Ah, les berbères, les berbères!

Frastornata dagli eventi del giorno precedente, rimetto puntualmente la sveglia senza tener conto del fuso orario e alle cinque di mattina siamo in piedi, vispi come grilli, puntualmente senza colazione, senza caffè, senza carta igienica, senza asciugamani, senza nemmeno uno yoghurtino di stramacchio comprato dal mercante, perché sono le sette di mattina, non sa quanto costa e si rifiuta di vendercelo.

E qui va fatta una parentesi sul Ramadan.

Il Ramadan può esasperare il viaggiatore, che arrivato nel paese col suo bel programmino e la sua tabella di marcia, si trova porte chiuse in faccia, inefficienza totale in alcuni orari del giorno e una certa aggressività da ipoglicemia nell’autoctono a partire dalle diciotto. E tuttavia viaggiare durante il Ramadan ha i suoi indubbi vantaggi: meno traffico, meno stress, meno colesterolo. Ma soprattutto dà la misura di quelle che sono le nostre zone di confort abituale, tipo l’idea di non essere efficienti senza caffè o di non riuscire a connettere per i morsi della fame. Insomma, mi ero quasi innamorata di questo Ramadan, dell’idea dell’importanza del digiuno rituale nelle culture, mi stavo già tracciando paragoni e paralleli a specchio tra le tre grandi religioni del Libro e le differenze nelle modalità di digiunare, nonché le pratiche e i divieti connessi, con tutta una serie di considerazioni antropofilosofiche che vi risparmio ma che non mancherò di approfondire in altro momento, quando mi sono imbattuta in due articoli. Uno, decisamente faceto, sul dispendio calorico nelle attività religiose. L’altro  assai interessante, che riduce enormemente la portata spirituale della faccenda.

Torniamo a noi e a santa Yasmina che pareva latitare.

E invece.

E invece era tutto previsto dai suoi disegni. Se non avessimo speso un intero pomeriggio per uscire da quella maledetta quanto splendida foresta dei cedri, avremmo completato la nostra tappa con i centocinquanta chilometri residui, ma l’avremmo completata in ogni caso di notte, e questo ci avrebbe impedito di godere di uno dei panorami più mozzafiato del Marocco, la porta aperta sul sud, il più grande palmeto del paese, che si estende per oltre cento chilometri. Un cambio radicale di vegetazione, architetture, abbigliamento, colori: la Valle del Ziz.

Ma soprattutto non ci saremmo trovati all’incontro col destino che Yasmina aveva predisposto per noi e che si materializza in una tenda berbera issata su un belvedere e abitata dalla Volpe del deserto, un berbero piacione, dotato di italiano forbitissimo, senso dell’humor accattivante,  thé alla menta q.b., che nel giro di dieci minuti ci vende una notte nel deserto a un prezzo che inspiegabilmente non contrattiamo, ammansisce le nostre volontà e ci traveste  da comparse per film in costume, ci traccia un itinerario scritto per i giorni a venire, dandoci dritte per le strade, indicazione su dove dormire e modificando in parte le nostre programmazioni e se a un certo punto non mi fossi ribellata, ci avrebbe venduto anche uno ksar da ristrutturare, fatto pagare la retta per tre studenti all’università Al-Karaouine e un’intera fornitura annuale di datteri.

Seguono litigata in francese nel corso della quale mi sparo tutte le parolacce che conosco, anestetizzo l’antropologa che è in me impedendole di inibirmi con la menata del rispetto delle differenze culturali e poi successiva riconciliazione rituale, saluti e baci.

A questo punto, chiede il lettore, perché mai accettare le proposte della Volpe nel deserto?

Per un motivo ben preciso: perché le due strutture cui ci propone di far capo nel deserto e alla successiva tappa alle Gole del Todra si chiamano Yasmine e dunque non possiamo sottrarci all’omen divino.

Sicché dopo un altro centinaio di chilometri la strada finisce nuovamente e inizia una pista sabbiosa di 14 km, un’ora intera per percorrerla con circa duemila gradi celsius nell’abitacolo, indicazioni desertiche precise che ci portano a casa Yasmina, dove peraltro scopriamo che la Volpe del deserto ci ha fatto pagare un prezzo che è quasi la metà di quello normalmente richiesto.

Il deserto è silenzio, dunque incommentabile. Silenzio puro, in cui senti solo la tua vena giugulare che pulsa e perdi la nozione del tempo. Le lunghe zampe dei dromedari ti trasportano in una visione onirica alla Dalì, mentre il Quartetto Cetra mi rimbalza nella testa e mi fa sorridere tutto il tempo. Ci addormentiamo alla belle étoile e ci risvegliamo alle cinque, io in stato di rigor mortis da congelamento ma felice, granello di sabbia coeso a tutto il resto e con il premio della miglior prima colazione marocchina, pronti a raggiungere le Gole del Todra, dove passare la notte nell’hotel Yasmine, meraviglia incastonata nella roccia, nel punto più stretto della gola e che al nostro arrivo ci delude perché non ha nemmeno una stanza libera.

Santa Yasmi’, e mo’?

E mo’ ci incamminiamo lungo la gola, dieci chilometri di trekking sotto il sole, consumo idrico stimato in otto litri temperatura pediluvio, quando vaghezza ci punge, prima di ricominciare il nostro tragitto in auto che in serata dovrebbe condurci alle Gole del Dadès, di andare a vedere un momento con la macchina cosa c’è proprio in pizzo alla montagna, come se non ci fosse mai capitato di restare imprigionati su una gola, a noi e non sapessimo a che rischio potremmo andare incontro.

E c’è un villaggetto minuscolo e berberissimo che si chiama Tamtattoucht, dove inutilmente cerchiamo di procurarci l’ennesima bottiglia d’acqua, ma nessuno ci dà udienza. Acqua, eau, agua, water, voda, wasser, lo chiediamo in tutte le lingue, ma niente da fare. Sudati e disidrati stiamo per riprendere il cammino verso il basso, quando ci si avvicina un losco figuro che parla un poco di spagnolo e ci chiede che cavolo ci facciamo lì sopra, non prima di averci procurato una bottiglia d’acqua. Quando sente che stiamo andando a cercarci da dormire a valle, ci propone invece di restare in paese, dove suo cugino ha un alberghetto.

Io e Ali Babà ci guardiamo fissi negli occhi e scorgiamo il yasminico brillìo: andiamo a vedere.

Opperbacco: un alberghetto tutto per noi, vista sulla gola. C’è tutto: lenzuola pulite, carta igienica, asciugamani, arietta fresca. Come fossimo a casa nostra.

Ci danno una tinozza per fare il bucato, mi permettono di andare in questa cucina di soli uomini a imparare la tajine di agnello, ci facciamo un giro nel villaggetto, unici stranieri, e ci raccattiamo tutti i bambinetti del paese.

La sera, mollemente adagiati in giardino, riceviamo la visita del signore che ci ha condotto lì, che viene a farsi due chiacchiere. Quando a un certo punto, non so come mi viene, sarà il clima di giovialità, chiedo se per caso da quelle parti si pratichi ancora la hedra, un’antica cerimonia musicale con effetti terapeutici, sorta di danza di possessione simile ai contesti musicali descritti da De Martino nella Puglia tarantata. La hedra è una cerimonia con molti significati: cura le depressioni stagionali, come in Puglia, rafforza la solidarietà femminile, in un contesto in cui le donne possono permettersi di cantare e danzare le loro disgrazie, alla presenza di cantori maschi che, una volta finita la cerimonia, potranno riferire ai padri, ai mariti e alle famiglie delle donne coinvolte, i loro malesseri e bisogni, ma soprattutto, proprio similmente a quanto avviene con il tarantismo, era l’espressione di un male culturale, della frattura tra l’egemonia araba, il governo del Makhzen, e la lenta e progressiva distruzione dell’economia e della cultura berbera.

Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, manco il tempo di dire hedra e il cugino albergatore, insieme al cuoco e a tutto il gruppo di amici, tirano fuori tamburi d’ogni sorta, strumenti gnawa, violini,  amplificatori e, partendo dalla hedra (di donne però manco l’ombra, durante il Ramadan devono diventare più invisibili che mai, l’astinenza dal contatto sessuale rende l’uomo più che mai vulnerabile alla diabolica seduzione femminile!) ci fanno una festa di ore, cantano, suonano e coinvolgono Alì Babà in una danza di bacini ondeggianti ripresa in un video con il quale lo ricatterò fino alla fine dei suoi giorni.

Quello, il fidanzato mio, balla il tango, spiego al gruppo di musicanti e ballerini che si compiacciono di tanta maestria.

Insomma, a una cert’ora concludo che è meglio che ci ritiriamo nei nostri appartamenti. E’ vero che questi musulmani maschi si tengono la mano per amicizia, però pure questo fatto che io sono l’unica donna e non mi guardano proprio mentre non hanno occhi che per Alì Babà, un poco mi impensierisce.

Ci addormentiamo sull’onda delle percussioni, che continuano fino in mezzo alla notte, ora dell’abboffata rituale.

Buonanotte, santa Yasmi’.

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