A Berlino fa freddo

E vabbè, parliamo un poco di questo fatto di Berlino, che manca poco a Natale e finisce che tra una cosa e l’altra non ne parliamo più.
Io a questa Berlino ci sono capitata per caso, perché il Secretario doveva fare una cosa che non sto a dettagliarvi, cose di archeologi. Doveva andare un momento a misurare la distanze di certe lettere su una lastra di marmo perché poi da lì si capiva tutto il fatto di Flaminino come era andato veramente. E io ho detto: allora t’accompagno, toh. E’ capace che me ne faccio un’idea diversa.
Anche la prima volta ci ero capitata per caso, sempre con una partenza improvvisata, dall’ieri all’oggi. Ne trarrei una conclusione, ancorché affrettata, ma sentita: a me, se la Germania non mi capita tra capo e collo, come una sciatica, una gomma forata, uno slancio in conto terzi, non me la sceglierei mai come meta.
Innanzitutto, per chiarire il mio rapporto con la Germania e il tedesco, lingua che pure studiai un poco in una delle mie passate vite e che sta archiviata da qualche parte, basti sapere che da quest’anno l’undicenne suona due strumenti: la chitarra e un altro coso che si chiama glockenspiel e che io, ostinatamente, mi rifiuto di pronunciare, indicandolo ogni giorno con un vocabolo diverso: Ciccipuffi, hai preso lo stillenacht? Cicci, piglia il kughelschreiber! Cicciiiiii, il coso, qua, il glückwunsch.
Così, armati di metro a stecche, macchina fotografica e guantiera di sfogliatelle, partiamo.
A Berlino fa freddo. Fa freddo anche dopo che il Secretario cerca di convincermi che ci saranno almeno quindici gradi e che non ho diritto ad avere freddo. Fa freddo anche dopo un bicchierone di glühwein, anche dopo una minestra vietnamita, anche coi termosifoni accesi tutta la notte.
Io ho come il sospetto che a Berlino ci sia un freddo che non ha a che fare con il clima, un freddo che viene da sottoterra, che si è impigliato da qualche parte, durante la Guerra Fredda o forse anche prima, ed è rimasto là, a fare da custode alla città.
Alla città è una parola grossa. Berlino non è una città, non esiste. E’ una cosa che non so definire, è una voragine nel tempo e nella storia, un frattale, una maceria nel senso in cui lo dice Marc Augé, quando scrive: “Le macerie sono il prodotto di distruzioni irreparabili e spesso improvvise; sono cancellature della storia, spazi vuoti indifferenti alla strategie della memoria e della speranza, ma anche al lavoro del lutto, perché non rinviano ad alcuna perdita, men che mai irreparabile. Le macerie sono solo macerie; assolutamente prive di senso, in esse si perde tutto (si potrebbe dire che in esse si perde e si cancella la stessa categoria della perdita). Le macerie possono essere solo il lato oscuro delle rovine (nelle rovine c’è sempre qualcosa che si perde in senso assoluto); altre volte, sempre più spesso nel nostro tempo, esse si presentano in quanto tali, macerie e nient’altro. Il senso residuo delle macerie consiste allora nel loro stesso darsi come punto zero della storia, come punto di non ritorno. Esse sono cancellature, spazi bianchi da dimenticare, da “lasciar perdere”, ricominciando a costruirvi al di sopra, al loro lato, mai attraverso.”
Ma su questo ne possiamo discutere. Anzi, discutetene voi, che così mi prendo qualche punto di vista alternativo.
A Berlino siamo ospiti di una signorina barese che non conosco, amica del Secretario, che ha una capacità di riscaldare Berlino e farla sembrare addirittura tiepida.
A Berlino il Secre ci ha fatto degli studi e quindi mi fa da cicerone, che è una cosa che al tempo stesso mi piace e mi dispiace. Non è colpa sua, povero, è proprio colpa della Germania, che con questo fatto della lingua e delle macerie, per me è un posto totalmente impenetrabile. Come se ci fosse un vetro a separarmi dalle emozioni che potrebbe contenere. Io in questa Germania mi ci sono sempre sentita a disagio, anche quando ci viveva mia sorella e andavo a trovarla. Non così in Austria, non così in Cechia o in Slovacchia. No. E’ proprio la Germania con la sua germanicità, qualità che apprezzo in modo astratto, fuori dai suoi confini nazionali, ma che una volta abbinata al luogo che la genera, mi provoca un malessere che non sono in grado di definire, ed è forse per questo che tardo a scriverne.
Va bene.
Arrivati a Berlino, la prima cosa che facciamo è mangiarci un wurstel e berci una birra.
I bar hanno i tavolini all’aperto, come se non facesse freddo. E invece lo fa. Lo dimostrano le copertine sulle sedie, a disposizione degli avventori. E lo dimostra anche il fatto che tutti o quasi indossano cappelli, sciarpe e guanti.
Così, un poco per ripararmi, ma soprattutto perché siamo gente col senso del genocidio, la prima cosa che facciamo è andarci a infilare nel Museo Ebraico, che certo, dopo che uno ha visto lo Yad Vashem  non gli fa più specie niente. Nel museo giudaico c’è un grande melograno, che è l’albero della vita, dove si possono scrivere desideri e appenderli. Lo scrivo anche io, ma è un desiderio così tanto grande che ancora ci penso e mi metto paura. Ma va bene così, aspirare al massimo per ottenere il minimo.
L’architettura del museo è stupenda, fatta di interstizi e vuoti che non possono né devono essere riempiti. Un poco mi viene da piangere. Mi viene sempre da piangere di fronte a certe opere architettoniche, al modo in cui abbracciano lo spazio e lo sottolineano, senza bisogno di riempirlo con altro.
Penso che la famiglia a volte è una forma di architettura, lo penso in quel preciso momento.
Ma è la prima volta che lo dico, perché è un pensiero che un poco, non so bene il perché, in questo momento mi fa male.
(…)

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2 Risposte to “A Berlino fa freddo”

  1. anonimo Says:

    Certo, ardui questi passaggi: dal freddo e le zuppe della signora baresi, ai musei degli ebrei (di una bellezza sconcertante, mi viene da dire, quasi spettacolari, se non sembrasse un po' blasfemo, ma non dimenticherò mai il freddo e l'angoscia della stanza senza luce con le pareti aperte verso una luce fioca in alto, che non ricordo come si chiamava, ma ci entravi attraverso una porta che ti si chiudeva pesante alle spalle e dopo un po' avevi paura di non uscirne più), alla famiglia come architettura. A volte barocca, a volte macerie anche lì.

  2. aitan Says:

    Lo sentivo anch'io quel freddo che non so ben dire in Germania, e pure mi manca tanto nitore, soprattutto quando c'era la neve.

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