Il Marocco? Une affaire de femmes!

Diventerò una maga.
Cesellerò parole
che danno corpo ai sogni,
e rendono vane le frontiere

(Fatima Mernissi)

Di fatto, io non lo sapevo. E nemmeno avrei potuto lontanamente immaginare di sbarcare, nella mattina di ferragosto, all’aeroporto di Casablanca.

E’ che l’estate era iniziata in modo aspro e aveva preso una piega tutt’altro che simpatica.

Sicché per farmi ancora più male, secca come stavo, disoccupata intellettuale, affettivamente in leasing con l’incombenza della rata finale di riscatto, avevo deciso di andarmene in Armenia a coltivare il gusto del genocidio e le interminabili messe polifoniche.

Poi invece sono partita dapprima per Parigi con la decenne, che finalmente aveva il suo bel permessino di espatrio e in una vague nostalgica l’ho portata fino all’ Institut du Monde Arabe, dove tutto era mutato dall’ultima volta in cui ci avevo messo piede. Uno sfacelo completo.

Restava la piccola libreria, in cui ho preso due romanzi: La traversée des sens e Rêves de femmes : une enfance au harem.  Ho poi scoperto che entrambi sono tradotti in italiano e che il secondo lo avevo addirittura letto, una decina di anni fa.

Il primo racconta di una giovane donna che nel corso della sua prima notte di nozze non riesce ad essere deflorata dallo sposo, gettando disonore su tutta la famiglia. Nemmeno per un attimo si dubita che la causa della notte in bianco possa risiedere in lui. E’ la donna ad essere stregata, così come sarà maledetta dopo, incapace di procreare. Viene dunque affidata ad una conoscente che, con la scusa di condurla dall strega che ha compiuto il maleficio, la inizierà al sesso e alla conoscenza del suo corpo.

Mi ricorda un testo che trovammo per Buràn, niente di speciale letterariamente, ma che ci colpì per la franchezza della narrazione. Cose così non riuscimmo più a reperirne.

Il secondo è il racconto di un’infanzia negli spazi chiusi dell’harem e di una crescita affettiva, emotiva, psicologica continuamente segnata dall’hudud, il concetto di limite, di frontiera, all’interno del quale si dispiegano tutte le possibili energie creative per attuare una sorta di rivoluzione sotterranea e domestica, che si nutre di piccoli gesti trasgressivi, come il masticare chewing gum americani, non essendo formalmente interdetto dal Corano, o ricamarsi grandi foulard con la scritta Vienna, per evocare e sognare lunghe notti di passione danzando un valzer tra le braccia di un amato più moderno.

Così sono entrata in questo mondo di parola, tanto evanescente quanto poderosa. Ancora una volta mi sono detta che siamo fatti di suoni, prima di ogni altra cosa e che bisogna stare attenti a modularli e alle forme che diamo loro. Narrare è creare, parlare è forgiare.

Ma prima ancora, nel corso di antropologia del Mediterraneo seguito in primavera, quasi una sorta di sesto senso mi aveva indotto a scegliere due libri, questo di Vanessa Maher, centrato sui rapporti di patronnage tra le donne marocchine, l’accesso ai consumi e altre cose ‘e femmene e uno sul neoislamismo in Turchia e la ripresa dell’ utilizzo del velo tra le giovani studentesse .

Una cospirazione, dunque.

Una cospirazione che aveva al suo centro la donna, il corpo negato, la segregazione degli spazi e il Secretario, che in mia assenza tramava e prenotava per portarmi sulla sponda sud.

Il Mediterraneo, lungi dall’essere un bacino che unisce, ormai appare più spesso come un fossato che separa. Due tappe fondamentali, il 1992, quando noi siamo diventati più Noi e loro più Loro e abbiamo iniziato una politica europeista sempre più smaccata, inaugurando nel contempo programmi comunitari come il Med – che, qui lo dico e qui lo nego, essendomene occupata fin dal principio, sono forme di neocolonialismo bello e buono. E il 2001, quando la frattura tra il Bene cristiano e il Male islamico si è fatta più radicale, rigettando loro un passo indietro nella storia e noi, guidati da Huntington, sull’idea malsana che i destini del mondo si compiranno solo mediante il sangue e lo scontro di cultura.

Scrive Huntington, in quello che a me pare un delirio, in quanto cancella l’enorme ricchezza delle sfumature e degli incontri di culture che da sempre hanno fatto prosperare questo Nostro Mare comune: "La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro."

Huntington va esattamente nella direzione che aveva preconizzato Said, quando parlando di Orientalismo, ci aveva raccontato il modo in cui, da Dante in poi, Noi avevamo descritto Loro per stereotipi, nel tentativo di creare un’opposizione binaria, un’alterità ossessiva che, più che a definire le loro identità, servisse a confermare la nostra.

E come Said, Daniel Baremboim che tentando di rompere il legame tra Wagner e il nazionalsocialismo, ha dimostrato che la musica è fortemente asemantica, parla allo spirito e non ha connotazione politica: intorno al Mediterraneo si muove come un’onda e accomuna i suoi abitanti.

Che mangiano le stesse verdure, gli stessi cereali e poi finiscono per litigare se sia meglio l’olio di oliva o quello di argan.

Quattro anni fa, a Castro, in Puglia, in un assolato pomeriggio, ho visto anziane donne ricamare e lavorare il tombolo. Erano fuori dalla propria casa, sedute faccia al muro e spalle alla strada, vigilate da un maschio che dalla porta controllava che nessuno rivolgesse la parola e lo sguardo a quelle donne ormai settantenni.

Il corpo della donna è un affare di stato, è un fatto politico. Che ci si trovi a Roma, New York, Tokyo o Marrakech.

Che sia esibito o nascosto, esaltato o ignorato, sfruttato o valorizzato, è il luogo in cui si combattono da sempre tutte le battaglie. Il corpo della donna è uno spazio pubblico.

Ed anche il luogo in cui possono avvenire le riconciliazioni, secondo modalità e sottili giochi di potere che non sempre assomigliano ai nostri.

In Marocco esiste una forte complementarietà nelle attività produttive. Nell’abbigliamento, dove gli uomini cuciono e le donne ricamano lo stesso abito, ornandolo di passamanerie, nelle calzature, nella lavorazione della terra, dove la donna coltiva e l’uomo trasforma. Ovunque, a prescindere da ciò che ci sembra di cogliere con lo sguardo, i due principi, quello maschile e femminile, si fondono.

E tuttavia ho visto donne portare l’hijab in un modo incredibile, legato con due cocche sotto il mento, da tenere strettamente tra le labbra serrate, perché non voli via e al contempo non si proferisca parola.

Ho indossato l’abito berbero, che inibisce totalmente l’uso dell’impura mano sinistra e affida tutto alla destra.

Mi sono confusa, osservando ruoli apparentemente netti e occhi sottolineati dal kohl, seguendo continuità e inciampando in fratture.

Mi sono mancate le donne, eppure erano lì, erano tantissime. Corpi dissimulati e volti esibiti.

Qualcosa era fuori posto. O loro, o io. O entrambe. O forse tutti, ho pensato il giorno in cui ho scoperto che esistono associazioni per la tutela dei diritti degli uomini scapoli, che sottraendosi all’obbligo morale di procreare, sono anche loro fuori posto.

Fare un figlio è dunque un atto politico o resta ancora un atto poetico?

Dobbiamo gettare via il Mediterraneo con l’acqua sporca?, scrivono i brillanti Bromberger e Durand.

Possiamo specchiarci ognuno negli occhi dell’altro? O continuare a fare del porco, del bue e del montone un punto d’onore?

Alla piccola Fatima che chiede quale sia il suo giusto posto al mondo, la zia Habiba, divorziata e dunque privata del diritto di opinione, risponde in segreto: "Se non puoi modificare il mondo dal posto che occupi e nemmeno cambiare di posto, allora sei dalla parte dei deboli".

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7 Risposte to “Il Marocco? Une affaire de femmes!”

  1. anonimo Says:

    bentornata, con tutte le parole.H.

  2. Flounder Says:

    come mi ha spiegato un tizio a casablanca, ogni creatività si forma a partire dall'uscita dalla zona di comfort.insomma, anche per scrivere bisogna stare un po' scomodi 🙂

  3. Omdahh Says:

    Quando una lingua cerca di esprimere la poesia diventa bella. Anche se è straniera. Coltivo quest' illusione sull'umanità. Poi certo ci sono le eccellenze e le conferme, che appunto… servono alla coltivazione. Dell'esperienza.

  4. zaritmac Says:

    E' confortante e confortevole ritornare in questo salotto, Flou'.

  5. Flounder Says:

    giuro che questo è il post più pesante della serie.poi scivolo lieve.

  6. anonimo Says:

    Che dire? sottoscrivo tutto. Lo sostengo da anni, in silenzio e a parole. Di fronte a menti anche illuminate, in apparenza.  Bellissisimo. Ciao.

  7. aitan Says:

    Io l'ho trovato talmente interessante da considerarlo bello bello questo post; il peso, se c'era, non l'ho avvertito. Mi hanno preso di più il senso e i sensi che lo sottengono.(Ma sottoengono da che verbo viene? Esiste unverbo sottenere?)

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