Archive for maggio 2010

La bellezza è verità, la verità  bellezza, questo solo sulla Terra sapete, ed è quanto basta. (John Keats)

maggio 21, 2010

Una donna entrò nella gabbia degli imputati.

Nonostante il pallore, nonostante l’aria stanca e stravolta, era ancora bella.;

solo le palpebre, di forma squisita, erano sciupate dalle lacrime.

Irène Némirovsky, “Jezabel”

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Un po’ doveva essere stata l’educazione religiosa impartitale nell’infanzia in un collegio protestante, un po’ il conservatorismo familiare, un po’, infine, un guizzo di illuminazione.

Fatto sta che la Contessa aveva sviluppato un rapporto col divino del tutto originale.

Credeva infatti ciecamente nell’esistenza di un Altissimo, dotato di tutti i crismi dell’Onnipotenza, della Misericordia e della Giustizia, con l’unica particolarità che si manifestava a lei attraverso i canali della cosmetica e della chirurgia estetica. Attraverso di essi la raggiungeva e penetrava nella sua anima, attraverso di essi lei sentiva la comunione perfetta col Creato.

Del resto, se l’Uomo era stato creato dal fango, come non credere alla potenza delle argille refrattarie nei trattamenti termali?

Dinanzi alle proteste di quanti affermavano che anche a volerle credere, era facile spicciarsela così, quando si possedevano tempo e denaro in abbondanza, la Contessa amabilmente replicava che le stesse possibilità economiche erano prova inconfutabile del suo essere stata prescelta, quale eletta, grazie alla saldezza della sua Fede. Il suo metodismo non conosceva brecce.

Pensava, la Contessa, che il segreto delle creme di bellezza non fosse negli ingredienti così precisamente listati nelle etichette, ma nella dicitura “eccipienti”, precisissima e a un tempo vaga indicazione del potere superiore immesso nelle stesse. Riteneva altresì che il suo chirurgo plastico fosse direttamente mosso da mano divina, sorta di Abramo che si abbandonava al volere supremo nel guidare il bisturi sul corpo di lei, fermandosi dove fosse necessario, senza compiere inutili sacrifici.

Una delle obiezioni che più frequentemente le venivano sollevate e alle quali fermamente e con grazia replicava, era che le creme anticellulite o le antirughe avrebbero dovuto produrre effetti simili su chiunque. La Contessa spiegava, con molta pazienza, che la questione era analoga a quella dei santini e dei viaggi a Lourdes: forse che tutti venivano protetti dal male o miracolati?

Le vie del Signore sono imperscrutabili, aggiungeva. Solo lui può decidere se annullare le leggi della natura, sospendere la forza di gravità o imporre il suo sguardo risanatore su una smagliatura e una voglia di fragola. Solo lui, in forza della sua Grazia, deciderà chi salvare dall’annientamento del tempo per concedergli una vita eterna ed esteticamente perfetta a un tempo.

Il marito della Contessa non badava a queste superflue stranezze della moglie: del resto non gli era chiesto di contribuire economicamente né di accompagnarla presso estetiste, parrucchiere e costosissime cliniche. Di tanto in tanto, durante le sue assenza, andava ad abbrutirsi tra le braccia di un’amica non miracolata e che tuttavia sapeva fare miracoli, e tanto gli bastava per essere anch’egli devoto.

Ma torniamo al dunque.

Mossa da una profonda religiosità, la Contessa contribuiva periodicamente con cospicue donazioni a sostenere la sperimentazione scientifica e la ricerca, così come altri contribuiscono alla ristrutturazione di un tempio o alla causa degli orfanelli. Grazie alla sua generosità, le più importanti case cosmetiche l’avevano nominata loro patrona, offrendole di volta in volta i trattamenti più innovativi, anche per metterla al corrente dei progressi raggiunti e delle divine provvidenze.

Fu pertanto senza alcuna forma di sorpresa che una mattina ricevette un invito a partecipare a un incontro di preghiera per la salvezza dalle chiazze senili sulle mani, che se per taluni erano da assimilare alle stimmate, per altri erano indiscutibile segno di peccato, che andava confessato e perdonato. Dopodiché l’anima e le mani andavano immediatamente sbiancate con l’idrochinone santo.

Immediatamente la Contessa, dopo gli interventi e le prolusioni scientifiche, decise di sottoporsi al pellegrinaggio salvifico, ma per la prima volta fu interrotta da un giovane medico che con fare severo, le chiese di confessarsi.

La cosa lasciò la Contessa in uno stato di notevole imbarazzo, giacché negli ambienti che frequentava era noto a tutti il suo candore, la trasparenza dell’iride, il profumo di innocenza che emanavano le sue ascelle e il turgore del suo seno, virginalmente rinnovato di anno in anno.

Sono pura, sostenne umilmente la Contessa, sostenuta da ialuronica espressione. Vengo qui per essere consacrata e trasfusa nella luce laser.

Ma il medico fu irremovibile: se altri, prima di lui, avevano officiato riti con superficialità e formalismo, non poteva opporsi. Ma nel suo tempio erano richiesti modestia, decoro. E soprattutto profondo pentimento.

Guardi, ribatté la Contessa, perdendo parte della sua serafica e botulinica calma, mi creda: non ho nulla da confessare.

E la vanità, chiese il medico con fare provocatorio? Dove la mettiamo la vanità?

La Contessa sbigottì. Come osava chiamare vanità la sua piena e incondizionata vocazione alla Bellezza?

Per non parlare, continuò il medico, del suo politeismo latente, del passare da una Chiesa all’altra senza pudore, secondo le sue voglie.

La Contessa cercò di spiegare che mai, mai per un solo istante, aveva potuto considerare che dietro le differenti marche e trattamenti si celassero divinità differenti: per lei l’Altissimo era unico e solo, molteplici gli epifenomeni. Come non vedere la Potenza oltre il limite del marketing? Egli era ovunque e le parlava da ogni dove, poco importa se fosse un balsamo da supermercato o un profumo confezionato in esclusiva. L’Onnipotente si rivolge a poveri e ricchi, maschi e femmine e per ognuno ha un guanto da tendere e una maschera all’argilla da strappare via.

Ma il medico era sferzante. Lui, inventore e unico depositario della formula antimelasma “senza effetti collaterali e in una seduta sola”, non avrebbe tollerato forma alcuna di sacrilegio o eresia.

Gli altri relatori del convegno erano stupefatti dal comportamento del medico tanto quanto la Contessa, seppur per ragioni opposte: e se d’improvviso, offesa, avesse interrotto le donazioni? E se fosse, dall’alto della sua profonda adesione al ministero, andata in giro sparlando della società?

L’amministratore delegato lanciò un’occhiataccia al medico, sperando di ammansirlo.

Ma il medico sembrava irremovibile.

Si avvicini, disse alla Contessa, venga qui. E chinandosi le sussurrò qualcosa all’orecchio. Quattro, cinque minuti di fitto monologo. La Contessa si irrigidì e si ritrasse con fierezza, dicendo: Mai. Mai e poi mai.

E allora nulla da fare, sorrise il medico con superiorità.

La Contessa lasciò il convegno in fretta e furia. Un capannello di curiosi si strinse intorno al dottore: che cosa le ha detto? Cosa le ha proposto? Cosa ha potuto scandalizzarla tanto?

Nulla, solo la verità. Le ho proposto un piccolo scambio: la rinuncia a tutti i trattamenti in cambio dei miei, che sono meno evidenti ma più duraturi nel tempo.

Poi si allontanò ridacchiando.

La Contessa morì meno di un mese dopo, investita da una motocicletta. Era bellissima.

La salma fu esposta per giorni e tre notti, e profumava di viole e ambra.

Affacciati dalla stessa finestra, l’Altissimo e il dottore confabulano.

Te l’ho detto, dice il dottore, i tuoi non hanno nerbo, non hanno spirito critico.

Non è questo, risponde l’Altissimo, è che so come prenderli.

Sei disonesto, con questa storia della vita eterna. Lo vedi anche tu, che non li convince più e che hai bisogno sempre di nuovi mezzi per persuaderli. Sorpresine, gadget omaggio. Sei scorretto.

E tu, allora? – chiede l’Altissimo – com’è che tu non riesci a persuaderli con la tua profonda sincerità?

Sto lavorando sulla puzza di zolfo, è difficile da nascondere. Con le tue maniere da damerino, li hai trasformati tutti in quattro schizzinosi del cavolo. Ma mi manca pochissimo, sono a un passo dal coprirla. Poi ti faccio vedere, quanti passano a me.

E allora a quanti siamo? Il conto lo tieni tu, mi pare?

Fanculo, va. Sei sempre in vantaggio. Ma per pochissimo. Pochissimo.

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Hopperbacco! Sottotitolo: dietro un uomo famoso c’è sempre una donna. Il contrario, invece, non è esente da rischi.

maggio 6, 2010

C’è qualcosa, nella mostra di Hopper vista venerdì passato, che per giorni mi ha impedito di scriverne, fin dal primo istante.

Pensavo che fosse banalmente l’emozione. Poche volte mi era capitato di emozionarmi in tal modo a una mostra, posso contarle sulla punta delle dita: il Caravaggio a Napoli nel 1985, gli Impressionisti a Parigi, Hokusai nel 2003 e davvero poco altro, talvolta quadri isolati, momenti precisi.

Ora, perché io fossi talmente emozionata non so nemmeno dirlo.

Quel che so è che Hopper, di cui non conoscevo nulla, nulla assolutamente sotto il profilo biografico, nemmeno se fosse vivo o morto, è da molti anni uno dei miei pittori preferiti. Ma nemmeno di questo avrei saputo dirne esattamente il perché.

Non è la tecnica, no. Credo sia la luce e il senso costante di vuoto. L’occhio che attraversa le finestre e sbircia dentro le case e coglie solitudini. Donne che o sono ritratte da sole o diventano ancora più sole in compagnia di uomini che nemmeno le guardano, intenti al lavoro, alla lettura del giornale. Persone vicine ma distanti, persone che non si guardano, persone in contatto come si può essere in contatto in uno stupro. Donne ripiegate su se stesse, cadute da un letto. Corpi dolenti, soli, inutili.

Un quadro mi ha stupito, uno che non conoscevo: Girlie Show, la spogliarellista dal viso mascolino e contratto. E poi l’enorme solitudine della donna che lavora come maschera al cinema. Non era in mostra ma faceva parte dell’apparato didattico, tra l’altro ottimo.

So però che mi interessano le biografie, illuminano le opere di una luce completamente diversa e tornata a casa, per alcuni giorni, ho cincischiato qua e là per saperne di più.

La mostra è ricca, molto bella. Mancano alcune delle mie opere preferite – le donne alla finestra che per anni si sono succedute sul lay-out di questo blog – e che esercitano su di me un’attrazione profondissima.

Un’intera sala della mostra è dedicata a loro.

Il curatore scrive: donne irraggiungibili, donne dalle pretese insoddisfacibili. Donne distanti e inappagabili.

Mi sono detta: sarà questo dunque ad attrarmi? Questo rispecchiamento del mio senso di distanza?

Non lo so, poi ci penserò.

Un’altra parte della mostra contiene in formato digitale i diari di Josephine Nivison, la moglie di Hopper. E’ da lì che sono partita incuriosita in questa ricostruzione.

La donna, la donna che appare sempre nei suoi quadri era lei, le fattezze assolutamente riconoscibili in quel mento aguzzo e sporgente.

Lei e Hopper erano stati compagni di liceo, ma si rincontrano nell’estate dei loro quarant’anni.

Josephine è una pittrice affermata, ha esposto con Modigliani e Picasso; lui ha lavorato come illustratore per mantenersi, è frustrato. E’ frustrato da sempre, viene da una famiglia tradizionalista, cattolica e repressiva. In tutta la sua vita ha venduto un unico quadro. Poi è partito per l’Europa e ha imparato a dipingere alla maniera degli Impressionisti, ma la critica americana lo ha stroncato.

La critica americana risente a mio avviso in quegli anni dell’enorme impatto sociale della fotografia, non ha cuore e vista per i colori pastello e le delicate armonie da immaginare da lontano. L’America guarda a se stessa con gli occhi della Farm Security o della street photography, è uno zum-zum e patùn patùn di macchinari, rotaie e sbuffi di fumo.

Ma torniamo alla nostra coppia.

Ad una mostra del 1922, in cui lei lo fa inserire tramite le sue conoscenze, lui si presenta con un’acquaforte e lei con un acquerello, riscuotendo un enorme successo. Allora gli suggerisce di provare, di cominciare a usare la stessa tecnica e lo fa inserire in una  mostra successiva. E’ lì che lui riuscirà a vendere dopo molti anni il suo secondo quadro, raggiungendo la fama.

A partire da quel momento inizia la scomparsa di Josephine Nivison. I quadri successivi porteranno la firma Jo N. Hopper, che nel tempo diventerà J. Hopper. I galleristi non la chiamano più, con l’idea che un’artista, dopo il matrimonio, abbandoni la sua arte.

Discutevamo giorni fa, in un’appassionante lezione di Antropologia del Mediterraneo e prima di vedere questa mostra, del triste destino riservato alle artiste. Uccise perché considerate immorali o mai valorizzate, perché la valorizzazione passa attraverso la discendenza o un congiunto che si faccia carico dell’operazione. E da sempre le donne artiste sono restate spesso sole, fino alla morte. Molto amate e mai sposate. Come se l’arte o il talento facciano più paura delle corna. Chissà.(. )

Edward e Josephine si sposano nemmeno un anno dopo dal loro incontro sulla spiaggia.

Lei è vergine, nonostante l’età avanzata, e siamo in un’epoca in cui non si parla con le altre donne, ma soprattutto non si parla di sesso. Lei lamenta nei suoi diari la totale assenza di piacere, con stupore. Non ha confronti. Sa solo che non ritiene normale che lui la prenda da dietro, sempre, con violenza. Ma non sa cos’è normale, non lo saprà mai.

Si installano in un piccolo appartamento al quarto piano senza ascensore, dove passeranno tutta la loro vita. Senza un frigorifero, senza un bagno in casa.

Per tre anni, gli anni della grande depressione del marito, non vedranno gente, mangeranno cibo in scatola e trascorreranno insieme ventiquattr’ore su ventiquattro al giorno.

Lui la distrugge lentamente, critica la sua arte, la ritrae in caricature o con il volto totalmente cancellato. La donna invisibile.

Lei comprende lentamente la sua ingratitudine e l’inspiegabile ostilità, un po’ alla volta capisce che la donna che lui raffigura nei suoi quadri è solo un soggetto, ma non l’oggetto dei suoi desideri e delle sue fantasie maschili.

Non ha troppa fantasia, lui. In fondo, secondo le sue stesse parole, “non voleva altro che dipingere la luce su una parete”.

Restano sposati per quarantatré anni. La Nivison ha qualcosa di più della vittima e lui qualcosa di meno del carnefice. In fondo si sposarono dopo i quarant’anni ed entrambi conoscevano il senso e il valore del vivere da soli. E tuttavia si scelsero e restarono morbosamente insieme.

I loro studi occupano due stanze dell’appartamento. Vi hanno collocato degli specchi, in modo che ognuno possa costantemente sbirciare nello studio dell’altro. Lei si avvale del meccanismo e gli rimanda – difficile dire se con compassione o dispetto – un ritratto maschile che raffigura un martire. Quando partono per le loro lunghe sedute di pittura al mare, a Cape Cod o altrove, lui le impedisce di guidare e allontanarsi. Restano lì per settimane, mesi, a dipingere insieme gli stessi soggetti.

Lei dipinge rapidamente, molto aderente alla realtà. Lui invece ha bisogno di lunghi studi preparatori, poi impazzisce per i titoli. Lei tiene un diario in cui riporta, per ogni quadro del marito, tutto quello che è accaduto, i colori impiegati, il luogo in cui sono stati acquistati, il costo, ciò che hanno mangiato, ciò di cui hanno discusso. Lei lo vede in difficoltà e inventa storie per i protagonisti dei suoi quadri, storie per le assenze, dialoghi immaginari a spiegare il vuoto e il freddo della coppia ritratta, finché lui può ricominciare a dipingere. Lei inventa i nomi dei personaggi, li anima. Lui li immortala.

Per celebrare i venticinque anni di matrimonio Josephine, ironizzando sulle percosse subite nel corso degli anni, gli regala una croce d’oro di Gran Combattente. Lui ricambia con uno stemma araldico sul quale sono raffigurati un’armatura e un matterello. Lei lo morde fino all’osso, lui le picchia la testa sulle pareti e poi le lecca il viso imbrattato di sangue.

Ai suoi sessant’anni, lui ne fa la modella per Girlie Show. Ancora una volta l’ha picchiata ma lei è fiera di posare lì per lui, nuda e fiera. Il viso è tirato, rabbioso. Ma non c’è nessun’altra a fargli da modella e non ci sarà mai.

Josephine Nivison muore dieci mesi dopo il marito. Non avendo eredi, e nemmeno amici e familiari, che lui le ha proibito di vedere nel corso degli anni, lei lascia la produzione pittorica di entrambi al Whitney Museum of American Art.

Non è ancora iniziato il ’68, le donne sono ancora meno di zero, i quadri della Nivison finiscono negli scantinati e poi distrutti. E’ solo da poco che è iniziata un’operazione di ricostruzione attraverso cataloghi, fotografie e poche tracce rimaste.

Nel 1970 le Women Artists for Revolution invadono il Whitney Museum e lasciano tampax insanguinati sullo scalone per attirare l’attenzione sulle artiste donne. Sembra la scena di Agorà in cui Ipazia presenta il fazzoletto sporco al suo corteggiatore.

Sono uscita dalla mostra ignorando tutto questo, avevo solo un senso di grande intensità, una pienezza traboccante. Un qualcosa di enorme che mi sfuggiva e che volevo afferrare. Oltre l’estetica, oltre gli allestimenti, oltre le sensazioni.

Hopper è un uomo nero, malato di tiroide, che anela alla luce. Sua moglie la sua lampada alogena, carica di incandescenza e di iodio.