A Berlino fa freddo. E piove pure. Piccolo intermezzo sentimentale e riflessivo senza alcunché di turistico.

La pioggia cancella tracce e odori. Così dicono. E’ colpa dell’umido. Un tempo a Napoli i camorristi, dopo un omicidio, si rifugiavano alle stufe di Nerone. Lì, nella sauna, con i vapori e l’acqua, spariva dalle mani ogni residuo di polvere da sparo.
La pioggia lava un poco la memoria.
Entriamo nella seconda giornata berlinese sotto un cielo plumbeo. E’ il giorno in cui il Secretario mi porta a vedere la “sua” Berlino, i luoghi che abitava da giovane. Cioè, giovane c’è pure adesso, per carità. Più giovane. Giovane come dice in un punto il libro che sta leggendo: il passato è una terra straniera dove le cose si fanno in modo diverso.
Mi viene in mente una vecchia e volgarissima barzelletta napoletana, in cui un’anziana coppia decide di festeggiare i cinquant’anni di matrimonio nello stesso luogo in cui trascorsero la luna di miele: stesso albergo, stesso ristorante, stessa cena. Proprio come allora.
Durante la cena la moglie sospira e dice: caro, che calore. Proprio come cinquant’anni fa. Dev'essere la passione.
Mari’ – replica il marito – so’ ‘e zizze dint’o brodo!, alludendo al perduto turgore della consorte.
Il passato fa così, ha due modi di interagire col presente. Uno è quello di essere inghiottito, di scomparire e lasciare dei buchi neri, che il presente si affretta a compensare, pena la più cocente delusione; il secondo è quello di tornare senza alcun riguardo, senza conoscere la possibilità di entrare in punta di piedi. Come gli succede a Rosario, il protagonista di “Una vita tranquilla”, che se ne sta buono buono in Germania senza sapere che la tragedia sta per abbattersi su di lui.
Noi siamo nel primo caso. Berlino è una città del futuro, fa sparire ristoranti e panettieri, negozietti e bar, sicché il racconto, che avrebbe tappe definite lungo i quartieri dell’Est, diventa una specie di ragnatela dove mi arrampico invischiata dalle parole e dai ricordi.
Fa freddo e piove, questo lo abbiamo già detto. E forse questo è uno degli elementi di fascino, anche per me che detesto la pioggia.
Andare in giro con qualcuno che conosce bene un posto e te lo mostra con un senso di appartenenza è facile e difficile a un tempo. Come se la sua visione condizionasse la tua, come se si sovrapponesse privandola di obiettività e spirito critico. E al tempo stesso come se ti aprisse scenari che da sola non vedresti, come se abitasse il luogo di teatrini, fantasmi e storie nascoste dietro le serrande, nelle stradine e nei cortili. Mitte, Prenzlauer Berg,  Pankow.
Una delle differenze tra me e il Secretario, forse la differenza più importante, che si espande su tutto il resto, è che io sono donna di centro, lui è uomo di margini.
Questo genera, oltre che numerose incomprensioni, anche un modo complementare di guardare alle cose: io ho bisogno di stare in mezzo, di essere travolta e colpita da ciò che vedo,  dalla congestione. Poi, con il tempo, riordino, sistemo, divido, organizzo e costruisco.
Lui osserva dalle periferie, si tiene a una distanza dalle cose che per me è inconcepibile, ha punti di osservazione che a me non direbbero nulla, che troverei assolutamente secondari e marginali.
Io ho bisogno di materia, consistenza. Anche di grossolanità, eventualmente.
Lui di nuances, di accenni. Il tutto non gli serve. A me, invece, è necessario per elaborare disperati tentativi di definizione che non servono a niente, se non a darmi un bastone su cui appoggiarmi per non inciampare.
Io a Berlino non trovo un centro, ecco dov’è il problema. Trovo una specie di dispersione che non mi aiuta a situarmi. Sicché sono costretta ad affidarmi.
Mi affido fino alla fine, arrivando a fine serata in un’Alexander Platz che non riconosco più, così simile a tutte le piazze commerciali del mondo, carica di insegne luminose e catene di franchising.
Il passato se ne sta mogio mogio in un angolo e sembra mormorare: non è colpa mia, ho cercato di oppormi senza riuscirci. Cerchiamo di farlo contento con una cena in un’osteria di tipica cucina tedesca. Sembra che sorrida, come se il tempo fosse rimasto immobile.
Sto assai pensosa, da Berlino in poi. Come se avessi un animaletto che mi sta continuamente alle caviglie per essere preso in braccio, e mi tira, e mi impedisce di fare passi lunghi.
(…)

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5 Risposte to “A Berlino fa freddo. E piove pure. Piccolo intermezzo sentimentale e riflessivo senza alcunché di turistico.”

  1. anonimo Says:

    io proverei a farlo salire quest'animaletto,tanto che può succedere..secondo me rimane là per un paio di giorni e poi se ne scende
    (e te lo dice uno che a volte ha un elefante che gli vuole salire in braccio 🙂  )

  2. anonimo Says:

    (Io non sono anonimo, ma qui su insiste che sono anonimo).
    Sarei curioso di sapere quali siano, per la gente – proprio la gente omnia, quasi in senso berlusconiano – i colori del passato.
    Per me sono quei grigi su cui ogni tanto dipingevano del colore, come quelle pellicole d'antan.
    Che alla fine lo sai, esser grigi, ma perché no, un po' ci credi pure tu.

  3. Flounder Says:

    signo (pseudo) anonimo, e quelli a volte i conigli nanni sono più "incisivi" degli elefanti 🙂
    in quanto ai colori del passato, io invece li penso sempre come la piazzetta di Innsbruck o le casette sul fiume, a Colonia

  4. Flounder Says:

    ma sei ivano! e dillo subito, jà 😀

  5. anonimo Says:

    (A me sembrava ovvio, d'essere Ivano…).
    (Ma come mi si dice spesso, a me troppe cose paiono ovvie).

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