Sogno di una notte di mezza estate

Ritornare alla casa del mare, ripassare davanti l’ospedale che ci ha assistito e ospitato per tutta la scorsa stagione, rivedere il divano sul quale eri seduto con la tua bombola di ossigeno, costeggiare gli oleandri fioriti sotto un sole del tutto indifferente e in contrasto stridente con quello che mi stava succedendo dentro, mi ha schiantato.

Io che nemmeno una volta sono venuta al cimitero a trovarti, ma tu lo sai, non è quello il luogo in cui ti ritrovo e in cui il mio dolore trova pace, io mi sento di nuovo svuotata, forse più di quando sei morto.

Mi ricadono addosso anni di gesti, di parole, di vicinanze e di assenze. Le ultime cose che mi hai detto, e che oggi mi servono più che mai per circoscrivere i vuoti, sondare i pieni e farmi una ragione delle cose.

Mi ricordo di quando ventisei anni fa ti sei allontanato perché dovevi ritrovare te stesso, ma poi non ti trovavi mai e continuavi ad affacciarti e fare incursioni maldestre nelle nostre vite senza consentirci di avvicinarci alla tua, fino a che sei tornato e giravi di nuovo per casa, come se per te non fosse passato un solo momento, ricominciando la tua cura di sempre: cucinare, fare la spesa, accompagnarci a destra e a manca, e io mi sentivo furiosa e al tempo stesso colpevole per tutta l’estraneità che provavo e non riuscivo ad annullare. Per quello che mi era stato tolto e che d’improvviso mi veniva restituito, una specie di tradimento non spiegato. La restituzione di qualcosa che solo apparentemente era uguale a prima, ma in realtà era profondamente diverso. Lo era in meglio, questo lo so. Ma l’ho saputo dopo, e forse sono ancora arrabbiata, non sono mai riuscita a perdonarlo.

In quel momento era solo un precariato affettivo, uno sconvolgimento brusco che mi passava addosso e mi trasformava in un modo che si sarebbe rivelato e avrei riconosciuto solo dopo, molto dopo.

In quei mesi in cui non c’eri stato e intanto dimagrivi e ringiovanivi – è così, avevi detto tornando, volevo farvi una sorpresa, volevo tornare quando fossi stato in forma, dentro e fuori – avevo smesso di andare a scuola, il peso di affrontare gli altri era troppo pesante.

Mi ero chiusa in casa e nessuno aveva accesso, solo il maestro di chitarra, che riusciva a farmi piangere quando eravamo soli e a portarmi via quando l’aria diventava troppo pesante.

Mi avevano dato una pagella, era il primo quadrimestre, con tutti sei, senza aver sostenuto nemmeno un’interrogazione. Sulla fiducia, perché l’anno prima avevo tutti otto e nove. Sapevano che avrei recuperato, che una volta che le cose si fossero risistemate avrei compiuto un balzo in avanti, come una tigre.

Avevano visto giusto, deve essere impresso nel mio dna, o sul mio viso, che la furia mi rende produttiva, che diventa carburante per passare al livello superiore.

Il punto è che non è sempre un piano superiore.

A volte è lo stesso piano, diventa uno spostare sullo sfondo ciò che preme e far risaltare altro.

Sono strategie di sopravvivenza.

Ho realizzato che in questa casa del mare ci stiamo da sette anni. Non so perché, ma pensavo non fossero più di quattro. Ho cercato di fare mente locale prendendo a spartiacque le cose che mi erano rimaste impresse. La sera in cui abbiamo ricoverato  la bambina, ad esempio.

Eri stato da poco operato e non potevi camminare, ma l’urgenza di accompagnare la bambina in rianimazione, di fare prima che potessimo, la notte passata ad aspettare un esito, un verdetto, una possibilità di salvezza, ti ha ridato un vigore che non credevamo possibile.

Era otto anni fa, l’ultimo anno nella vecchia casa di vacanze.

E’ terribile come, per ricostruire le cose, io abbia bisogno di ripercorrere tappe dolorose, pietre miliari della tragedia.

In ogni caso è passato moltissimo tempo, ed è passato in un attimo. Avremmo potuto metterci altro, in questo tempo, riempirlo di novità che invece temevamo.

Passa così in fretta che pensi sempre di avere la possibilità di aggiustare quello che non va e invece poi scopri che no, sei andata troppo in là. O non ti sei mossa affatto. Oppure – e forse questo è il peggio di tutto – scopri di aver cercato di aggiustare senza sosta cose che non dovevano essere l’oggetto della cura. E che in realtà dovevi aggiustare te stessa, portarti nuovamente dal sei al sette, dal sette all’otto, ma senza furia, senza il balzo felino. A piccoli passi e mattoncini pieni, non forati.

I vuoti creano echi spaventose, si richiamano, si amplificano. Le assenze diventano sommatorie e si fanno sostanza.

Io quest’anno non ce la faccio a sopportare il mare. Il mare lo puoi vedere in due modi, come il bicchiere pieno a metà. Per me di solito è qualcosa che unisce le coste e permette di passare dall’una all’altra. Che permette lo scambio e la fecondità. Sarà che mi sento mediterranea fin nell’ultima cellula.

Quel mare che la scorsa estate mi ha visto immergermi in profondità, per distrarmi, per trovare una sfida e un coraggio, quest’anno invece mi fa più paura che mai. E’ un mare di distanza, un mare che separa. Ci vuole coraggio anche solo a guardarlo.

Da alcuni giorni prego. Non so chi prego, ma lo faccio. Mi accorgo di essere immersa in una preghiera costante, in un mormorio che non mi allevia, non mi distrae, non mi anestetizza, ma mi è tanto necessario quanto il respirare.

Mi piacerebbe di nuovo avere una pagella con tutti sei e un senso di terraferma sotto i piedi per potermelo perdonare.

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8 Risposte to “Sogno di una notte di mezza estate”

  1. anonimo Says:

    Che meraviglia………….ghita

  2. anonimo Says:

    Per la prima volta, da circa un anno di costante frequentazione di questo luogo, ho deciso di prendere parte attiva nello spazio "commenti". La ragione della precedente assenza non è da attribuirsi alla mancanza di interesse, ma al contrario alla voglia talvolta comune di essere semplici spettatori di vite altrui, sebbene immaginate, dedotte, o soltanto plausibilmente intuite. Stavolta, con vesti di malìa il richiamo all'analoga esperienze di dolore ha fatto del mio partecipare uno spontaneo atto minimo. Slacciato dal mio stesso dolore, per perdersi nell'illusione di affinità interiori benché non necessarie al quotidiano. Lei ha saputo parlare del dolore intriso di vita e ricordi, di genitorialità redente, esperite e capaci di insegnare anche in modalità antipedagogica. Questa è una capacità tutt'altro che comune, o meglio comune a pochi. I pochi figli di quei padri che come il mare "nun fa paura" ma semplicemente fa "'o mare".Con stima,Letizia

  3. GipoScribantino Says:

    …….

  4. Flounder Says:

    cara letizia,la ringrazio di tanto apprezzamento. torno su questa pagina con molta fatica e mi chiedo se davvero contenga tutto quello che lei legge. forse sì, in parte.poi c'è un'altra parte costituiva, molto forte, che nello scritto si perde, pur abitandolo dall'interno: il gioco di specchi tra passato e presente, tra il genitore avuto e il genitore che si è oggi per i propri figli.quando ero ragazza e sentivo le madri dire che i figli ti danno, ti danno molto, io pensavo che si riferissero a due cose: gli affetti e le soddisfazioni, che un po' il successo dei figli potesse riempire il vuoto delle rinunce fatte per loro.negli anni – e più che mai adesso – ho capito che i figli hanno un altro potere, una sorta di riposizionamento interno dei grandi nodi.man mano che la mia cresce, e si trova a fronteggiare cose che io fronteggiavo alla sua età – solitudini, vuoti, tradimenti – e le cui sensazioni io reprimevo e lei invece discute e sviscera, io riesco finalmente a sentire, grazie alle sue parole, le cose che alla sua età non potevo dirmi o non mi era permesso dire.i suoi dolori acutizzano i miei e me li spiegano con una semplicità che da sola non potrei raggiungere, se non attraverso percorsi estremamente contorti.ho come l'impressione che mia figlia mi avvicini al passato e al tempo stesso me ne faccia distanziare, che nel collocarsi al centro della scena con un suo dolore e la richiesta di capire, e la rabbia che sente nel sentirsi vittima di scelte dolorose che noi compiamo e anche indirettamente la riguardano, riesca, senza saperlo né volerlo, a fornirmi le parole per dirlo, per declinarmi al passato e al presente e forse correttamente coniugarmi al futuro.e soprattutto che grazie a questa dialettica non abbia poi bisogno di sentirsi responsabile e cercare in tutti i modi di ricucire strappi che non ha creato lei.come sostiene la signora zaritmac, soffro di ipertrofia comunicativa.me ne scuso, ma scrivere le cose e condividerle mi permette di essere al tempo stesso lucida e distaccata.

  5. anonimo Says:

    Contrariamente a quanto prevede la  legge dell’economia linguistica ho sempre pensato che non esista una fondamentale distinzione tra un messaggio laconico e un messaggio esteso, giacché a fare la differenza non è certamente la quantità delle parole bensì l’efficacia comunicativa che le sottende. Questa è la ragione per la quale trovo piacere nel selezionare letture fra loro divergenti e, in conseguenza alla medesima ragioni, ho sentito la voglia di esprimere la mia su un argomento tanto comune a noi umani quanto prepotentemente unico al singolo individuo. Nel caso particolare sia il post che il relativo commento in risposta sono gravidi (giacché è di genitorialità parliamo) di senso, persino di quello non espresso in quanto sottratto dalla natura della parola scritta.Questo per dire che quanto io vi ho intravisto è stato sufficiente a sciogliere il pensiero alla sue concatenazioni,  lasciarmi immaginare il non detto, staccarmi dal testo per far emergere le mie personali sensazioni su un evento tanto analogo, apprezzare, ripeto, la capacità di aver espresso un dolore partendo dalla potenza degli atti fino a giungere alle soluzioni compiute e incompiute (Lei ragazza, Lei madre, Lei donna lungo il filo del tempo).Purtroppo è a me ignota la complessità del sentimento materno, a dire il vero ancora inscritta in una sfera immaginaria, distante e vicina, per i miei anni ventinove. Questo limite contingente mi consente di leggere i pensieri, in riferimento, come espressione di un sentimento che non conosco e che tuttavia giudico degno di essere definito materno, non fosse altro perché libera il passaggio generazionale alla corretta distribuzione dei ruoli genitore-figlio (la legittima richiesta di un senso non compreso, la rabbia per una condizione subita, ma non il senso di colpa dovuto alla circostanza). Il senso di colpa è il discrimine di questo passaggio da figlia a madre,  che nel partorire (tecnicamente un portare al di là) leva alla figlia il silenzio insoluto per concederle libertà espressiva; questa suppongo sia la ragione per la quale avverte un ritorno di senso a partire dalla parole un tempo non dette e oggi a Lei rivolte.Mio padre mi ripeteva sempre che quando decisero di mettermi al mondo lui aveva ben quarantacinque anni, questo significava non chiedermi di capire la sua generazione quanto porsi da parte sua nella condizione di capire la mia, in ogni caso lo scarto temporale avrebbe portato, nel contempo, innovazione e peggioramento, un ciclico percorso di vuoti che si riempiono e pieni che si svuotano. Personalmente mi manca l’idea che un giorno avrei potuto renderlo  nonno, per due ragioni fondamentali, la prima legata ai suoi occhi, la seconda legata ai miei.Penso che in qualche misura anche lui abbia prelevato giorni alla mia memoria  compiendo assenze che producono in parte quello che oggi sono, questo non gli ha tuttavia impedito di sedersi di fronte e me e cantare lode all’asfodelo, pianta selvatica e tenace, anch’essa parte di ciò che oggi sono.Nell’ipertrofia comunicativa (che ho tentato persino di comprimere!) abbiamo posto a confronto, grazie a distacco e lucidità (che condivido essere condizione della presente circostanza), similitudini umane.A ognuna il suo mare, a Lei il mio grazie per intelligenza e emotività ignare del bene che possono produrre sugli altri, forse in misura maggiore che a se stesse. LetiziaContrariamente a quanto prevede la  legge dell’economia linguistica ho sempre pensato che non esista una fondamentale distinzione tra un messaggio laconico e un messaggio esteso, giacché a fare la differenza non è certamente la quantità delle parole bensì l’efficacia comunicativa che le sottende. Questa è la ragione per la quale trovo piacere nel selezionare letture fra loro divergenti e, in conseguenza alla medesima ragioni, ho sentito la voglia di esprimere la mia su un argomento tanto comune a noi umani quanto prepotentemente unico al singolo individuo. Nel caso particolare sia il post che il relativo commento in risposta sono gravidi (giacché è di genitorialità parliamo) di senso, persino di quello non espresso in quanto sottratto dalla natura della parola scritta.Questo per dire che quanto io vi ho intravisto è stato sufficiente a sciogliere il pensiero alla sue concatenazioni,  lasciarmi immaginare il non detto, staccarmi dal testo per far emergere le mie personali sensazioni su un evento tanto analogo, apprezzare, ripeto, la capacità di aver espresso un dolore partendo dalla potenza degli atti fino a giungere alle soluzioni compiute e incompiute (Lei ragazza, Lei madre, Lei donna lungo il filo del tempo).Purtroppo è a me ignota la complessità del sentimento materno, a dire il vero ancora inscritta in una sfera immaginaria, distante e vicina, per i miei anni ventinove. Questo limite contingente mi consente di leggere i pensieri, in riferimento, come espressione di un sentimento che non conosco e che tuttavia giudico degno di essere definito materno, non fosse altro perché libera il passaggio generazionale alla corretta distribuzione dei ruoli genitore-figlio (la legittima richiesta di un senso non compreso, la rabbia per una condizione subita, ma non il senso di colpa dovuto alla circostanza). Il senso di colpa è il discrimine di questo passaggio da figlia a madre,  che nel partorire (tecnicamente un portare al di là) leva alla figlia il silenzio insoluto per concederle libertà espressiva; questa suppongo sia la ragione per la quale avverte un ritorno di senso a partire dalla parole un tempo non dette e oggi a Lei rivolte.Mio padre mi ripeteva sempre che quando decisero di mettermi al mondo lui aveva ben quarantacinque anni, questo significava non chiedermi di capire la sua generazione quanto porsi da parte sua nella condizione di capire la mia, in ogni caso lo scarto temporale avrebbe portato, nel contempo, innovazione e peggioramento, un ciclico percorso di vuoti che si riempiono e pieni che si svuotano. Personalmente mi manca l’idea che un giorno avrei potuto renderlo  nonno, per due ragioni fondamentali, la prima legata ai suoi occhi, la seconda legata ai miei.Penso che in qualche misura anche lui abbia prelevato giorni alla mia memoria  compiendo assenze che producono in parte quello che oggi sono, questo non gli ha tuttavia impedito di sedersi di fronte e me e cantare lode all’asfodelo, pianta selvatica e tenace, anch’essa parte di ciò che oggi sono.Nell’ipertrofia comunicativa (che ho tentato persino di comprimere!) abbiamo posto a confronto, grazie a distacco e lucidità (che condivido essere condizione della presente circostanza), similitudini umane.A ognuna il suo mare, a Lei il mio grazie per intelligenza e emotività ignare del bene che possono produrre sugli altri, forse in misura maggiore che a se stesse.Letizia

  6. Flounder Says:

    in questo intreccio di generazioni, colpe mai commesse, radici, memorie, sopravvivenze e specchi, mi è tornato in mente un film bellissimo e dolente, visto molti anni fa.Il dolce domani, di Atom Egoyanhttp://www.municipio.re.it/manifestazioni/ufficio_cinema/Archivio_schede/schede_tutte/Egoyan/Dolce_domani.htmhttp://www.latestaelastanza.it/blog/2008/01/08/il-dolce-domani-di-atom-egoyan/

  7. anonimo Says:

    il primo bagno, la prima calata, non che dopo ne vengano chissà quante, con il tempo che si contrae e spariscono come si susseguono foto digitali che neanche le stampi e già scarichi una nuova cartella con le stesse magliette e i capelli che cambiano, spariscono…ma il primo bagno, è quello che sei da solo nell'acqua ancora e per fortuna fredda e mentre riemergi ti scorre davanti tutto quello che avrebbe potuto impedirti di ritornare ancora una volta a rinascere, forse, o soltanto a verificare quel che resta del giornoEgoian ha un modo di raccontare a parte, non è uno simpatico, ma ti prende dentro i dolori che porti nella storia dei tuoi tag internista parola tag,ancora non ho capito bene che vuol significare, ma mi ricorda i punti quotati topografici, quelli di ottone, che si trovano nei deserti dei gobi e nei monti iblei, o dietro la cucina di michele o zuzzuosobuona nottecav

  8. GipoScribantino Says:

    È un pò di tempo che penso alle parole non dette, a quelle che avrei voluto dire, alle domande che avrei voluto fare.Non c'è più tempo, purtroppo.E non so come e se avrebbero cambiato le cose.Quello che dici è verissimo, guardando i miei figli spesso il primo impulso è quello di rimproverarli, di proibire, vietare o chissà che altro.Poi mi ricordo che anch'io ho avuto quell'età. Allora, spesso, sorrido.Di nascosto, però. 🙂 

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