Santa Yasmina, ora pro nobis. Ovvero: come un incidente di percorso muta la prospettiva delle cose.

A partire da questo momento Flounder e il Secretario assumono un nome in codice, un’identità conferita loro dai marocchini lungo il viaggio e mai smentita: la Gazelle e Alì Babà.

Saliti a bordo della topolina, cilindrata 1000 abbondanti e priva di climatizzazione, ci incamminiamo alla volta di Meknès. Dopo manco un’ora già ci fermano per eccesso di velocità e ci fanno una ramanzina.

Per la strada, ancora incuranti del clima da Ramadan che sta per avvolgerci e sobillati dalle nostre guide, una Routard e una Lonely Planet (appropo’, non andate MAI in Marocco con la Lonely Planet, deve trattarsi della guida di un altro paese cui hanno cambiato il titolo in stampa) che ci raccontano di enormi congestioni stradali, di un traffico pe-ri-co-lo-sis-si-mo (si sa, francesi e australiani non sono avvezzi a guidare nei Quartieri Spagnoli o a via Marina a Napoli), di un turismo soffocante che impone ritmi serrati e invade tutti gli alberghi disponibili e del rischio false guide, che come arrivi in un posto ti acchiappano e ti portano dove dicono loro e forse dopo ti rapinano pure, telefoniamo a uno degli hotel segnalati per prenotare, fosse mai che ci trovassimo costretti a trascorrere la prima notte in auto.

Lo splendido Hotel Agadir ci attende, raro esempio di topaia con servizi in comune e concetto personale di igiene. Ma proprio molto personale. Oppressi dalla situazione usciamo subito e veniamo acciuffati da una falsa guida nelle cui grinfie cado all’istante accattandomelo per tutto il pomeriggio.

La falsa guida è programmata con un generatore di informazioni randomizzato. Ricorrono i seguenti lessemi: qui dove mangia, qui dove dorme, qui dove prega, qui dove compra, qui dove impara cinque colori del Marocco, qui cooperativa di donne e poco altro, ma ecolalicamente ripetuto contemporanemanete in tre lingue.

Dopo poco beviamo per strada dalla nostra bottiglia d’acqua, ma le popolazioni di strada, affamate e assetate, esprimono veementemente il loro dissenso.

Alle sette la città si svuota. Nemmeno un’anima per strada.

Come due poveri cristi ce ne andiamo a cena nella città nuova, unici frequentatori del tristissimo ristorante Gambrinus. Nessuno dei due osa dire all’altro che questo primo impatto col Marocco è avvilente. Alì Babà forse si sente in colpa per avermici portato, io mi sento in colpa per non aver perorato più del necessario la causa armena. Alle dieci di sera la vita riprende: aprono i negozi, un casino di pazzi per strada che sale dalle finestre fino alle tre della mattina.

Ci consoliamo dicendo che questo è il nostro banco di prova. La giornata si intitola: istruzioni per il Marocco.

Alì Babà, metto la sveglia alle 7 per domani.

Va bene.

Poi mi scordo di regolare il fuso orario e la sveglia squilla alle cinque.

A partire da quel momento il Ramadan si abbatte su di noi: la vita inizia a mezzogiorno e in ogni caso niente caffè, niente colazione. Niente di niente fino a che non si sente un Allah U Akbar che restituisce vita, speranza e calorie.

E’ il passaggio epocale dalla vita del sedentario urbanizzato a quella del nomade berbero, dalla dieta mediterranea all’approvvigionamento di banane e datteri nel mercatino fetente da consumare segretamente nell’abitacolo surriscaldato della vettura, insieme a una bottiglia d’acqua de bersi tutta d’un fiato, prima che raggiunga i quaranta gradi nei cinque minuti seguenti.

Schifati da Meknès partiamo per Fès. Tappa intermedia: la città romana, bellissima, di Volubilis, dove Alì Babà scatta ottomila foto e  si fidanza brevemente con alcuni capitelli, mentre io mi innamoro dei mosaici e frugo gli scavi alla ricerca di luoghi riparati in cui fare segretamente pipì, al riparo da occhi indiscreti e dalla furia di Allah, dopo gli innumerevoli litri d’acqua bevuti.

Non paghi dell’errore del giorno precedente, prenotiamo telefonicamente un’altra bettola, precisando che arriveremo tardi, in serata. Nel frattempo si abbatte un’alluvione devastante che procura una serie di danni fino all’Atlante e anche oltre (lo scopriremo nei giorni a venire) e lemmi lemmi arriviamo a Fès per scoprire che hanno dato via la nostra stanza, ma non prima di aver salito tre piani a piedi con due valigioni.

In quel momento un superchiattone con la faccia da falsa guida cerca di aiutarci, ma noi ci siamo fatti furbi e non diamo confidenza a nessuno. Imprecando e trascinandoci i valigioni nella melma, entriamo nella famosa medina di Fès.

Le guide e gli amici ci hanno detto che uno si perde e non si trova più, nella medina di Fès. Che è pericolosissima. Anche più di Bari. Anzi, che se Fès avesse lu mere sarebbe una piccola Beri. Allora noi stiamo attenti. E’ che ancora non abbiamo scoperto che invece non si perde nemmeno un bambino e ci fidiamo delle informazioni terroristiche forniteci.

Un giovanotto ci adesca per portarci a dormire in un posto che sa lui.

No.

Sì.

No.

Sì.

Stremati dalla stanchezza, dalla fame, dalla sete e dall’incessante tortura del ragazzo, lo seguiamo per vichi e vicarielli fino a che si apre davanti a noi il Dar Yasmine, un palazzotto tutto ristrutturato, bellissimo, dove mi mostrano una specie di suite che in definitiva non  costa niente, ma siccome io e la trattativa siamo una cosa sola,  mi impunto fino a che non mi danno una stanza al piano inferiore ma che costa la metà ed è bella quasi uguale, ma proprio bella bella.

A questo punto che vorreste di più?

Io, per esempio, a quel punto volevo con tutte le mie forze una pastilla, questo piatto narrato mirabilmente nel libro della Mernissi, delizia gastronomica a metà tra il secondo e un dolce.

E nientedimeno non lo trovo nel ristorantino di Thami, otto coperti a trecento metri da casa Yasmina, il miglior microristorante del Marocco, che me la prepara all’istante davantiammè?

Alì Babà stabilisce a questo punto che Yasmina è la reincarnazione, la versione sponda sud della dea Fortuna, di cui lui è adepto devoto e immediatamente istituisce un culto e mi proclama sacerdotessa.

Facciamo subito pace col Marocco tutto, compresi i gendarmi e le false guide: un popolo che ha inventato la pastilla è un popolo che conosce ogni sfumatura della sensualità umana. Ecco. E’ un popolo che sa coniugare morte e dolcezza, che vela donne e piccioni per restituirli intatti e profumati all’intimità di lingua e palato.

Un popolo che ha inventato la pastilla è un popolo che se non fa anche il Ramadan soccombe: al diabete e all’eccesso di piacere. Marocchini, io amo la pastilla e sono disposta a sacrificarmi per lei.

Ecco.

Yasmina intanto se la ridacchia, aspettandoci al varco per i giorni seguenti.

(continua…)

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3 Risposte to “Santa Yasmina, ora pro nobis. Ovvero: come un incidente di percorso muta la prospettiva delle cose.”

  1. aitan Says:

    Un post pieno di senso e sensi.

  2. Flounder Says:

    comunque santa Yasmina è potentissima. manco ero tornata a casa, che ha messo sulla mia strada una famiglia marocchina che mi ha risolto (spero) una situazione che da un anno aspettava una sua risoluzione.mo' vado a comprare la pasta brik e mi cimento nella pastilla. quando ci riesco, vi telefono 🙂

  3. anonimo Says:

    il Segretario è il custode dei segreti…e ogni tanto attacca e gazzelle 😀 :http://it.wikipedia.org/wiki/Sagittarius_serpentarius

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