Archive for novembre 2010

A Berlino si produce arte. Molto cool, ovviamente. Quasi cold.

novembre 11, 2010

E allora qua bisogna fare una parentesi sui nostri ospiti berlinesi. Che poi berlinesi non lo erano affatto, se non di adozione. La casa – una tipica casa tedesca con parquet, futon e senza mobili – era abitata dalla signorina Gaia, barese di Bari e dal signorino Chemma, madrileno di Madrid.
La signorina Gaia fa un sacco di cose: traduce, insegna italiano, maneggia energie cosmiche nel tempo libero e fa l’attrice di teatro.
Il signorino Chemma fa il cantautore di passione e il chitarrista di professione.
La signorina Gaia ha appena portato in scena uno spettacolo dai testi di Maksim Cristan, l’autore di Fanculopensiero, che è un amico suo schiodatissimo come si può leggere dal link, di cui apprendiamo anche una serie di dettagli privati che qui non riportiamo, ma che ne fanno un personaggio decisamente sopra le righe.
Il lavoro teatrale della signorina Gaia parla di una schizofrenica che porta in sé due voci: la sua e quella di un uomo, che lei pensa sia fuori da sé. I due si frequentano nei meandri del cervello di lei, si innamorano e si lasciano bigliettini, che ognuno ritrova al risveglio. Poi arriva il momento della terapia e la donna, poco a poco, con l’aiuto dei farmaci, perde la compagnia della voce maschile.
Sicché in nome dell’amore – che in fondo è una forma socialmente accettata di follia – decide di restare malata, di smettere le medicine e farsi coccolare dalla voce dell’uomo che ha scelto solipsisticamente di amare.
Secondo me è un testo bellissimo, ecco.
Il signor Chemma invece si presenta a noi abbigliato da pantaloni a sbuffo e capa rasata, tanto che io penso che sia un Hare Krishna o al limite un buddista. Suona, canta e fuma tutto il tempo. Compone.
Un chitarrista bravissimo, tipo bossa nova ma anche no.
Mentre siamo ospiti in casa loro il pezzo cui da vita si intitola "Amor diasporico". Considerando il livello di umore e frenesia degli abitanti della casa io lo ribattezzerei "Amor disforico", ma siccome sono ospite e non posso fare brutte figure mi sto zitta.
Il signor Chemma è figlio di due genitori sordomuti. Questo fatto mi piace troppo e mi dispiace pure. Penso che la mamma non gli ha mai cantato una ninna nanna e che nemmeno potrà mai ascoltare Amor diasporico. Penso un sacco di cose, ma mo’ mi scoccio di scriverle.
Poi ci sta Lorenzo, che si chiama in un altro modo, ma ha deciso di farsi chiamare Lorenzo per marcare la differenza tra la vita di prima e la vita di adesso.
(Nel frattempo penso a Hanging Rock che a questo punto direbbe: ma com'è possibile che intorno a te si raggruppino sempre queste storie incredibili? E io risponderei: Hangin' Ro', lo vorrei sapere pure io. E' un mistero).
Lorenzo è il fidanzato della signorina Gaia,  è montpellierese di Montpellier e vive in un’altra casa, insieme alla fidanzata del signor Chemma, che invece è tedesca.
Succede così che nel gioco dei grandi numeri il signor Lorenzo e il signor Chemma, in un modo o nell’altro, in una casa o nell’altra, si trovano sempre a far colazione insieme. Questo fatto li rende un poco nervosi e inquieti. Talvolta si sopportano, talaltra si guardano in cagnesco. Quando il signor Lorenzo perde le staffe, esce e si va a fare una passeggiata al cimitero vicino casa, che lo conforta e lo placa.
Il signor Lorenzo è musicista e suona il flauto. Compone pure lui.
A causa delle bizzarrie del destino è stato fidanzato con una berlinese per tanti anni, e quando finalmente, dopo lunghi andirivieni e un sacco di soldi spesi e fare su e giù, lui si è trasferito a Berlino, lei ha deciso di andarsene a studiare a Montpellier. Quando il destino ci si mette contro, ci sta poco da fare.
In questa Berlino devi essere per forza un poco artista, sennò non vale la pena abitarci. Devi essere artista, più o meno squattrinato, non avere grandi pretese di certezze, fare almeno altri quattro lavori per mantenerti, nutrire una grande fiducia nel futuro e un poco di nostalgia dell’emigrante. Il mix è così esplosivo che la città ti offre spazi per farlo.
Con un certo ordine, ovviamente, che siamo pur sempre a Berlino e non a Napoli.
Per esempio i musicisti nelle metropolitane.
Tu vai a Roma e nello spazio di una corsa ne salgono sei, sette, otto.
A Berlino non sale nessuno, possono rimanere solo a terra, ordinatamente. Uno solo per ciascuna stazione della città.
Come si scelgono i musicisti della stazione? A chi primo arriva?  Sèèè, state freschi.
A Berlino ogni mattina un musicista si sveglia e corre all’Ufficio delle metropolitane, alle sei in punto, per chiedere un regolare permesso che costa tipo sei euro. Tutti i nomi dei musicisti vengono inseriti in un sacchetto e poi estratti a sorte secondo il numero massimo, che corrisponde al totale delle fermate. Una volta sorteggiati, pagano il permesso e stanno là.
A me questi berlinesi me fanno asci’ pazza!
Il Secretario a questo punto decide che non possiamo essere da meno e sfodera l’asso nella manica, per far vedere che siamo un poco artisti pure noi: caccia il blog della signora Flounder e lo affida alla signorina Gaia, che con piglio serissimo, come se avesse davanti un’intera platea in un teatro a cinquecento posti (mentre invece siamo solo in tre, ma se uno è professionale, è professionale sempre), si prodiga in un reading dei migliori pezzi della sottoscritta.
E là ho capito che potevo fare l’artista pure io, quantevveriddio mi sono commossa.
Però, col freddo che fa a Berlino, la sola idea di uscire alle cinque della mattina per andare a prendere il posto nella metro fredda fredda, col rischio che manco mi sorteggiano, o che se mi sorteggiano mi viene la bronchite, capisco pure che è meglio se resto dietro a una scrivania.
Per fare l’artista ci vuole un’altra tempra, ci sta poco da fare.

A Berlino fa freddo. E piove pure. Piccolo intermezzo sentimentale e riflessivo senza alcunché di turistico.

novembre 9, 2010

La pioggia cancella tracce e odori. Così dicono. E’ colpa dell’umido. Un tempo a Napoli i camorristi, dopo un omicidio, si rifugiavano alle stufe di Nerone. Lì, nella sauna, con i vapori e l’acqua, spariva dalle mani ogni residuo di polvere da sparo.
La pioggia lava un poco la memoria.
Entriamo nella seconda giornata berlinese sotto un cielo plumbeo. E’ il giorno in cui il Secretario mi porta a vedere la “sua” Berlino, i luoghi che abitava da giovane. Cioè, giovane c’è pure adesso, per carità. Più giovane. Giovane come dice in un punto il libro che sta leggendo: il passato è una terra straniera dove le cose si fanno in modo diverso.
Mi viene in mente una vecchia e volgarissima barzelletta napoletana, in cui un’anziana coppia decide di festeggiare i cinquant’anni di matrimonio nello stesso luogo in cui trascorsero la luna di miele: stesso albergo, stesso ristorante, stessa cena. Proprio come allora.
Durante la cena la moglie sospira e dice: caro, che calore. Proprio come cinquant’anni fa. Dev'essere la passione.
Mari’ – replica il marito – so’ ‘e zizze dint’o brodo!, alludendo al perduto turgore della consorte.
Il passato fa così, ha due modi di interagire col presente. Uno è quello di essere inghiottito, di scomparire e lasciare dei buchi neri, che il presente si affretta a compensare, pena la più cocente delusione; il secondo è quello di tornare senza alcun riguardo, senza conoscere la possibilità di entrare in punta di piedi. Come gli succede a Rosario, il protagonista di “Una vita tranquilla”, che se ne sta buono buono in Germania senza sapere che la tragedia sta per abbattersi su di lui.
Noi siamo nel primo caso. Berlino è una città del futuro, fa sparire ristoranti e panettieri, negozietti e bar, sicché il racconto, che avrebbe tappe definite lungo i quartieri dell’Est, diventa una specie di ragnatela dove mi arrampico invischiata dalle parole e dai ricordi.
Fa freddo e piove, questo lo abbiamo già detto. E forse questo è uno degli elementi di fascino, anche per me che detesto la pioggia.
Andare in giro con qualcuno che conosce bene un posto e te lo mostra con un senso di appartenenza è facile e difficile a un tempo. Come se la sua visione condizionasse la tua, come se si sovrapponesse privandola di obiettività e spirito critico. E al tempo stesso come se ti aprisse scenari che da sola non vedresti, come se abitasse il luogo di teatrini, fantasmi e storie nascoste dietro le serrande, nelle stradine e nei cortili. Mitte, Prenzlauer Berg,  Pankow.
Una delle differenze tra me e il Secretario, forse la differenza più importante, che si espande su tutto il resto, è che io sono donna di centro, lui è uomo di margini.
Questo genera, oltre che numerose incomprensioni, anche un modo complementare di guardare alle cose: io ho bisogno di stare in mezzo, di essere travolta e colpita da ciò che vedo,  dalla congestione. Poi, con il tempo, riordino, sistemo, divido, organizzo e costruisco.
Lui osserva dalle periferie, si tiene a una distanza dalle cose che per me è inconcepibile, ha punti di osservazione che a me non direbbero nulla, che troverei assolutamente secondari e marginali.
Io ho bisogno di materia, consistenza. Anche di grossolanità, eventualmente.
Lui di nuances, di accenni. Il tutto non gli serve. A me, invece, è necessario per elaborare disperati tentativi di definizione che non servono a niente, se non a darmi un bastone su cui appoggiarmi per non inciampare.
Io a Berlino non trovo un centro, ecco dov’è il problema. Trovo una specie di dispersione che non mi aiuta a situarmi. Sicché sono costretta ad affidarmi.
Mi affido fino alla fine, arrivando a fine serata in un’Alexander Platz che non riconosco più, così simile a tutte le piazze commerciali del mondo, carica di insegne luminose e catene di franchising.
Il passato se ne sta mogio mogio in un angolo e sembra mormorare: non è colpa mia, ho cercato di oppormi senza riuscirci. Cerchiamo di farlo contento con una cena in un’osteria di tipica cucina tedesca. Sembra che sorrida, come se il tempo fosse rimasto immobile.
Sto assai pensosa, da Berlino in poi. Come se avessi un animaletto che mi sta continuamente alle caviglie per essere preso in braccio, e mi tira, e mi impedisce di fare passi lunghi.
(…)

Memorie di una puttana per bene

novembre 5, 2010

Che poi, che poi a sentirle ‘ste ragazzette di oggi, mi scappa da ridere. Tutte a fare a gara a chi c’era, a quanto ha guadagnato. Tutto così, senza un minimo di fantasia, senza il senso del pudore.
E io, allora?
Cosa dovrei poter dire io, che sono stata su piazza (rossa, beninteso) per oltre sessant’anni?
Quante ne potrei raccontare, e finire sui rotocalchi, alla televisione? O un libro di memorie.
Invece mai, non l’ho voluto fare mai. E non so nemmeno io il perché. Non è certo una questione di moralità – nel mio ambiente ero ben conosciuta – e neppure di falso perbenismo.
Erano altri tempi, forse. E altri uomini, pure.
Che non andavano vantandosi delle loro prodezze e nemmeno cercavano di ricompensarci con cariche pubbliche e doni imbarazzanti. No, ci lasciavano al nostro destino, sicuri di ritrovarci esattamente lì, ad aspettarli senza apparenti pretese di ricompensa. Docili e sensuali. Puttane, mica escort.
Quel signore lì, per esempio, non faccio nomi, non sta bene, il signor A.G. , quello stava in carcere e mi scriveva migliaia di lettere. Tutte gentili, beneducate. Lo conobbi che avevo poco più di sedici anni. Minorenne, come direste voi. Ma che minorenne e minorenne, avevo allevato quattro fratelli e lavorato fino a spezzarmi la schiena in campagna. Avevo preso il parto di vacche e scrofe. E lui non fu nemmeno il primo. Ma era gentile e poverissimo. Così povero che a volte i soldi glieli lasciavo io.
Anto’, gli dicevo a volte con tenerezza, tu russi assai. E lui si risvegliava di colpo: non sono io, è la Rivoluzione.
Poi A.G. mi presentò P.T. Un signorone. Così coltivato che si dava del lei da solo. A volte non ci capivamo, co’ tutti ‘sti lei sembravamo un gruppo di femmine. Aveva spesso mal di pancia da quando era tornato dalla Russia. Sarà stato un colpo di freddo, gli dicevo allora io. E lui: ma che dice, è colpa delle purghe. Mi cadde un po’ dal cuore quando lasciò la moglie e il ragazzino si fidanzò e mi propose una cosa a tre con la signorina N.I. e poi co’ certi amici suoi di Salerno. Io, pure se facevo il mestiere, queste cose non le volevo proprio sentire. A me la democrazia mi piaceva a due, 'na volta uno sopra, 'na volta uno sotto, no co’ tutta sta folla.
Finii poi co’n’amico loro, L.L. Gli piacevano tanto i gelati. Mi ricordo che quando ci incontravamo, un po’ per vezzeggiarlo, un po’ perché mi piaceva pure a me, mi presentavo con le mani piene. Lui’, t’ho portato il Cremlino che ti piace a te. Mangialo, prima che si squaglia. A letto, questo lo posso di’, non c’è niente di male, quando…quando…quando insomma finiva, ecco, gli piaceva gridare “olè”. Se l’era imparato alla Spagna. Per il resto non dava confidenza a nessuno, quanto mi piaceva!
Poi venne uno, E.B., che era bellissimo, pareva Vittorio Gassman, bello quasi quanto la Madonna. Era poco affettuoso ma serio. Mi ripeteva: io a te non ti voglio compromettere, no, no. Almeno a te no.
E io rispondevo: e che vuoi compromettere più? Tutti, vi conosco, tutti siete passati pe’ ‘sta bocca mia, tutti i segreti m’avete detto. La mia ormai è ‘na cosa pubblica, tesoro mio. Tienici un po’ di cura e vedrai che ci andiamo bene tutti, io e te per primi.
Le compagne mie, quelle frequentavano altri uomini, che le pagavano a petrodollari. Uno una volta – gli sporcaccioni ci so’ sempre stati – uno moro moro, le aveva portato dal Giappone un coso, un giochetto vibrante che si infilava lì, a forma di aeroplanino. Io mai, ‘ste cose. A me mi piacevano puliti, sistemati. Mi piaceva quando parlavano a letto, pianino, senza volgarità. E poi tornavano dalle mogli, buoni buoni, senza fa’ parola con nessuno.
Un giorno m’hanno chiesto: ma tu, col presidente Berlusconi ci andresti?
Io no, ho risposto, ho novant’anni, so’ stata su piazza sessant’anni. Magari venisse uno come quelli di un tempo: giovani, studentelli, entusiasti e pieni di speranze. Co’ ‘sti vecchiacci io non ci so’ mai andata, piuttosto tornavo alla campagna.

A Berlino fa freddo

novembre 4, 2010

E vabbè, parliamo un poco di questo fatto di Berlino, che manca poco a Natale e finisce che tra una cosa e l’altra non ne parliamo più.
Io a questa Berlino ci sono capitata per caso, perché il Secretario doveva fare una cosa che non sto a dettagliarvi, cose di archeologi. Doveva andare un momento a misurare la distanze di certe lettere su una lastra di marmo perché poi da lì si capiva tutto il fatto di Flaminino come era andato veramente. E io ho detto: allora t’accompagno, toh. E’ capace che me ne faccio un’idea diversa.
Anche la prima volta ci ero capitata per caso, sempre con una partenza improvvisata, dall’ieri all’oggi. Ne trarrei una conclusione, ancorché affrettata, ma sentita: a me, se la Germania non mi capita tra capo e collo, come una sciatica, una gomma forata, uno slancio in conto terzi, non me la sceglierei mai come meta.
Innanzitutto, per chiarire il mio rapporto con la Germania e il tedesco, lingua che pure studiai un poco in una delle mie passate vite e che sta archiviata da qualche parte, basti sapere che da quest’anno l’undicenne suona due strumenti: la chitarra e un altro coso che si chiama glockenspiel e che io, ostinatamente, mi rifiuto di pronunciare, indicandolo ogni giorno con un vocabolo diverso: Ciccipuffi, hai preso lo stillenacht? Cicci, piglia il kughelschreiber! Cicciiiiii, il coso, qua, il glückwunsch.
Così, armati di metro a stecche, macchina fotografica e guantiera di sfogliatelle, partiamo.
A Berlino fa freddo. Fa freddo anche dopo che il Secretario cerca di convincermi che ci saranno almeno quindici gradi e che non ho diritto ad avere freddo. Fa freddo anche dopo un bicchierone di glühwein, anche dopo una minestra vietnamita, anche coi termosifoni accesi tutta la notte.
Io ho come il sospetto che a Berlino ci sia un freddo che non ha a che fare con il clima, un freddo che viene da sottoterra, che si è impigliato da qualche parte, durante la Guerra Fredda o forse anche prima, ed è rimasto là, a fare da custode alla città.
Alla città è una parola grossa. Berlino non è una città, non esiste. E’ una cosa che non so definire, è una voragine nel tempo e nella storia, un frattale, una maceria nel senso in cui lo dice Marc Augé, quando scrive: “Le macerie sono il prodotto di distruzioni irreparabili e spesso improvvise; sono cancellature della storia, spazi vuoti indifferenti alla strategie della memoria e della speranza, ma anche al lavoro del lutto, perché non rinviano ad alcuna perdita, men che mai irreparabile. Le macerie sono solo macerie; assolutamente prive di senso, in esse si perde tutto (si potrebbe dire che in esse si perde e si cancella la stessa categoria della perdita). Le macerie possono essere solo il lato oscuro delle rovine (nelle rovine c’è sempre qualcosa che si perde in senso assoluto); altre volte, sempre più spesso nel nostro tempo, esse si presentano in quanto tali, macerie e nient’altro. Il senso residuo delle macerie consiste allora nel loro stesso darsi come punto zero della storia, come punto di non ritorno. Esse sono cancellature, spazi bianchi da dimenticare, da “lasciar perdere”, ricominciando a costruirvi al di sopra, al loro lato, mai attraverso.”
Ma su questo ne possiamo discutere. Anzi, discutetene voi, che così mi prendo qualche punto di vista alternativo.
A Berlino siamo ospiti di una signorina barese che non conosco, amica del Secretario, che ha una capacità di riscaldare Berlino e farla sembrare addirittura tiepida.
A Berlino il Secre ci ha fatto degli studi e quindi mi fa da cicerone, che è una cosa che al tempo stesso mi piace e mi dispiace. Non è colpa sua, povero, è proprio colpa della Germania, che con questo fatto della lingua e delle macerie, per me è un posto totalmente impenetrabile. Come se ci fosse un vetro a separarmi dalle emozioni che potrebbe contenere. Io in questa Germania mi ci sono sempre sentita a disagio, anche quando ci viveva mia sorella e andavo a trovarla. Non così in Austria, non così in Cechia o in Slovacchia. No. E’ proprio la Germania con la sua germanicità, qualità che apprezzo in modo astratto, fuori dai suoi confini nazionali, ma che una volta abbinata al luogo che la genera, mi provoca un malessere che non sono in grado di definire, ed è forse per questo che tardo a scriverne.
Va bene.
Arrivati a Berlino, la prima cosa che facciamo è mangiarci un wurstel e berci una birra.
I bar hanno i tavolini all’aperto, come se non facesse freddo. E invece lo fa. Lo dimostrano le copertine sulle sedie, a disposizione degli avventori. E lo dimostra anche il fatto che tutti o quasi indossano cappelli, sciarpe e guanti.
Così, un poco per ripararmi, ma soprattutto perché siamo gente col senso del genocidio, la prima cosa che facciamo è andarci a infilare nel Museo Ebraico, che certo, dopo che uno ha visto lo Yad Vashem  non gli fa più specie niente. Nel museo giudaico c’è un grande melograno, che è l’albero della vita, dove si possono scrivere desideri e appenderli. Lo scrivo anche io, ma è un desiderio così tanto grande che ancora ci penso e mi metto paura. Ma va bene così, aspirare al massimo per ottenere il minimo.
L’architettura del museo è stupenda, fatta di interstizi e vuoti che non possono né devono essere riempiti. Un poco mi viene da piangere. Mi viene sempre da piangere di fronte a certe opere architettoniche, al modo in cui abbracciano lo spazio e lo sottolineano, senza bisogno di riempirlo con altro.
Penso che la famiglia a volte è una forma di architettura, lo penso in quel preciso momento.
Ma è la prima volta che lo dico, perché è un pensiero che un poco, non so bene il perché, in questo momento mi fa male.
(…)