Hopperbacco! Sottotitolo: dietro un uomo famoso c’è sempre una donna. Il contrario, invece, non è esente da rischi.

C’è qualcosa, nella mostra di Hopper vista venerdì passato, che per giorni mi ha impedito di scriverne, fin dal primo istante.

Pensavo che fosse banalmente l’emozione. Poche volte mi era capitato di emozionarmi in tal modo a una mostra, posso contarle sulla punta delle dita: il Caravaggio a Napoli nel 1985, gli Impressionisti a Parigi, Hokusai nel 2003 e davvero poco altro, talvolta quadri isolati, momenti precisi.

Ora, perché io fossi talmente emozionata non so nemmeno dirlo.

Quel che so è che Hopper, di cui non conoscevo nulla, nulla assolutamente sotto il profilo biografico, nemmeno se fosse vivo o morto, è da molti anni uno dei miei pittori preferiti. Ma nemmeno di questo avrei saputo dirne esattamente il perché.

Non è la tecnica, no. Credo sia la luce e il senso costante di vuoto. L’occhio che attraversa le finestre e sbircia dentro le case e coglie solitudini. Donne che o sono ritratte da sole o diventano ancora più sole in compagnia di uomini che nemmeno le guardano, intenti al lavoro, alla lettura del giornale. Persone vicine ma distanti, persone che non si guardano, persone in contatto come si può essere in contatto in uno stupro. Donne ripiegate su se stesse, cadute da un letto. Corpi dolenti, soli, inutili.

Un quadro mi ha stupito, uno che non conoscevo: Girlie Show, la spogliarellista dal viso mascolino e contratto. E poi l’enorme solitudine della donna che lavora come maschera al cinema. Non era in mostra ma faceva parte dell’apparato didattico, tra l’altro ottimo.

So però che mi interessano le biografie, illuminano le opere di una luce completamente diversa e tornata a casa, per alcuni giorni, ho cincischiato qua e là per saperne di più.

La mostra è ricca, molto bella. Mancano alcune delle mie opere preferite – le donne alla finestra che per anni si sono succedute sul lay-out di questo blog – e che esercitano su di me un’attrazione profondissima.

Un’intera sala della mostra è dedicata a loro.

Il curatore scrive: donne irraggiungibili, donne dalle pretese insoddisfacibili. Donne distanti e inappagabili.

Mi sono detta: sarà questo dunque ad attrarmi? Questo rispecchiamento del mio senso di distanza?

Non lo so, poi ci penserò.

Un’altra parte della mostra contiene in formato digitale i diari di Josephine Nivison, la moglie di Hopper. E’ da lì che sono partita incuriosita in questa ricostruzione.

La donna, la donna che appare sempre nei suoi quadri era lei, le fattezze assolutamente riconoscibili in quel mento aguzzo e sporgente.

Lei e Hopper erano stati compagni di liceo, ma si rincontrano nell’estate dei loro quarant’anni.

Josephine è una pittrice affermata, ha esposto con Modigliani e Picasso; lui ha lavorato come illustratore per mantenersi, è frustrato. E’ frustrato da sempre, viene da una famiglia tradizionalista, cattolica e repressiva. In tutta la sua vita ha venduto un unico quadro. Poi è partito per l’Europa e ha imparato a dipingere alla maniera degli Impressionisti, ma la critica americana lo ha stroncato.

La critica americana risente a mio avviso in quegli anni dell’enorme impatto sociale della fotografia, non ha cuore e vista per i colori pastello e le delicate armonie da immaginare da lontano. L’America guarda a se stessa con gli occhi della Farm Security o della street photography, è uno zum-zum e patùn patùn di macchinari, rotaie e sbuffi di fumo.

Ma torniamo alla nostra coppia.

Ad una mostra del 1922, in cui lei lo fa inserire tramite le sue conoscenze, lui si presenta con un’acquaforte e lei con un acquerello, riscuotendo un enorme successo. Allora gli suggerisce di provare, di cominciare a usare la stessa tecnica e lo fa inserire in una  mostra successiva. E’ lì che lui riuscirà a vendere dopo molti anni il suo secondo quadro, raggiungendo la fama.

A partire da quel momento inizia la scomparsa di Josephine Nivison. I quadri successivi porteranno la firma Jo N. Hopper, che nel tempo diventerà J. Hopper. I galleristi non la chiamano più, con l’idea che un’artista, dopo il matrimonio, abbandoni la sua arte.

Discutevamo giorni fa, in un’appassionante lezione di Antropologia del Mediterraneo e prima di vedere questa mostra, del triste destino riservato alle artiste. Uccise perché considerate immorali o mai valorizzate, perché la valorizzazione passa attraverso la discendenza o un congiunto che si faccia carico dell’operazione. E da sempre le donne artiste sono restate spesso sole, fino alla morte. Molto amate e mai sposate. Come se l’arte o il talento facciano più paura delle corna. Chissà.(. )

Edward e Josephine si sposano nemmeno un anno dopo dal loro incontro sulla spiaggia.

Lei è vergine, nonostante l’età avanzata, e siamo in un’epoca in cui non si parla con le altre donne, ma soprattutto non si parla di sesso. Lei lamenta nei suoi diari la totale assenza di piacere, con stupore. Non ha confronti. Sa solo che non ritiene normale che lui la prenda da dietro, sempre, con violenza. Ma non sa cos’è normale, non lo saprà mai.

Si installano in un piccolo appartamento al quarto piano senza ascensore, dove passeranno tutta la loro vita. Senza un frigorifero, senza un bagno in casa.

Per tre anni, gli anni della grande depressione del marito, non vedranno gente, mangeranno cibo in scatola e trascorreranno insieme ventiquattr’ore su ventiquattro al giorno.

Lui la distrugge lentamente, critica la sua arte, la ritrae in caricature o con il volto totalmente cancellato. La donna invisibile.

Lei comprende lentamente la sua ingratitudine e l’inspiegabile ostilità, un po’ alla volta capisce che la donna che lui raffigura nei suoi quadri è solo un soggetto, ma non l’oggetto dei suoi desideri e delle sue fantasie maschili.

Non ha troppa fantasia, lui. In fondo, secondo le sue stesse parole, “non voleva altro che dipingere la luce su una parete”.

Restano sposati per quarantatré anni. La Nivison ha qualcosa di più della vittima e lui qualcosa di meno del carnefice. In fondo si sposarono dopo i quarant’anni ed entrambi conoscevano il senso e il valore del vivere da soli. E tuttavia si scelsero e restarono morbosamente insieme.

I loro studi occupano due stanze dell’appartamento. Vi hanno collocato degli specchi, in modo che ognuno possa costantemente sbirciare nello studio dell’altro. Lei si avvale del meccanismo e gli rimanda – difficile dire se con compassione o dispetto – un ritratto maschile che raffigura un martire. Quando partono per le loro lunghe sedute di pittura al mare, a Cape Cod o altrove, lui le impedisce di guidare e allontanarsi. Restano lì per settimane, mesi, a dipingere insieme gli stessi soggetti.

Lei dipinge rapidamente, molto aderente alla realtà. Lui invece ha bisogno di lunghi studi preparatori, poi impazzisce per i titoli. Lei tiene un diario in cui riporta, per ogni quadro del marito, tutto quello che è accaduto, i colori impiegati, il luogo in cui sono stati acquistati, il costo, ciò che hanno mangiato, ciò di cui hanno discusso. Lei lo vede in difficoltà e inventa storie per i protagonisti dei suoi quadri, storie per le assenze, dialoghi immaginari a spiegare il vuoto e il freddo della coppia ritratta, finché lui può ricominciare a dipingere. Lei inventa i nomi dei personaggi, li anima. Lui li immortala.

Per celebrare i venticinque anni di matrimonio Josephine, ironizzando sulle percosse subite nel corso degli anni, gli regala una croce d’oro di Gran Combattente. Lui ricambia con uno stemma araldico sul quale sono raffigurati un’armatura e un matterello. Lei lo morde fino all’osso, lui le picchia la testa sulle pareti e poi le lecca il viso imbrattato di sangue.

Ai suoi sessant’anni, lui ne fa la modella per Girlie Show. Ancora una volta l’ha picchiata ma lei è fiera di posare lì per lui, nuda e fiera. Il viso è tirato, rabbioso. Ma non c’è nessun’altra a fargli da modella e non ci sarà mai.

Josephine Nivison muore dieci mesi dopo il marito. Non avendo eredi, e nemmeno amici e familiari, che lui le ha proibito di vedere nel corso degli anni, lei lascia la produzione pittorica di entrambi al Whitney Museum of American Art.

Non è ancora iniziato il ’68, le donne sono ancora meno di zero, i quadri della Nivison finiscono negli scantinati e poi distrutti. E’ solo da poco che è iniziata un’operazione di ricostruzione attraverso cataloghi, fotografie e poche tracce rimaste.

Nel 1970 le Women Artists for Revolution invadono il Whitney Museum e lasciano tampax insanguinati sullo scalone per attirare l’attenzione sulle artiste donne. Sembra la scena di Agorà in cui Ipazia presenta il fazzoletto sporco al suo corteggiatore.

Sono uscita dalla mostra ignorando tutto questo, avevo solo un senso di grande intensità, una pienezza traboccante. Un qualcosa di enorme che mi sfuggiva e che volevo afferrare. Oltre l’estetica, oltre gli allestimenti, oltre le sensazioni.

Hopper è un uomo nero, malato di tiroide, che anela alla luce. Sua moglie la sua lampada alogena, carica di incandescenza e di iodio.

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23 Risposte to “Hopperbacco! Sottotitolo: dietro un uomo famoso c’è sempre una donna. Il contrario, invece, non è esente da rischi.”

  1. Zu Says:

    iOdio sarebbe anche il nome per l'Apple-icazione, ma non quella elettronica, la originale, se il mondo fosse fatto a modello di gente del genere. Forse in parte o gran parte lo è, ma non è tutto così, per fortuna non è tutto così. No.

  2. Flounder Says:

    zu, abbi pazienza.ma, a parole mie, che volevi dire? 😀

  3. tracotnt Says:

    sembra la sceneggiatura di un film. di hopper mi ricordo, come un pugno nello stomaco, "la cattiva notizia", un quadro che ho visto su un qualche librone cent'anni fa. credo di averlo cercato in rete, ma non ho trovato niente o forse sbaglio il titolo. credo ritraesse una donna che scappava in strada di corsa con un fazzoletto in mano, . ma non lo so. so solo che mi ha gettato nello sconforto per un po' di tempo, tutte le volte che pensavo ad hopper. a volte si intuisce il nero, ma non se ne sa, mai, abbastanza.ciao. 

  4. Flounder Says:

    lo sai che non lo conosco questo quadro.e comunque quanto hai ragione sul fatto del nero. e quando se ne sa abbastanza magari ci si sprofonda dentro, negli abissi degli altri.

  5. apocrifo Says:

    Poche volte mi era capitato di emozionarmi in tal modo a una mostra, posso contarle sulla punta delle dita: il Caravaggio a Napoli nel 1985, gli Impressionisti a Parigi, Hokusai nel 2003 e davvero poco altro, talvolta quadri isolati, momenti precisi.Scusa, dimentichi quando hai incontrato me.

  6. Flounder Says:

    …ehm…vuoto di memoria?

  7. didolasplendida Says:

    uscendo dalla mostra e ripromettendomi di leggere una biografia di Hopper(grazie per averlo fatto tu)dicevo tra me e mema questo era un depresso e anche un impotente!meglio i nudi di Lucien Freud pieni di carnalità, di verità

  8. tracotnt Says:

    ti faccio sapere se vengo a capo del mistero. ho cercato dentro certi miei libri d'arte, ma niente, nessuna notizia del suddetto quadro. mi è venuto in mente – anche- che possa non essere di hopper, ma non credo di essermelo inventato, è un ricordo talmente chiaro… dove l'avrò visto?ariciao.

  9. riccionascosto Says:

    Io c'ero quasi finita sabato, a vedere la mostra di Hopper. Poi no, perché il consorte non era interessato.Ma ci dovrò fare una scappata solitaria, specialmente dopo quello che hai scritto qui.Per ritrovare le luci – non solo le ombre – che mi hai fatto ricordare e che tante volte ho visto proprio qui (parlavo di Hopper, e di donne alla finestra, proprio qualche giorno fa).

  10. Flounder Says:

    dido, non ho voluto leggere la biografia di Hopper, ma due saggi di Gail Levin, di cui uno è nel libro che segnalo nel post, più due articoli, uno di una giornalista del Guardian di cui non ricordo il nome e l'altro di una scrittrice americana che si chiama Annie Proulx, ed è l'autrice di Brokebake Mountain.questa Gail Levin ha scritto anche una biografia di Hopper, ma il costo mi ha fatto desistere.http://www.deastore.com/libro/edward-hopper-biografia-intima-gail-levin-i-inserra-m-mancini-johan-e-levi/9788860100405.html

  11. anonimo Says:

    ciao belladonna,mi spiace di dover passar di fretta e furia, perché il discorso donne-artiste è un rovello che mi punge a più riprese – senza trovare mai un punto di conciliazione tra la storia di altre e la vicenda personale.e poi quella specie di annientamento che si confonde fino a mischiarsi, morbosamente, nell'altro. Josephine lascia la propria strada (in questo caso, diciamo di inizio di una carriera artistica) perché era più facile perdersi in quella di un altro, o perché l'ascetismo estetico, di fondo, le faceva paura?il coraggio, insomma, è quello di lasciare o quello di proseguire? ma soprattutto: possiamo parlare di coraggio?abbi pazienza per il tono marzulliano delle domande. :))lisa 

  12. Flounder Says:

    non lo so, lisa. è questione che ha preso anche me e alla quale non ho elementi, nemmeno congetturali, per rispondere.in qualche modo credo che c'entri il fatto che fosse vergine.

  13. hobbs Says:

    Dietro ogni grande uomo c'è una donna, dietro ogni donna c'è la fila.ma non volevo scrivere questo, giuro.H.

  14. cf05103025 Says:

    Uno volta, tanti anni fa, mi piaceva davvero Hopper, mi suggestionava, mi creava suggestioni, anche Magritte.Tutti e due grandi creatori di immagini, ma non veri pittori.Illustratori di concetti, cioè.Narratori di storie più o meno attendibili, allusivi ad atmosfere in cui entrare in "complicità".Non è che mi dispiacciano, ora, ma mi hanno stufato, anche, per l'eccessiva popolarità e frequenza sul web, ma come piccolo pittore pure io, preferisco i grandi compositori di materia, alcuni pittori astratti, o per dire dell'antico: Tiziano, Tintoretto, El Greco, Rembrandt soprattutto.Amo le paste spesse di colore ove le luci fanno brillare, oltre che il disegno anche la materia.Vado vicino e ci ficco il naso dentro, se possibile.Il quadro diventa corpo non concetto.Non sapevo di questa vita di coppia così travagliata e complice e mi viene da detetestare proprio Mr.Hopper.Ho ammirato molto donne artiste, mogli di pittori, e vi dico che Sonia Delaunay era più brava di suo marito,e la Sophie Tauber Arp batteva il coniuge di alcune lunghezze.Un abbraccioMarioB.

  15. Flounder Says:

    di chi erano mogli codeste signore?

  16. cf05103025 Says:

    erano mogli di esimi artisti:Robert  Delaunaye Hans Arp,e lo stesse furono ottime artistema non si annullarono nel coniugecome fece la signora Hopper,purtroppoMarioB.

  17. anonimo Says:

    Io parto dal presupposto che  ogni personalità creativa nasconda in sé gli estremi del bene e del male e darne un giudizio, seguendo  “schemi canonici” , diventa difficile. Di proposito non ho letto la biografia di Hopper di cui lessi la recensione pochi giorni prima che si aprisse la mostra a Milano. La mia reazione all'epoca fu di fastidio poiché mi sembrò un'operazione  editoriale che mirasse a creare l'interesse verso la mostra puntando più sulla morbosità verso il privato che non verso l'opera di Hopper , era un po’ come dare un effetto glamour, “spettacolarizzare”  l’evento. Comunque sia credo che lì dove ci sia un rapporto in cui la passione condivisa crea anche un piano di confronto e competizione finirà col coincidere anche con quegli estremi. A me è sembrato che la mostra così come è strutturata abbia voluto porre l’accento proprio su questa ambiguità di Hopper per tirarlo fuori dal processo di banalizzazione dovuto alla sovraesposizione a cui accennava mariob. Hopper ha un’anima nera, tormentata  e la espone:  nel silenzio dei suoi dipinti, nelle macchie scure degli alberi, nelle ombre quasi minacciose, ma poi c’è lo spiraglio di luce, è il bene che lui non riesce a percepire né in lui, né negli altri, né nella sua epoca, la luce è una possibilità possibile, nonostante tutto.Ora , considerando che Hopper non è stato certo il solo la cui vita privata non brilli, il punto è quale peso deve assumere la quota del privato di un artista nel nostro giudicare l’opera? ciaolisa (fd'a) p.s forse il pittore a cui si riferiva tracotnt è Vettriano 

  18. ilcavaliere Says:

    Si! Le donne, certo, sempre, e non solonon solo le donne, mogli, sorelle, mamme, segretarie, assistenti, si! Assolutamente, e ripeto non solo.Non c'è in tutta la storia, un solo grande uomo che non abbia raggiunto tale considerazione grazie al melieu, al team, alle persone vicine e vicinissime in cui si è imbattutto nel suo fottuttissimo viaggio esistenziale.La mia non è frustrata invidia, personalmente ho da sempre preferito la fenomenologia degli Yanez, Braque, Engels, di quelli che servono l'assist per il goal, per il canestro da tre punti, gli ingengeri che fanno stare in piedi i sogni degli architetti, e certamente le donne che tengono la testa dei grandi artisti quando vomitano ubriachi.Personalmente amo restare dietro le quinte di ogni cosa, non sopporto apparire, mai, c'è sempre la possibilità di sparire al momento giusto o nello stesso momento comparire.E' che più si conoscono le cose, più ti ribolle il sangue, per quanto è ingiusto il tripudio verso chi quasi sempre si erge acclamato calpestando con le sue scarpe sporche non una ma parecchie persone migliori veramente migliori di luiComunque a me Hopper piace di molto, grazie per averci portato con te!baciCav

  19. Flounder Says:

    lisa, sono assolutamente d'accordo con te su tutto quello che sostieni.mi fermo solo sull'ultima frase, non perché non sia d'accrdo ma perché è un interrogativo che mi pongo io pure.per molti anni ho pensato che l'arte dovesse essere considerata nella sua dimensione astorica, poi nel tempo ho cambiato idea, sarà per colpa di tutti questi marxisti fetenti che mi circondano :-)ho iniziato a provare più interesse e piacere se riesco a decodificare meglio elementi che derivano sia dalla collocazione storica generale sia dalla vicenda personale.credo che sia iniziato un giorno in cui ho iniziato un lungo fine settimana d'arte in Umbria, accompagnata dalle Vite di Vasari e mi è sembrato di avere una visione più chiara delle cose e la possibilità di riceverne impressioni anche più complete, come se certi dettagli, rischiarati dalle biografia, gettassero luce poi su tutto il resto.sicché, tornando alla questione posta, io non lo so quale debba essere, ma sento che è necessario che ci sia.

  20. ilcavaliere Says:

    una delle strane cose, che pur essendo strane o forse proprio in quanto tali, sono più assoulutamente reali è il rapporto tra artista ed opera- l'opera è sempre autobiografica, come ci ricorda per esempio Aldo Rossi- ma l'opera, una volta finita, compiuta, messa al mondo, è una entità a se, indipendente anche dalle altre opere dello stesso artista, ma soprattutto indipendente dall'artistasolo un esempio la vita modesta e un pò triste di Bach e l'immensa grandezza di tutta la sua operasaluticav

  21. aitan Says:

    Leggo solo ora questo post interessante e intrigante assai. Hopper mi ha sempre lasciato un po'  freddo. Preferisco le nevrosi dichiarate, il sangue e la carne di un Bacon o di un Freud a tutta quella raggelante freddezza che vedo rispecchiata in questa vita piena di squallore come tante. E mi viene voglia di vedere le opere di lei.  

  22. Flounder Says:

    Freud sì, Bacon no.ma non per questioni di colesterolo.

  23. A spasso nella Mente | Certe piccole manie Says:

    […] qui , nelle opere di Tosatti , quel giorno che ho passato un pomeriggio cupo e dolente con Hopper e, per ultimo, qualche settimana fa, il Museo della Mente, dove ho passato quasi tre ore. Ne avevo […]

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