Mandolino Connection

Mi sono fatta un sogno notti fa di quelli che mia mamma definisce in technicolor. Proprio un film. Mi sono svegliata prima del finale, però era bellissimo. Ci vorrebbe un produttore.

Nel sogno era notte e imboccavo la Napoli-Roma dall’ingresso di Corso Lucci, ma per una svista – ero assonnata e guidavo soprappensiero anche nel sogno, come nella vita – mi trovavo a imboccare la Napoli-Reggio Calabria e rimediavo rientrando sul raccordo e uscendo a San Giovanni a Teduccio.

Pioveva.

Pioveva così tanto che chiedevo a un passante le indicazioni per dormire in un bed and breakfast e mi mandavano in un vicolo fetente pieno di spazzatura, dove bussavo e mi trovavo invece in un albergo lussuosissimo, gestito da una belloccia milanese molto assertiva, con labbrone a canotto.

Contemporaneamente, in un’altra parte della città – e del sogno (sono strani i sogni, si sognano in parallelo, ubiquamente, con una diversa scansione dei tempi e degli spazi) – le mura erano tappezzate di manifesti sibillini, che annunciavano in codice un pericolo. Parlavano di vermi, con un gioco di parole per cui ‘o verme era sia la traduzione dell’inglese bug, che parte dell’espressione campana fare ‘e viermi, ossia avere paura.

La città era colpita da una morìa di cantautori. Dapprima era morto improvvisamente Pino Daniele. Poi Nino d’Angelo. Poi Gigi d’Alessio. E per finire versava in gravissime condizioni Raìz degli Alma Megretta.

Questa morte che collegava neomelodici e cantautori, tutti accomunati dal vernacolo, aveva qualcosa di sospetto.

Era questo, che tentavano di spiegare nei manifesti James Senese e i 99 Posse.

E insieme denunciavano anche il silenzio di Gigi Finizio sull’argomento, quasi che la cosa non lo riguardasse e fosse immune.

Vabbè, torniamo a San Giovanni a Teduccio.

La bonazza mi dice che non c’è posto, che deve controllare, mentre  la hall è piena di turisti di ogni parte del mondo, che sono venuti per assistere a un concerto.

E chi lo fa questo concerto?, chiedo io.

Cantanti napoletani, dice lei.

In un angolo della hall hanno allestito un palco, dove stanno facendo le prove. Facce mai viste. Cantano in napoletano, ma c’è qualcosa che non mi suona giusta. Forse un fatto di cadenza nella pronuncia, forse la gestualità. Fatto sta che questi non mi sembrano napoletani, ma milanesi, trentini, veneti. Li sento parlottare tra loro, tra una canzone e l’altra, e intercalare le conversazioni con un ostreghèta o cose del genere.

La bonazza è infastidita dalla mia presenza, si percepisce a occhio nudo.

Lì dentro sta succedendo qualcosa di losco.

Con la scusa di uscire per recuperare il bagaglio in auto, mi rimetto in marcia e torno in città, per recuperare dai manifesti qualche forma di contatto e raccontare ciò che ho visto.

Le strade sono disseminate di immondizie, è notte fonda e io ho paura.

Recupero un numero di cellulare e mi danno un appuntamento immediato nei Granili.

Mi aspettano Enzo Gragnaniello e qualcun altro che non ricordo. Racconto tutto quello che ho visto e vedo lo sgomento dipingersi sui loro volti.

Dalle poche parole che riesco a ricordare, una volta sveglia, ricostruisco il fatto: una casa di produzione, apparentata con la camorra e Berlusconi, ha deciso di rimpiazzare i cantanti napoletani con pallide copie allevate in laboratori del Nord. E’ il primo passo verso la deculturazione napoletana e l’introduzione di una cultura egemonica milanese. Operare dal basso per penetrare le strutture affettive, e poi introdurre sensibili mutamenti, poco a poco, per trasformarci tutti.

Parallelamente uccidere tutti i cantanti già esistenti.

Ma c’è un bug nel programma. Ecco qua: ‘o verme.

Gigi Finizio, che non si capisce se fa il doppio gioco e regge le fila dell’organizzazione clandestina, dietro la promessa di qualcosa che non sappiamo.

A questo punto mi sveglio. E sveglio pure il Secretario, nonostante le scarse ore di sonno che ci siamo fatti, per raccontargli tutto il fatto. La cosa bella è che mi ascolta, invece di mandarmi a quel paese.

Però diamine, chissà come andava a finire!

E comunque non avevo mangiato peperoni.

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8 Risposte to “Mandolino Connection”

  1. didolasplendida Says:

    dovevi telefonare a Eugenio Bennato,a parte che di briganti se ne intende, ha pure il fratello a Milano
    vabbè riaddormentati e facci sapere il seguito

  2. anonimo Says:

    Forse salame, avevi mangiato. Sogni così è una vita che non ne faccio. Che pasticche prendi?

  3. aitan Says:

    Il salame doveva essere sicuramente milanese, di quello col grasso che sa di rancido 5 minuti dopo che lo hai tagliato, per cui ho telo mangi tutto subito senza affettarlo o è meglio che lo butti via.

  4. Flounder Says:

    non mangio salame credo dal 1924.
    e in ogni caso la realtà supera la fantasia.
    no, per dire, ho incrociato a berlino una serie di storie che nemmeno a volersele sognare vengono così bene.

  5. aitan Says:

    Poi ce le racconti, vero?

    (Ma, mioddio, come l'ho scritto il precedente commento, m'ero preso qualche droga che altera i meccanismi della grammatica?)

  6. anonimo Says:

    eh…che qua stiamo assai in arretrato, jamme bell' ja ! 🙂

  7. ipsediggy Says:

    Fatto sta che questi non mi sembrano napoletani, ma milanesi, trentini, veneti.
    l’introduzione di una cultura egemonica milanese.

    si chiama legaiolismo.. è diffuso.. troppo.

  8. anonimo Says:

    zào, iggy
    🙂

    flosloggata

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