Archive for luglio 2010

Portami lontano a naufragare

luglio 28, 2010

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Svegliarti in piena notte, attraversare a piedi scalzi la distesa di sabbia e scoprire che non sei fatta d’acqua, ma di petrolio.

Nera e densa.

E che una volta che inizi a trivellare, il processo non si arresta più.

Una volta individuato il punto giusto è tutto un fluire inarrestabile.

Scoprire che un pozzo di petrolio zampilla anche per quarant’anni di fila e che non puoi fermarlo se non incendiandolo.

Spegnendolo per sempre.

Scoprire che alla tua età hai centinaia di barili ancora da riempire.

E tu non puoi fermarti, no. Se non spegnendoti per sempre.

Sei carburante. Combustibile.

Sei materia che sgorga da ogni poro e notte dopo notte si raffina,  senza alcuna possibilità di autosospenderti, di limitarti.

Nera e densa come la notte.

Untuosa.

Non diluibile.

Cuore malleabile di paraffina, reservoir di passione.

L'amore ai tempi del T9. Piccolo scherzo (moderato espressivo anche con un po' di brio) per variazione alfabetica.

luglio 23, 2010
Si ascoltavano dunque, di stramacchio, conversazioni di strategie sentimentali condotte su Facebook (devi scrivere così e così, e poi rispondere colì e colì, e poi vedi, quanti successi), utilizzi del poke come segno di esistenza in vita a conferma di assiomi relazionali indimostrabili.
Si considerava l’uso del tag come marca territoriale e categoria concettuale indipendente.
Qualcuno diceva: non è più come una volta. Belli i tempi dell’sms, almeno con centoventi caratteri ti potevi sbizzarrire.
Macché.
Provateci. Provateci voi a parlare d’amore col T9.
 
"Se guidi a cent’allora la mia Atos
Condurrai forse così anche il mio cuor
E se piano ti sussurro io t’amo
Tu mi risponderai altrettanto invano
Se poi solo nel sesso io ti ritrovo perso
mi vien dunque il sospetto (almeno questo è certo)
che tutto questo amor sia un prodotto in saldo della coop"

Ricordi

luglio 19, 2010

Non esistevano i cellulari e scendendo dal traghetto, quello stesso pomeriggio,  ci informarono della strage di Capaci. Ricordo che piangemmo. Di tanto in tanto ci incontriamo ancora, è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. G. oggi ha lo sguardo spento, il cervello in panne e non ci riconosce quasi più, M. è al secondo marito e secondo figlio, io avevo curve e rotondità e quasi nessuno spigolo, A. è ancora tutto spigoli, P. abbraccia P., ma poi sposerà il fotografo. Quella sera stessa finii in ospedale per un inizio di shock anafilattico, per un morso di zanzara su una vena. Ventotene era bellissima, la stanza piena di gechi e una cucina enorme. S. cucinò per tutti, R. e N. lavarono i piatti. Di lì a poco avrei rinunciato alla borsa di dottorato a Tokyo e mi sarei trasferita a Roma. Credo che sia stato l’ultimo momento lieve, totalmente lieve, che abbia vissuto. E nonostante tutto non tornerei indietro mai, mai, mai. Mai.

Sogno di una notte di mezza estate

luglio 6, 2010

Ritornare alla casa del mare, ripassare davanti l’ospedale che ci ha assistito e ospitato per tutta la scorsa stagione, rivedere il divano sul quale eri seduto con la tua bombola di ossigeno, costeggiare gli oleandri fioriti sotto un sole del tutto indifferente e in contrasto stridente con quello che mi stava succedendo dentro, mi ha schiantato.

Io che nemmeno una volta sono venuta al cimitero a trovarti, ma tu lo sai, non è quello il luogo in cui ti ritrovo e in cui il mio dolore trova pace, io mi sento di nuovo svuotata, forse più di quando sei morto.

Mi ricadono addosso anni di gesti, di parole, di vicinanze e di assenze. Le ultime cose che mi hai detto, e che oggi mi servono più che mai per circoscrivere i vuoti, sondare i pieni e farmi una ragione delle cose.

Mi ricordo di quando ventisei anni fa ti sei allontanato perché dovevi ritrovare te stesso, ma poi non ti trovavi mai e continuavi ad affacciarti e fare incursioni maldestre nelle nostre vite senza consentirci di avvicinarci alla tua, fino a che sei tornato e giravi di nuovo per casa, come se per te non fosse passato un solo momento, ricominciando la tua cura di sempre: cucinare, fare la spesa, accompagnarci a destra e a manca, e io mi sentivo furiosa e al tempo stesso colpevole per tutta l’estraneità che provavo e non riuscivo ad annullare. Per quello che mi era stato tolto e che d’improvviso mi veniva restituito, una specie di tradimento non spiegato. La restituzione di qualcosa che solo apparentemente era uguale a prima, ma in realtà era profondamente diverso. Lo era in meglio, questo lo so. Ma l’ho saputo dopo, e forse sono ancora arrabbiata, non sono mai riuscita a perdonarlo.

In quel momento era solo un precariato affettivo, uno sconvolgimento brusco che mi passava addosso e mi trasformava in un modo che si sarebbe rivelato e avrei riconosciuto solo dopo, molto dopo.

In quei mesi in cui non c’eri stato e intanto dimagrivi e ringiovanivi – è così, avevi detto tornando, volevo farvi una sorpresa, volevo tornare quando fossi stato in forma, dentro e fuori – avevo smesso di andare a scuola, il peso di affrontare gli altri era troppo pesante.

Mi ero chiusa in casa e nessuno aveva accesso, solo il maestro di chitarra, che riusciva a farmi piangere quando eravamo soli e a portarmi via quando l’aria diventava troppo pesante.

Mi avevano dato una pagella, era il primo quadrimestre, con tutti sei, senza aver sostenuto nemmeno un’interrogazione. Sulla fiducia, perché l’anno prima avevo tutti otto e nove. Sapevano che avrei recuperato, che una volta che le cose si fossero risistemate avrei compiuto un balzo in avanti, come una tigre.

Avevano visto giusto, deve essere impresso nel mio dna, o sul mio viso, che la furia mi rende produttiva, che diventa carburante per passare al livello superiore.

Il punto è che non è sempre un piano superiore.

A volte è lo stesso piano, diventa uno spostare sullo sfondo ciò che preme e far risaltare altro.

Sono strategie di sopravvivenza.

Ho realizzato che in questa casa del mare ci stiamo da sette anni. Non so perché, ma pensavo non fossero più di quattro. Ho cercato di fare mente locale prendendo a spartiacque le cose che mi erano rimaste impresse. La sera in cui abbiamo ricoverato  la bambina, ad esempio.

Eri stato da poco operato e non potevi camminare, ma l’urgenza di accompagnare la bambina in rianimazione, di fare prima che potessimo, la notte passata ad aspettare un esito, un verdetto, una possibilità di salvezza, ti ha ridato un vigore che non credevamo possibile.

Era otto anni fa, l’ultimo anno nella vecchia casa di vacanze.

E’ terribile come, per ricostruire le cose, io abbia bisogno di ripercorrere tappe dolorose, pietre miliari della tragedia.

In ogni caso è passato moltissimo tempo, ed è passato in un attimo. Avremmo potuto metterci altro, in questo tempo, riempirlo di novità che invece temevamo.

Passa così in fretta che pensi sempre di avere la possibilità di aggiustare quello che non va e invece poi scopri che no, sei andata troppo in là. O non ti sei mossa affatto. Oppure – e forse questo è il peggio di tutto – scopri di aver cercato di aggiustare senza sosta cose che non dovevano essere l’oggetto della cura. E che in realtà dovevi aggiustare te stessa, portarti nuovamente dal sei al sette, dal sette all’otto, ma senza furia, senza il balzo felino. A piccoli passi e mattoncini pieni, non forati.

I vuoti creano echi spaventose, si richiamano, si amplificano. Le assenze diventano sommatorie e si fanno sostanza.

Io quest’anno non ce la faccio a sopportare il mare. Il mare lo puoi vedere in due modi, come il bicchiere pieno a metà. Per me di solito è qualcosa che unisce le coste e permette di passare dall’una all’altra. Che permette lo scambio e la fecondità. Sarà che mi sento mediterranea fin nell’ultima cellula.

Quel mare che la scorsa estate mi ha visto immergermi in profondità, per distrarmi, per trovare una sfida e un coraggio, quest’anno invece mi fa più paura che mai. E’ un mare di distanza, un mare che separa. Ci vuole coraggio anche solo a guardarlo.

Da alcuni giorni prego. Non so chi prego, ma lo faccio. Mi accorgo di essere immersa in una preghiera costante, in un mormorio che non mi allevia, non mi distrae, non mi anestetizza, ma mi è tanto necessario quanto il respirare.

Mi piacerebbe di nuovo avere una pagella con tutti sei e un senso di terraferma sotto i piedi per potermelo perdonare.