Merci de votre comprehension

(…continua) In questo Marocco ogni tanto ci si incazza pure, specie nelle grandi città, dove la pressione sul turista è fortissima. D’altronde dovranno pur smistare i trecentosettantadue milioni di babbucce gialle che si producono quotidianamente e tutti gli articoli di pelletteria e gioielleria di purissimo dromedario e argento berbero.

Stando alle dichiarazioni ufficiali dei venditori circa la provenienza delle materie prime, risulterebbe che la popolazione del Marocco sia costituita almeno al 75% da dromedari e possegga i maggiori giacimenti mondiali di argento, nonché, vista la proliferazione del mobilio in profumatissimo legno di cedro, che siano titolari di tutti i cedri del mondo.

Su quest’ultimo punto ci sentiamo di confermare il dato.

Sicché dopo essere stati omaggiati da un’altra delizia gastronomica, il piccione ripieno di semola e uvetta, siamo partiti per iniziare la parte naturalistica del nostro tragitto.

Prima di imbarcarci alla volta di Ifrane vogliamo solo precisare che a Fès si sente la carenza di un dirigente comunale come Hanging Rock, che prontamente si occuperebbe di delocalizzare le produzioni conciarie nella Fès Est con uno dei suoi progettini nonché di delocalizzare da qualche altra parte tutte le relative puzze e creare incubatori di impresa.

Dunque, carichi di babbucce, kajal, una bottiglia di olio d’argan comprata dal contadino zozzoso e quelle cinque, seimila spezie con cui mi faccio economicamente depauperare ogni volta che varco la frontiera di un paese straniero, partiamo per questa Ifrane, che è una specie di Svizzera messa in mezzo al Marocco, quasi al confine con l’Algeria: montagne, foreste, sci. Ospita un’università importantissima dove studiano tutti i rampolli di quelli che contano e che si picca di essere un luogo di tolleranza e accoglienza.

Ciononostante non ci danno nemmeno un caffè e dunque proseguiamo alla volta delle fonti di Oum Er-Rbia, lungo una strada che via via si restringe, si mangiucchia l’asfalto e al momento, nonostante l’appellativo di Foresta dei Cedri, di cedri pare non offrirne nemmeno uno.

L’enorme flusso turistico paventatoci dalle nostre guide si riduce a due auto, la nostra e quella di una coppia franco-argentina che ci precede.

Per solidarietà di gruppo, ci carichiamo quattro autostoppisti: due noi e due i francesi. Noi ci prendiamo le ragazze. Sono tutti e quattro israeliani, e vengono da un villaggio di quelli occupati, per cui ‘sto Marocco gli pare un’oasi di pace.

Non ci dimentichiamo poi che durante la Seconda Guerra Mondiale il Re ha protetto gli ebrei residenti, rifiutandosi di consegnarli ai nazisti e nascondendoli fino alla creazione dello Stato di Israele. Non ci dimentichiamo che l’Islam è una religione di panza e tolleranza, checché un manipolo di fanatici ci voglia far credere altro. Non ci dimentichiamo delle Andalusie perdute di Jacques Berque, né del Mediterraneo utopico e del mito di Cordova raccontati nel 1935 da Jean Ballard : "Nella tollerante Cordova l’estrema libertà di chiosa non si chiamava nemmeno più eresia e si discuteva di cose che sarebbero state espiate sul rogo cinque secoli più tardi (…) Durante più di tre secoli, grazie all’Islam, vi ha regnato un clima unico dell’anima di cui è difficile non avere nostalgia."

Comunque, a un dato momento ci fermano tollerantemente i gendarmi: un uomo di mezza età, autorevole e col baffone si affaccia al finestrino e chiede: Madame, che per caso avete visto quattro stranieri che facevano l’autostop?

In quel momento mi si affacciano tutti i pensieri possibili: dobbiamo dire sì? Dire no? Saranno terroristi? Sarà reato caricare autostoppisti? Porteranno droga? Siamo accusati di favoreggiamento?

Le ragazzette non sanno una sola parola di francese e hanno i visi puliti. Il gendarme insiste: avete mica incontrato quattro ebrei che chiedevano un passaggio?

Guardo smarrita Alì Babà e alla fine confessiamo: ebbene sì, stanno qua.

Il gendarme si apre in un enorme sorriso e ci spiega che poiché in Marocco è cosa assai insolita fare l’autostop, i quattro sono seguiti nel loro tragitto per garantirne l’incolumità. Tira fuori la comunicazione segnaletica, appura tutto contento le generalità (Eh, Madame, ve lo dicevo, io. Ho sentito l’odore, altro che…) e poi passa alle indagini: dove pensate di passare la notte, signorine e signorini?

Io e Alì Babà facciamo da interpreti ufficiali: alla fonte.

Ma alla fonte non ci sono strutture.

Dormiamo in sacco a pelo.

In sacco a peeeeeloooo? Madame, dormono in sacco a pelo, due uomini e due donne…madame, ho capito bene?

Sì, ha capito bene.

Troppo sornione, il gendarme. Ha la faccia di quello che anche lui, in gioventù, tornasse indietro, farebbe una cosa simile. Altro che, se la farebbe. In sacco a pelo, due ragazzi e due ragazze. Altro che.

Ci lascia andare, ma non passano dieci minuti che arriva sparato alle fonti per appurarsi di aver davvero capito bene. I quattro israeliani sono sorridenti e confermano. Il gendarme è letteralmente conquistato e precisa che lui sarà lì, a fare il turno tutto il tempo, a disposizione per tutto.

Invece, dopo nemmeno due ore, mollati gli israeliani, fatto il trekking alla fonte, non lo troviamo più, proprio quando ci serviva sapere se per andare verso l’Atlante era meglio andare di qua o di là.

Così ci arrangiamo da soli: Alì Babà vuole andare di qua, tornare indietro e prendere la statale, io voglio andare di là, per quella strada segnata sulla mappa che ci fa accorciare trenta chilometri, il che, visto lo stato della strada appena percorsa, non sarebbe male.

Dirime la controversia un berbero di passaggio e la Gazelle si aggiudica il percorso.

Bello, il percorso. Migliaia di cedri altissimi, uno strapiombo sotto di quasi duemila metri, rocce rosse di argilla. Guarda, guarda, fa Alì Babà. Guardo, guardo, rispondo io.

Ogni scorcio merita una foto. Fermo qua, fermo là. Intanto il tempo passa e sulla montagna si assembla una nuvolaglia simile a quella di tre giorni prima, quella dell’alluvione.

Per strada nessun’auto, nessun turista. Ogni tanto un berbero a cavallo e una tenda accampata.

Ah, che natura incontaminata. Ah, che vista selvaggia. Ah, che silenzio, che solitudine. Ah, che cedri centenari. Ahhhhhh….la strada finisce all’improvviso, segnalata da un bel cartello: Merci de votre  compréhension. Proprio che finisce. Impossibile tornare anche indietro, si può solo proseguire su una pista, mezza franata dall’alluvione.

Yasmina, dove cazzo stai?

Silenzio. Yasmina non risponde.

Settanta chilometri in tre ore e mezza, mentre nelle nostre teste si addensano pensieri incomunicabili. Dimagriamo a vista, cercando di farci coraggio. Vedrai, fa Alì Babà, ora arriviamo a fondo valle e andrà meglio. Intanto io controllo il cellulare, che ovviamente ha perso ogni segnale. Ma quand’anche?, mi chiedo. Quand’anche succedesse il peggio chi chiamo? E che dico? Dove siamo?

A fondo valle è l’angoscia pura: chiusi in una gola col cielo sempre più nero e i segni incombenti delle recentissime frane. Anche un respiro di troppo può divellere l’ennesimo cedro. Topolina arranca ma resiste. Sgranocchiamo un paio di biscotti che abbiamo comprato per i momenti di emergenza durante il Ramadan, vedi calo improvviso degli zuccheri. Questo è un momento di emergenza, è evidente. Due biscotti, non di più, che gli altri quattro ci servono per il peggio.

Mi immagino passare la notte in una tenda berbera dalla quale non faremo più ritorno, io dedita a tessere tappeti e Alì Babà che pascola le capre. O io coinvolta in una poligamia di fatto col berbero puzzolente e Alì Babà…già, e Alì Babà? Sicuramente maritato con un’undicenne nel nome di Allah, padre di Alì, Mohammed, Fuad e chissà quanti altri, che lì nella tenda berbera non c’è manco la televisione.

Riusciamo finalmente a uscire dalla foresta mentre inizia l’acquazzone. Tre ore e quarantacinque di terrore. Restiamo a lungo in silenzio, è notte e dobbiamo ancora valicare l’Alto Atlante e arrivare alla Valle del Ziz.

La nostra tappa quotidiana non potrà essere compiuta. Scavalliamo e ci fermiamo per eccesso di stress e stanchezza nel primo posto che capita, un’inutile cittadina di montagna in cui ci sono un souk  e due alberghi: uno sporchissimo e uno infrequentabile. Scegliamo quello sporchissimo, che reca le tracce di antichi fasti, ma che oggi è frequentato da svariate famiglie di scarafaggi.

Dopo aver mimato con una certa intensità espressiva al personale la mia richiesta di carta igienica, scuotono la testa e ridono.

Forse Santa Yasmina era nel pollo allo spiedo che hanno preparato apposta per noi, unici ospiti, col sughetto assai poco halal di fegatini e interiora, dopo più ore di digiuno di quelle che farebbe il più devoto islamico. Ma forse.

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2 Risposte to “Merci de votre comprehension”

  1. SiciliaL Says:

    e io che forse andavo l'estate prossima lì, visto che i posti prima ti sognano, e  io mi son vista in tanti sogni perdendo borse nelle medine,  nonostante the  sheltering sky, il  cielo protettore molto mai mi è sembrato lì. E poi a  fare tapetti  mi verrebbero fuori certi test di Roches tutti che vai a sapere come si leggerebbero in quel  Sud :))e poi che capitò? :)))

  2. Flounder Says:

    io credo che the sheltering sky ci ha inguaiato un poco a tutti quanti, ci ha delineato l'immaginario. io è da allora che penso di essere debra winger e se lo credono tutti. prima pensavo di essere ingrid bergman :-)e comunque questa cosa che i posti ci sognano l'avrei voluta pensare io, per quanto mi è piaciuta.a me per esempio in marocco mi ha sognato un posto che si chiama tamtattoucht, che fino al momento stesso non sapevo nemmeno che esistesse.in compenso, credo di essere stata l'incubo di marrakech. mi ha vomitato via come dopo una cena indigesta.

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