro. Lo si può definire soltanto nei suoi contesti. Fuori da questi diventa una follia.

Sono convinta che abbiano valore solo le cose che puoi spiegare e far comprendere anche a un bambino, che la semplicità delle obiezioni infantili contenga un nocciolo di insopprimibile verità.

Immagino voci argentine che mi chiederebbero: e perché, mamma, quel signore fa un lavoro che non gli piace? Perché non ne fa un altro? Ma tu vuoi bene a tutti questi signori e signore e per questo li aiuti a lavorare meglio? Sei una specie di maestra, mamma?

Ogni risposta sarebbe stata una menzogna.

Esattamente come quelle di mio padre.

Diceva che quando un uomo non ha la gioia di lavorare e rientrare a casa dalla famiglia, la sera, allora non è un uomo.

Non può essere colpa della moglie, papà? Che magari è petulante, noiosa, depressa.

No, non può essere, l’ha scelta lui, non può darle colpe.

Ho detto così a mio marito, quando ho scoperto che aveva un’altra.

Rispose che ero un’ottima motivatrice, ma ero riuscita a demotivarlo usando lo stesso metodo.

E’ il metodo, mi ripeto ogni volta che ricevo una mail o una lettera di complimenti, di ringraziamenti. E’ per il metodo che ho insegnato, che ho consegnato nelle loro mani, che le loro cose funzionano.

E’ con metodo che le ripongo nella loro cartellina, insieme a tutte le bugie che con metodo ho raccolto e prodotto.

La prima cosa che insegno nei miei corsi è che le cose non sono mai come sembrano. Anche quando lo sono realmente. E’ il metodo, che crea le differenze.

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11 Risposte to “Una questione di metodo”

  1. e.l.e.n.a. Says:

    cartesiana!george tralenuvole clooney avrebbe apprezzato questa tipa.

  2. Flounder Says:

    e perché?(clooney, dico)

  3. e.l.e.n.a. Says:

    il film l'hai visto?credo che il suo personaggio abbia dei punti in contatto con il tuo.

  4. Flounder Says:

    no, ecco perché non capivo.non sono un'estimatrice di clooney, a dire il vero. nemmeno sotto il profilo estetico, il che mi dicono essere ancora più grave 🙂

  5. e.l.e.n.a. Says:

    alt! io sono solo un'estimatrice attoriale. i gigioni patatoni come george non mi piacciono! 🙂

  6. aitan Says:

    Davvero molto bello!(E ho detto quasi tutto!)

  7. Flounder Says:

    grazie 🙂

  8. lupesio Says:

    Questo racconto mi ha fatto molto riflettere. Così tanto, che sono tornato a commentare, dopo molto tempo.In particolare mi ha fatto riflettere la figura del padre, e la sua concezione della donna; e anche la motivazione che il marito dà del tradimento.Dal tuo profilo vedo che hai la mia età, più o meno. E anche io conosco uomini e donne che hanno una concezione della donna e dei rapporti familiari e sociali che io (e anche tu) giudichiamo anacronistica e da superare.

  9. zaritmac Says:

    Il metodo con cui Flounder dipana anime e intreccia storie è veramente notevole.C'è una voce narrativa "limpida" in questo post, che (mi) mancava da un po'.Ergo, preferisco la scrittrice (di strada) all'antropologa.Ma vogliobeneassai a tutte e due.

  10. Flounder Says:

    io l'ho riletto molte volte e ogni volta mi sono stupita di una serie di dettagli che ho visto solo successivamente e ogni volta me ne sono dispiaciuta un po'.per il destino della signora, intendo.per i due livelli di narrazione che si sovrappongono e non trovano, nel concreto della sua vita, il punto di incontro.(e comunque l'antropologa opera dietro le quinte.  nascostamente – ma non troppo – operano dentro di me certe letture sul mediterraneo e la condizione della donna che mi danno un fermento di rabbia mai visto)

  11. anonimo Says:

    una bella curetta?

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