Memorie di una puttana per bene

Che poi, che poi a sentirle ‘ste ragazzette di oggi, mi scappa da ridere. Tutte a fare a gara a chi c’era, a quanto ha guadagnato. Tutto così, senza un minimo di fantasia, senza il senso del pudore.
E io, allora?
Cosa dovrei poter dire io, che sono stata su piazza (rossa, beninteso) per oltre sessant’anni?
Quante ne potrei raccontare, e finire sui rotocalchi, alla televisione? O un libro di memorie.
Invece mai, non l’ho voluto fare mai. E non so nemmeno io il perché. Non è certo una questione di moralità – nel mio ambiente ero ben conosciuta – e neppure di falso perbenismo.
Erano altri tempi, forse. E altri uomini, pure.
Che non andavano vantandosi delle loro prodezze e nemmeno cercavano di ricompensarci con cariche pubbliche e doni imbarazzanti. No, ci lasciavano al nostro destino, sicuri di ritrovarci esattamente lì, ad aspettarli senza apparenti pretese di ricompensa. Docili e sensuali. Puttane, mica escort.
Quel signore lì, per esempio, non faccio nomi, non sta bene, il signor A.G. , quello stava in carcere e mi scriveva migliaia di lettere. Tutte gentili, beneducate. Lo conobbi che avevo poco più di sedici anni. Minorenne, come direste voi. Ma che minorenne e minorenne, avevo allevato quattro fratelli e lavorato fino a spezzarmi la schiena in campagna. Avevo preso il parto di vacche e scrofe. E lui non fu nemmeno il primo. Ma era gentile e poverissimo. Così povero che a volte i soldi glieli lasciavo io.
Anto’, gli dicevo a volte con tenerezza, tu russi assai. E lui si risvegliava di colpo: non sono io, è la Rivoluzione.
Poi A.G. mi presentò P.T. Un signorone. Così coltivato che si dava del lei da solo. A volte non ci capivamo, co’ tutti ‘sti lei sembravamo un gruppo di femmine. Aveva spesso mal di pancia da quando era tornato dalla Russia. Sarà stato un colpo di freddo, gli dicevo allora io. E lui: ma che dice, è colpa delle purghe. Mi cadde un po’ dal cuore quando lasciò la moglie e il ragazzino si fidanzò e mi propose una cosa a tre con la signorina N.I. e poi co’ certi amici suoi di Salerno. Io, pure se facevo il mestiere, queste cose non le volevo proprio sentire. A me la democrazia mi piaceva a due, 'na volta uno sopra, 'na volta uno sotto, no co’ tutta sta folla.
Finii poi co’n’amico loro, L.L. Gli piacevano tanto i gelati. Mi ricordo che quando ci incontravamo, un po’ per vezzeggiarlo, un po’ perché mi piaceva pure a me, mi presentavo con le mani piene. Lui’, t’ho portato il Cremlino che ti piace a te. Mangialo, prima che si squaglia. A letto, questo lo posso di’, non c’è niente di male, quando…quando…quando insomma finiva, ecco, gli piaceva gridare “olè”. Se l’era imparato alla Spagna. Per il resto non dava confidenza a nessuno, quanto mi piaceva!
Poi venne uno, E.B., che era bellissimo, pareva Vittorio Gassman, bello quasi quanto la Madonna. Era poco affettuoso ma serio. Mi ripeteva: io a te non ti voglio compromettere, no, no. Almeno a te no.
E io rispondevo: e che vuoi compromettere più? Tutti, vi conosco, tutti siete passati pe’ ‘sta bocca mia, tutti i segreti m’avete detto. La mia ormai è ‘na cosa pubblica, tesoro mio. Tienici un po’ di cura e vedrai che ci andiamo bene tutti, io e te per primi.
Le compagne mie, quelle frequentavano altri uomini, che le pagavano a petrodollari. Uno una volta – gli sporcaccioni ci so’ sempre stati – uno moro moro, le aveva portato dal Giappone un coso, un giochetto vibrante che si infilava lì, a forma di aeroplanino. Io mai, ‘ste cose. A me mi piacevano puliti, sistemati. Mi piaceva quando parlavano a letto, pianino, senza volgarità. E poi tornavano dalle mogli, buoni buoni, senza fa’ parola con nessuno.
Un giorno m’hanno chiesto: ma tu, col presidente Berlusconi ci andresti?
Io no, ho risposto, ho novant’anni, so’ stata su piazza sessant’anni. Magari venisse uno come quelli di un tempo: giovani, studentelli, entusiasti e pieni di speranze. Co’ ‘sti vecchiacci io non ci so’ mai andata, piuttosto tornavo alla campagna.

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7 Risposte to “Memorie di una puttana per bene”

  1. hobbs Says:

    …era ora. Come ti dissi altrove, splendido.

    p.s.
    mi permisi di mettere il link da me.

  2. proteus2000 Says:

    …. Ma quanto mi piace 'sto racconto. Vien voglia di scrivere la storia di un cliente per bene. Tutto traligna dalle patrie (e matrie) virtù, come disse Tacito. Anche la virtù delle brave, oneste puttane.

  3. kalekaiagathe Says:

    ma che bello!
    flounder ti ritrovo in giro per il webbe. sbaglio, o balli tango?
    ti linko immediatamente.
    ciao.
    lu

  4. aitan Says:



    Pensa che la settimana scorsa un amico ha presentato un libro molto serio e pensoso intitolato "La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910-1918", e a me è venuta in mente la stessa canzone.

  5. anonimo Says:

    bello. UN pezzo 'sano', se mi consenti     😉
    Lila

  6. Flounder Says:

    kalekaiagathe, in questo momento (per ragioni numerose, lunghe, complesse e anche contradditorie) io e il tango abbiamo un patto di non belligeranza: io non ballo lui e lui non balla me.
    abbiamo più di un conto in sospeso, ma per ragioni di orgoglio ognuno dei due si rifiuta di ammetterlo e aprire i negoziati. occorrerebbe un buon mediatore. 🙂

  7. ipsediggy Says:

    eh, perché lui va con le escort, mica con le puttane..

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