Archive for ottobre 2010

Mandolino Connection

ottobre 22, 2010

Mi sono fatta un sogno notti fa di quelli che mia mamma definisce in technicolor. Proprio un film. Mi sono svegliata prima del finale, però era bellissimo. Ci vorrebbe un produttore.

Nel sogno era notte e imboccavo la Napoli-Roma dall’ingresso di Corso Lucci, ma per una svista – ero assonnata e guidavo soprappensiero anche nel sogno, come nella vita – mi trovavo a imboccare la Napoli-Reggio Calabria e rimediavo rientrando sul raccordo e uscendo a San Giovanni a Teduccio.

Pioveva.

Pioveva così tanto che chiedevo a un passante le indicazioni per dormire in un bed and breakfast e mi mandavano in un vicolo fetente pieno di spazzatura, dove bussavo e mi trovavo invece in un albergo lussuosissimo, gestito da una belloccia milanese molto assertiva, con labbrone a canotto.

Contemporaneamente, in un’altra parte della città – e del sogno (sono strani i sogni, si sognano in parallelo, ubiquamente, con una diversa scansione dei tempi e degli spazi) – le mura erano tappezzate di manifesti sibillini, che annunciavano in codice un pericolo. Parlavano di vermi, con un gioco di parole per cui ‘o verme era sia la traduzione dell’inglese bug, che parte dell’espressione campana fare ‘e viermi, ossia avere paura.

La città era colpita da una morìa di cantautori. Dapprima era morto improvvisamente Pino Daniele. Poi Nino d’Angelo. Poi Gigi d’Alessio. E per finire versava in gravissime condizioni Raìz degli Alma Megretta.

Questa morte che collegava neomelodici e cantautori, tutti accomunati dal vernacolo, aveva qualcosa di sospetto.

Era questo, che tentavano di spiegare nei manifesti James Senese e i 99 Posse.

E insieme denunciavano anche il silenzio di Gigi Finizio sull’argomento, quasi che la cosa non lo riguardasse e fosse immune.

Vabbè, torniamo a San Giovanni a Teduccio.

La bonazza mi dice che non c’è posto, che deve controllare, mentre  la hall è piena di turisti di ogni parte del mondo, che sono venuti per assistere a un concerto.

E chi lo fa questo concerto?, chiedo io.

Cantanti napoletani, dice lei.

In un angolo della hall hanno allestito un palco, dove stanno facendo le prove. Facce mai viste. Cantano in napoletano, ma c’è qualcosa che non mi suona giusta. Forse un fatto di cadenza nella pronuncia, forse la gestualità. Fatto sta che questi non mi sembrano napoletani, ma milanesi, trentini, veneti. Li sento parlottare tra loro, tra una canzone e l’altra, e intercalare le conversazioni con un ostreghèta o cose del genere.

La bonazza è infastidita dalla mia presenza, si percepisce a occhio nudo.

Lì dentro sta succedendo qualcosa di losco.

Con la scusa di uscire per recuperare il bagaglio in auto, mi rimetto in marcia e torno in città, per recuperare dai manifesti qualche forma di contatto e raccontare ciò che ho visto.

Le strade sono disseminate di immondizie, è notte fonda e io ho paura.

Recupero un numero di cellulare e mi danno un appuntamento immediato nei Granili.

Mi aspettano Enzo Gragnaniello e qualcun altro che non ricordo. Racconto tutto quello che ho visto e vedo lo sgomento dipingersi sui loro volti.

Dalle poche parole che riesco a ricordare, una volta sveglia, ricostruisco il fatto: una casa di produzione, apparentata con la camorra e Berlusconi, ha deciso di rimpiazzare i cantanti napoletani con pallide copie allevate in laboratori del Nord. E’ il primo passo verso la deculturazione napoletana e l’introduzione di una cultura egemonica milanese. Operare dal basso per penetrare le strutture affettive, e poi introdurre sensibili mutamenti, poco a poco, per trasformarci tutti.

Parallelamente uccidere tutti i cantanti già esistenti.

Ma c’è un bug nel programma. Ecco qua: ‘o verme.

Gigi Finizio, che non si capisce se fa il doppio gioco e regge le fila dell’organizzazione clandestina, dietro la promessa di qualcosa che non sappiamo.

A questo punto mi sveglio. E sveglio pure il Secretario, nonostante le scarse ore di sonno che ci siamo fatti, per raccontargli tutto il fatto. La cosa bella è che mi ascolta, invece di mandarmi a quel paese.

Però diamine, chissà come andava a finire!

E comunque non avevo mangiato peperoni.

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Del perché a volte uno sogna di comprarsi un estintore

ottobre 11, 2010

In un romanzo della Nothomb, peraltro non molto bello, si narra di quest’uomo orribile che fa della sua bruttezza una ragione di vita. Di più, se vogliamo: si propone come il contrappasso della bellezza, come la ragione di esistenza e manifestazione della bellezza che altrimenti, priva di questo confronto, sarebbe cosa insulsa.

Lui non vuole essere amato, non almeno da un essere femminile qualsiasi, no.

Lui aspira al massimo della bellezza che, come punto totalmente estremo a lui, dovrà per forza di cose riconoscerlo come inevitabile e necessario e ricongiungersi a lui.

A me la Nothomb piace perché mi è familiare: la sua biografia mi racconta di esperienze di vita simili, non solo negli aspetti esteriori, ma nella misura in cui l’educazione ha influito poi sulla formazione del pensiero successivo, che si forma per opposti che anelano alla riconciliazione senza mai trovarla.

Ogni scritto è uno sforzo, una tensione. La speranza che se le cose combaceranno in questo mondo di fantasia, andranno a posto anche certi opposti inconciliabili della propria vita.

C’è molto del rapporto con il cibo.

Come scrivo sempre, da certe cose non si guarisce mai. Dalla divisione in opposti, per esempio.

L’unica cosa che si può sperare, e per la quale impegnarsi con tutte le proprie forze, è quella di avvicinarli, abbandonando per sempre l’illusione della compattezza, e lasciare che in alcuni punti si tocchino, si sfreghino e questo contatto spesso aspro, produca una scintilla che illumina.

Ecco.

E’ vivere di questo: di scintille, di impulsi. Di fiammate. Di Foille.