Archive for dicembre 2010

Ogni giorno ha la sua pena, l’importante è arrivare fino a sera. A suo modo, un post di Buon Anno.

dicembre 30, 2010

Pensavo allora a quanti modi esistono per distruggere un uomo.

Anzi, per la precisione, pensavo soprattutto a quanti ne esistono per distruggere una donna. Ché alcuni sono comuni, altri sono terribilmente specifici.

Se non fosse che gli elenchi, che ho sempre amato, vanno così inutilmente di moda, ne avrei stilato uno. Ma siccome sono bastian contrario, più che un elenco li ho accostati mentalmente in forma di ragnatela, di modo che fossero anche collegati tra loro, che si rincorressero, che si ingigantissero, che si riproducessero in sempre più ampie combinazioni, fino a ridurre l’essere umano in questione a una poltiglia di danni, a una maceria vivente, alla sua cancellazione.

Poi una parte di me, invasa dalla pena, urlava vendetta e mi diceva che no, che le cose non stanno esattamente così.

Mi diceva che dai campi di concentramento sono usciti quelli che cinque minuti dopo si sono suicidati e quelli che hanno messo su famiglie felici.

Mi diceva che dalle adozioni da parte della stessa famiglia vengono su un figlio disadattato e uno felice di stare al mondo.

Mi diceva che quando una mamma ti forza a mangiare con tutti i mezzi conosciuti, come se la sua stessa vita, quella di lei, fosse messa a repentaglio dal tuo non amare i broccoli, un figlio diventa obeso e l’altro scheletrico.

Mi diceva che quando fai un brutto matrimonio, ci sono alcuni che vogliono una seconda possibilità e altri che non la vogliono nemmeno sentire, mai più.

Mi diceva che quando un terremoto rade al suolo la tua casa, ci sono quelli che se la ricostruiscono come possono e quelli che aspettano il contributo statale.

Mi diceva che se resti senza una gamba, puoi passare il resto dei tuoi giorni a letto, coltivando piaghe da decubito, o partecipare alle olimpiadi per invalidi.

E mi diceva pure che questo vale anche di fronte ai trionfi, ai successi, alle cose belle della vita.

Che c’è sempre una doppia attitudine, a prescindere dai mezzi impiegati per distruggerti.

Volontari o involontari che siano. Mirati o generici. Casuali o sistematici.

Questa appena conclusa è stata una settimana così.

Una settimana in cui, di fronte a tutte le cose, ho guardato alla doppia attitudine.

L’ho fatto per me, gli esercizi si fanno sempre su di sé, in solitaria. Ho avuto degli aiutini, pero. Lo confesso.

Una settimana in cui si sono inanellate una serie di cose che normalmente mi fanno salire il sangue alla testa e mi fanno un dispiacere infinito. Una dietro l’altra. Provenienti da chi mi ama e chi mi ama di meno. E anche un poco da chi non mi sopporta.

Che queste ultime in teoria contano di meno, ma se uno ha deciso di farsi distruggere, poco importa.

Ecco, il punto è proprio qui. Voler farsi distruggere.

E’ qui e non altrove. Qui, qui.

La distruzione è negli occhi di chi si guarda. Nel modo in cui si pensa a sé.

Ma perché, mi domando io, e glielo domando a tutti i Vincenzo Malinconico (adorabile personaggio di Diego De Silva, che incarna lo stereotipo del permaloso senza costrutto, dell’uomo con la Sindrome da Sentimento Ferito) che abitano la mia vita, me inclusa: perché ci piace così tanto giocare a fare il Bambino Offeso, il Martire Violato, il Sopravvissuto all’Olocausto, la Vittima Immolata, l’Eterno Incompreso. Perché?

Ci possiamo rispondere che è un fatto di sensibilità, che come siamo sensibili noi a certe cose, nessuno mai.

Oppure ci possiamo rispondere che siamo fragili, fragilissimi, e tutto ci può rompere.

O che non lo vorremmo mai, ma forze più possenti di noi si adorcizzano e ci si avvinghiano, risucchiandoci tutti.

O ancora che siamo il bersaglio favorito di gente cattivissima, la cui cattiveria è acuita da particolari congiunture astrali ineliminabili che si incastrano karmicamente e indissolubilmente con le nostre.

Mi piacerebbe che invece una volta tanto ci rispondessimo che, ferma restando un’umanità di base e una sensibilità comune e il senso obiettivo di cose che obiettivamente fanno danno, forse alcuni di noi siamo un po’ stronzi, e che la potremmo smettere benissimo di fare questo gioco. Che tanto ormai non diverte nessuno, noi in primis.

Conoscono le nostre regole, le nostre battute, i cambi di scena.

Abbiamo imparato a reggere copioni, a controbilanciarli, addirittura a prevederli e prevenirli.

Ma quante energie ancora ci dobbiamo mettere in questa farsa?

Questa settimana, mi dicevo, questa settimana ho avuto diverse volte  in mano i mezzi perché la farsa non si trasformasse in tragedia. A volte li ho usati, con ottimi risultati. Altre no.

In alcuni casi non mi è sembrato giusto. Ognuno ha diritto, se vuole, sia alla sua tragedia personale, sia a tentare di distruggere –  spesso  in modi sofisticati e complessi, e in ogni caso galoppanti come un cavallo di ritorno – le cose che ama.

Non stava a me interrompere il processo. Eventualmente sottrarmici.

Vabbè.

Io mo’ tutto questo fatto lo vorrei lasciare nell’anno vecchio ed entrare nell’anno nuovo su una passerella preparata apposta per me.

Che di fatto è quello che sta succedendo, solo che se uno continua a giocare a Vittima del Destino e altri passatempi, non se ne accorge subito.

Questa settimana ho riso segretamente. Non degli altri.

Di me.

Ogni volta che ho interrotto o non ho interrotto – coscientemente – un processo vizioso, l’ho fatto segretamente, e segretamente ho riso.

Prima o poi qualcuno se ne accorgerà, lo so.

E mi piacerebbe che specularmente, a quel punto,  ridesse di sé. Che di riso non è mai morto nessuno.

E lo so, lo so che è più popolare la faccia appesa, la tragedia. Il sentirsi orribilmente sfregiati, orribilmente respinti, orribilmente insultati. Orribilmente importanti, in fondo.

Lo so.

Ma basta, dài. Basta. Basta tu, tu e tu. E basta pure io.

Questa settimana ho avuto l’estintore dalla parte del manico. E’ bellissimo.

Posso spegnere l’incendio ma anche colpirti sulla testa.

Intanto Buon Anno.

Ma Buon Anno veramente.

Nudi e senza portafogli, che è una delle condizioni estreme da doppia attitudine.

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Il Natale è un poco una matrioska, non sai mai quante ne possono uscire.

dicembre 27, 2010

E’ passato così, il Natale. Lieve, più lieve del solito. 
Senza morti né feriti apparenti. Poi chissà, solo il tempo può dirlo.
Già questa mattina uno squarcio ha strappato via la patina e ci ha rivelato il fondo sottostante.
Pensavamo di poterlo celare, ma non tutto è possibile. Non tutto, no.
La lingua a volte è cartavetrata e i gesti non bastano.
Il tempo.
Occorre tempo e quella specifica attitudine della memoria a rimescolare le carte del passato in modo da farlo quadrare con il presente.
Che tanto ci riesce sempre, lo sappiamo. Nel bene e nel male.
La memoria è una finestra che il presente apre o richiude sul futuro. Va un poco educata, ché lasciata a se stessa è infantile e indisciplinata. La memoria, più di quanto si creda, è smemorata.
Abbiamo cominciato Natale ballando. Era tanto tempo che non ballavo così contenta. Immagino fosse per colpa mia, ma non ne sarei tanto certa. Del resto si balla sempre in due.
A passo di ballo abbiamo proseguito languidi, morbidi, farciti di ricotta e canditi, sonnacchiosi, spolverati di zucchero a velo, adagiati su fondi di cottura, avanzati felicemente a noi stessi.
Il Natale ci ha portato varie cose: un nipotino nuovo, tanto per cominciare. Liscio liscio e bellissimo.
Si chiama Simone, e se non fosse che la neo-mamma ci tiene tantissimo, io me lo ruberei. Mi ha toccato il cuore,  ha ammosciato gli aculei, scartavetrato le asperità.
Mi sono fatta una chiacchieratella con i miei ovuli residui e ho chiesto e voi? Voi che pensate di fare, mangiapane a tradimento?
Mi hanno risposto che c’è crisi, che vogliono il rinnovo del contratto, più giorni di malattia senza trattenute,  diritto di sciopero e sindrome premestruale senza essere precettati e per finire hanno minacciato il prepensionamento.
Condizioni esosissime, forse senza margini per la trattativa. Forse li licenzierò in blocco. Lavativi.
Mia sorella la spagnola mi ha regalato un beauty-case tutto trendy che io pensavo fosse una borsa termica e di fatto forse la userò come tale e dove vanno i pennellini da trucco ci infilerò le posatine.
Nell’esplorazione delle numerose tasche, mia madre ha infilato la mano in un tascone esterno e ci ha trovato sei preservativi: tre alla cioccolata e tre alla banana.
Mia sorella non ne sapeva niente. Figuriamoci io, che l’avevo appena scartato dai fiocchetti.
Io ho due teorie: o la commessa del negozio ha una tresca con l’uomo della vigilanza notturna e quando si incontrano, sul limitare della saracinesca mezza chiusa, per fare presto li tengono a portata di mano in tutti gli oggetti in vendita nel negozio, oppure è una politica del governo spagnolo, che per partito preso, ogni volta che vai fuori casa per una notte, pensa che ci devi andare protetto.
In ogni caso non mi piacciono né le banane né la cioccolata. E neppure i frutti di bosco, il babà al rhum e il capretto, a dirla tutta.
Poi.
Disossare i piccioni è un’esperienza a metà strada tra una pratica zen e i lavori forzati. Farlo più di una volta all’anno può indurre disturbi della percezione o istigare alla cattiveria. Di quest’ultima cosa ne ho avuto conferma eviscerando quelli avanzati,  in maniera così cruenta e senza provare disgusto alcuno che per un attimo ho avuto paura di me. Ho strappato polmoni, cuori, fegatini e intestini in un colpo solo, imbrattata di sangue. Poi li riempirò di couscous e mandorle, tra qualche tempo, quando la cattiveria sarà scemata.
Abbiamo infranto la tradizione con un sartù di riso al pesce. Al posto delle polpettine di carne, polpettine di cernia. E all’interno di ciascuna polpettina, un chicco di uva passa. Indescrivibilmente buono. Ne voglio ancora, ne voglio moltissimo. Lo voglio per tutti i Natali a venire.
Ne voglio quasi quanto il dulce de leche che ieri sera ho mangiato a cucchiaiate e a ogni cucchiaiata sapevo che ne avrei voluto ancora, incapace di fermarmi. Che non mi basta, che mi lascia un poco incompleta. Come i marron glacés, il foie-gras, lo strudel di mele e Filippo. Se non posso averli tutti e ingozzarmici fino a star male, non li voglio per niente. Ecco.
C’erano dei vuoti, a tavola. Li sentivamo fortissimi.
E’ bene che esistano dei tipi umani, dei cliché, delle riproduzioni. Così puoi amare, in mancanza di quelli che hai perduto, i depressi, gli asociali, i rumorosi, i filosofi e i pazzaglioni degli altri.
Come fossero i tuoi. E i vuoti si riempiono un poco. Almeno un poco.
Non abbiamo giocato a tombola, né a mercante in fiera, né a sette e mezzo. Non abbiamo giocato a niente di niente. Ma questo non vuol dire che siamo tipi seri. E’ che eravamo vecchi, quest’anno.
I bambini soliti, tutti i nostri bambini non c’erano, sembrava la favola del pifferaio di Hamelin.
La sera della Vigilia a tavola eravamo in diciotto: diciassette adulti contro una bambina di diciotto mesi. Una sproporzione assurda. Quand’ero piccola, numericamente ci difendevamo meglio.
Quand’ero piccola banane e cioccolato si mangiavano. Oggi se ne fanno preservativi.
E poi non vi lamentate dell’immigrazione e di tutti questi stranieri che vengono qua a fare i figli, per piacere.
La piccola Emilia di diciotto mesi pagherà la pensione ai restanti diciassette familiari.
E poi non vi lamentate che esistono Omar ed Erika, per piacere.
Ieri sera abbiamo fatto un sacco di strada per andare a Mondragone, terra di confine, terra di immigrazione, terra di camorra, terra di abuso edilizio, terra di mozzarelle blu. Siamo andati a sentire storie natalizie raccontate con parole e musiche, intrecci di cristianesimo, giudaismo, zoroastrismo. Storie di ebrei, romanì, curdi, greci.
E nella chiesa che ci ospitava nemmeno un nigeriano, un piccolo ghanese, una senegalese del circondario.
E allora ti chiedi: ma che senso ha una serata sull’integrazione se non ci integriamo nello spazio ristretto che ci ospita?
Fariborz Kamkari, che ci raccontava la storia di sua nonna, ha occhi bellissimi. Filippo diceva che assomigliava a Ferraù, e pure un poco era vero.
Moni Ovadia stava un poco modello Saviano, sermoneggiante oltre il limite accettabile.
Il presidente della provincia di Caserta stava assai modello democristiano d’antan, demagogico oltre il limite accettabile.
I musicisti rom invece stavano bravissimi.
Mi sono ricordata che Filippo ha qualcosa di rom abruzzese nelle vene e a volte, quando lo guardo senza essere vista, riesco a immaginarmelo su un vurdòn verde e rosso, e un gilè e un’alta fascia di panno in vita. 
Prima o poi gli regalerò un organetto. Sono anni, che ci penso. E’ stata la prima cosa che avrei voluto regalargli, ma mi sono sempre inspiegabilmente trattenuta. Un organetto Castagnari in otto bassi.
(La scelta dei bassi è fondamentale, come si legge sul sito ufficiale dell’Organetto:
E' di sinistra, almeno lui! Possiamo starne certi! Anche se con dei distinguo… il due bassi calabrese è la sinistra extraparlamentare, sempre arrabbiato e col chiodo fisso della rivoluzione, sbuffa e si dimena, urla più forte di tutti e si fa sentire in piazza, la gente è con lui finchè suona, poi gli girano le spalle e tutti a casa. Il quattro e otto bassi in celluloide, di lacca rossa e madreperla, è la sinistra sindacale, quella che va a fare i blocchi in autostrada perchè non la vogliono la discarica nucleare in quel paese, proprio no! Ma quel camionista nerboruto che lo suona lo sa che quelli del partito su a Roma suonano ben altra roba. L'otto bassi Castagnari è riformista, moderato, elegante, la rivoluzione a tempo debito. L'otto bassi è morettiano, è girotondista, suona "Oh bella Ciao" (nella versione originale delle mondine che fa più figo e più filologo impegnato…) sfoggiando nostalgici accordi minori per addolcire gli animi, placarli perchè l'otto bassi sa che la rivoluzione va guidata con intelligenza e riflessione. Strizza l'occhio a quel no-global del 12 bassi, con quella terza fila che gli fa suonare cose strane, un po' orientali, è esotico e ci fa capire che un altro mondo (musicale) è possibile! Il tre file con 18 bassi, certo, anche lui è di sinistra, ma è arrivato per ultimo e alcuni lo guardano con sospetto. I due bassi calabresi addirittura lo accusano di tradimento: "Ti sei venduto alle fisarmoniche! Voltagabbana!". Il 18 bassi in effetti è un po' rutelliano, è mastelliano "ceppalonico", non si sa bene se stà di quà o di là… Ma alla fine la cosa più importante è suonare tutti insieme).
Ci sono strumenti musicali che secondo me hanno poteri magici. Per me il violino e l’organetto. E il corpo umano, pure.
Ad averci coraggio, augurerei a tutti un’altra vita, innanzitutto a me. Una vita su una roulotte, con poche, pochissime cose, moltissimi bambini e tanta musica gipsie. Moltissimi tappeti a fare casa.
E poi baratti, scambi, cose gratis. E tempo. Per non far niente. Per esserci, per starsi vicino.

I wish you a Happy Xmas

dicembre 17, 2010

La questione sta assumendo una complessità crescente.
E’ da mesi che sottopongono quesiti a lavoristi, avvocati di diritto internazionale e c’è anche un’interpellanza specifica che giace inevasa all’ILO.
I problemi sono di tre ordini: il primo è se la distribuzione di strenne nel periodo natalizio vada considerata lavoro interinale, a progetto o a tempo indeterminato.
Non solo: si tratta inoltre di stabilire se l’attività di Babbo Natale debba essere intesa come lavoro autonomo o dipendente e, in quest’ultimo caso, se ricondurla alla categoria Commercio, Artigianato o chissà cos’altro
Il terzo, discendente dal secondo, riguarda l’armonizzazione internazionale delle normative che regolamentano il diritto allo sciopero.
E su questo i Babbi Natali di tutto il mondo interrogano da mesi la giurisprudenza, i codici, gli antecedenti.
Ma antecedenti non ce ne sono.
Uno sostiene che nemmeno gli avvocati, tecnicamente, sono dipendenti da nessuno. Però scioperano.
Allora bisogna controllare se l’Albo dei Babbi Natale preveda espressamente questa possibilità.
Di fatto, nella sala plenaria, c’è una gran confusione, e alle questioni sull’opportunità e la possibilità di organizzare lo sciopero, si mescolano le richieste di tutti.
Il Babbo Natale giapponese, che già da tempo ha proposto di esperire inutilmente tutte le necessarie procedure di raffreddamento e conciliazione, insiste per portare avanti le modalità del suo Paese: pelliccetta nera anziché bianca e si va avanti nel lavoro.
Propone inoltre la creazione di circoli di qualità per migliorare la catena distributiva.
Il Babbo Natale cinese non è d’accordo.
Già dall’anno passato gli hanno fatto notare che a causa della consistenza numerica della popolazione, le renne in giro sono troppe e le emissioni gassose superano la soglia limite.
Ma non ne vuole sapere niente, e nemmeno vuole aderire allo sciopero.
Il Babbo Natale greco e quelli della CECA sostengono l’esigenza di flessibilità sulle date e che loro adottano da sempre questo modello, con ottimi risultati.
Baba Noel, il collega iracheno, si lamenta contro le questioni internazionali di sicurezza e gli sconfinamenti dai cieli territoriali, che ogni anno gli fanno perdere un sacco di tempo, per non parlare delle perquisizioni per vedere se sotto la giubba c’è una pancia o una cintura di dinamite.
Quello armeno  tira fuori l’annosa questione della sovrapposizione di competenze e l’armonizzazione dei calendari.
Per non parlare della Befana, che punta il dito sulla specificità del caso italiano, la discriminazione sessuale e il fatto che negli altri paesi non c’è bisogno di rivolgersi sempre all’icona sessuale femminile per fare Natale, che altrove vanno bene i Magi e lei non ha più voglia di fare la velina sulla scopa, con tutti i doppi sensi che ne conseguono.
La traduzione simultanea si stampa sui volti dei partecipanti che annuiscono e concordano con lei: e basta, co’ ‘sta Befana. Basta, non la possiamo vedere più.
E si va avanti così, per giorni e giorni.
Fuori dal Xmas Convention Center giornalisti di tutto il mondo aspettano, asserragliati in una minuscola hall, microfoni alla mano, per comunicare al mondo le decisioni del consesso babbonatalesco.
Cosa decideranno? Lo sciopero sarà proclamato?
E cosa comporterà concretamente?
Conoscono lorsignori tutte le limitazioni al diritto di sciopero?
Hanno considerato che si tratta di interruzione di pubblico servizio a tutti gli effetti e con possono andare in sovrapposizione con lo sciopero dei macchinisti ferroviari né del personale paramedico?
Ma soprattutto: cosa chiedono, concretamente?
Una riforma del comparto?
Un nuovo regolamento dei traffici aerei?
Il riconoscimento come categorie protette?
La rimozione del blocco alle nuove assunzioni?
Nessuno lo sa, non trapelano indiscrezioni.
Fino a che il portavoce dei Babbi Natale esce per comunicare con la stampa e le televisioni.
Si fa largo tra telecamere, microfoni e taccuini e annuncia che rilascerà le sue dichiarazioni solo a John Erwin dell’Irish Garden Magazine, a Maria Esmeralda Baroja di Cocina Cilena Moderna e a Suwandee Chattarooper del Mudawana Aenigmistics.
Gli altri, vadano a casa.
Domani leggeranno le notizie dai loro colleghi.
La platea dei giornalisti si rivolta, invoca il diritto dell’opinione pubblica, la trasparenza, ma non c’è niente da fare. Il portavoce è irremovibile.
Immediatamente le agenzie di tutto il mondo lanciano la notizia, agitando governi ed emittenti radio.
Partono le ricerche a tappeto sui curricula e le identità dei giornalisti prescelti, ma sono dei tipi talmente insulsi e privi di esperienza, che il mistero si infittisce. Non emerge niente, nemmeno un gossip di quart’ordine, nemmeno uno scandaluccio piccolo così.
I giornalisti vengono accompagnati in una saletta dove potranno rivolgere al portavoce tutte le domande che vogliono.
John Erwin inizia con una serie di questioni legate alle differenze tra le conifere nei due emisferi. Prosegue la Baroja con alcune domande sul vegetarianesimo e le culture alimentari nordiche nei periodi natalizi. Chattarooper solleva il problema se la sciarada con svolgimento a diagramma:
 

 

Mio figlio non fa compiti a Natale
Mentre nel caminetto ardeva il xxxxxx
vedevo disperarsi quello sciocco:
sbuffava sopra il libro di yyyyyy
sciogliendo in bocca un buon xxxxxxyyyyyy

 

sia adattabile anche a popoli con tasso di analfabetismo superiore al 12% della popolazione.
Il portavoce risponde amabilmente a tutti e li informa che la protesta dei Babbi Natale si svolgerà nelle piazze e nelle strade. Che cercheranno di portare avanti le loro rivendicazioni in forma del tutto pacifica, ma che in caso di provocazioni, non si fermeranno di fronte a nulla.
Le questure di tutto il mondo vengono allertate, le protezioni civili pure.
Non sono stati precisati infatti i luoghi in cui svolgeranno le manifestazioni né il contenuto delle rivendicazioni.
A pochi giorni dalla Vigilia le capitali tremano, per timore di attentati e pericoloso crollo delle presenze turistiche. Milioni di capponi si fregano le zampe esprimendo la loro solidarietà alla protesta.
La prima manifestazione, quella dei Babbi Natale italiani, viene infine fissata unanimemente per il 16 dicembre. A seguire, scaglionate nei giorni a venire, quelle negli altri Paesi.
A Roma il corteo prenderà inizio alle 9.00 da via della Conciliazione, attraverserà il Tevere, proseguirà fino a Via Arenula e si arresterà al Colosseo.
Il sindaco è preoccupatissimo, teme che le forze dell’ordine possano scegliere di sodalizzare con i manifestanti, in questa forma di protesta talmente inattesa e imprevedibile da non consentire alcuna forma di organizzazione.
Si consulta con la Santa Sede e stabiliscono di comune accordo di infiltrare alcune unità scelte nel corteo.
Il 16 dicembre piazza San Pietro ha il colore del sangue.
I manifestanti – Babbi Natale senior, Babbi Natale precari, co.co.pro., Babbi Natale stagisti e cottimisti – si dispongono ordinatamente in due ali che ricordano l’apertura del Mar Rosso e il passaggio di Mosè e iniziano silenziosamente a marciare. Nemmeno una parola, solo un coro muto che risale dai ventri e dai diaframmi, simile a un muggito triste.
E’ stato richiesto ai giornalisti di tutto il mondo di tenersi lontani. Le riprese saranno possibili solo dai balconi o dagli elicotteri.
Per tutta la giornata si susseguono le dirette televisive in mondovisione, le fotografie si ammassano sui social-network e sui siti di tutto il mondo.
La marcia silenziosa procede, si snoda come un lunga e placida biscia nel letto di un fiume, sinuosa, ondulante.
Arrivati al Colosseo il portavoce chiede un microfono e una serie di interpreti.
Poi annuncia: la nostra marcia si ferma qui. Non ci saranno regali per nessuno, le tredicesime perderanno all’istante e per intero il potere di acquisto e tutte le letterine verranno rinviate al mittente. Non abbiamo altro da dire.
Bambini, banchieri e ministri di tutto il mondo piangono davanti alle televisioni. Piangono le multinazionali della telefonia mobile, i produttori di dolciumi, i gioielleri. Crollano in borsa svariati tour operator e si dimettono il Consiglio di Amministrazione di Toys e Fao Schwartz.
Il Capitale mondiale è in ginocchio.
Qualcuno tenta un colpo in extremis e lancia slogan del tipo: Scegli i tuoi regali e paga a Babbo (Natale) morto, Zara propone senza successo una linea di underwear con il logo Xmas o Xmenos?. Partono le svendite anticipate in tutto il mondo. Ma niente.
Al Quartier Generale dei Babbi Natale si fregano le mani.
Ce l’abbiamo fatta, che pensate?
Bah, direi di sì, risponde uno.
Il messaggio è stato chiaro, forte, E poi il rosso, tutto quel rosso. Avranno capito la citazione?
Uno ride sguaiatamente: nero perde, rosso vince, rien ne va plus!
Sì che l’hanno capita. Stupidi non sono. Esasperati sì, ma scemi no.
E poi un colpaccio, quello delle tredicesime. Abbiamo sfruttato bene la circostanza. Tanto non contavano niente manco prima che glielo dicessimo.
Adesso finalmente la smetteranno di dire che non esistiamo, cominceranno a crederci di nuovo. Capiranno, che siamo in grado di fare magie.
Questa volta le vinciamo le elezioni, vero?

Lévi-Stro’, vafancu’.

dicembre 16, 2010

Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra’.

Le dimensioni non contano.

dicembre 13, 2010

Dopo un po’ ci hanno fatto entrare in una stanza.
Faceva freddo.  Ci hanno detto di non preoccuparci, che di lì a poco la temperatura sarebbe diventata rovente.
Ci parlavano in inglese, un inglese semplice, scarno.
Ci siamo accomodati su delle poltroncine imbottite e riscaldate. Comode.
Ci hanno detto che non saremmo rimasti lì che per poco, che si trattava del disbrigo delle ultime formalità.
Poi hanno abbassato le luci ed è partita la musica. Poi le immagini.
Ci hanno detto di restare fermi e tenere le mani sui braccioli.
All’inizio la storia era semplice: una donna alla scrivania che fa una telefonata. Ha degli occhiali e le labbra rosse. Dalla porta alle sue spalle entra un uomo robusto e si avvicina lentamente. Poi le poggia le mani sulle spalle e lentamente gliele fa scendere sul petto.
Dopo un po’ entra un altro uomo che sembra arrabbiato, ma il primo gli dice qualcosa che non capisco.
La donna sorride e si slaccia la camicetta.
Ma il secondo uomo è sempre più arrabbiato, si avvicina e la schiaffeggia.
Poi le alza la gonna e la stende sulla scrivania, mentre il primo ride.
Poi tutto il resto.
E’ vero, nella stanza adesso fa più caldo. Me ne accorgo, anche se io continuo ad avere freddo.
Qualcuno dei miei compagni ride.
La donna adesso sembra contrariata. E’ entrata nella stanza anche una sua collega, ha la faccia cattiva e un fallo di gomma in mano. Si accorda con gli uomini per dare una punizione all’altra, forse non lavora abbastanza.
E’ che non capisco perché ci tengano lì.
Il mio vicino ha tolto la mano dal bracciolo e se l’è poggiata sulla coscia. Gli dicono di rimetterla al suo posto e dopo qualche istante lo chiamano fuori.
Passano tra le poltroncine e ci guardano. Uno alla volta li chiamano fuori, finché resto solo io.
Il film dura in tutto una ventina di minuti, poi accendono la luce e mi dicono che devono farmi ancora qualche domanda, ma prima devo rivestirmi.
Ho freddo e voglia di vomitare.
Prima che tutto questo cominciasse ci hanno offerto del caffè e dei biscotti. Non avevo voglia di mangiare, benché avessi fame, ma hanno insistito.
Mi chiedono della donna bionda con gli occhiali, se mi piacesse.
Dico che non lo so.
Non sto mentendo, è che davvero non lo so.
Mi chiedono della mia famiglia, dei miei studi.
Ho studiato medicina, ma non ho completato il corso a causa della guerra. Però ho fatto pratica negli ospedali di campo, ho imparato a suturare ferite, a estratte proiettili, ad amputare arti maciullati.
Mia moglie è rimasta al villaggio, con i bambini.
Non ci siamo incontrati per mesi.
Mi chiedono se mentre ero al campo abbia avuto altre donne.
No, non c’erano donne.
Ma se anche ci fossero state, penso tra me, era lei che volevo. Mia moglie.
Al campo c’erano feriti e morti. E tutti volevano tornare a casa.
Poi ci sono tornato anche io, era marzo.
Quando sono andato al villaggio era cambiato tutto. La casa sottosopra, i bambini sporchi.
Mia moglie non c’era, la grande mi ha detto che mancava da giorni.
Non dormivo da trentasei ore, erano state trentasei ore devastanti.
Ma me ne sono andato in giro per le campagne. C’era desolazione dappertutto.
Ma questo non sembra interessarli molto.
Mi chiedono se avessi amici, al campo. E che tipo di rapporti intrattenessi con loro.
Rispondo di sì, che al campo eravamo tutti amici, che non poteva essere diversamente. Dormivamo in una baracca non riscaldata, faceva freddo.
E il sonno era continuamente disturbato dall’arrivo di nuovi feriti.
Mi mostrano delle foto.
Ci sono ragazzi bellissimi e anche alcune donne. Sono tutti nudi.
Mi chiedono cosa ne pensi.
Non ne penso nulla. E’ da mesi che non penso, che non mangio, che non bevo, che non dormo, che non lavoro. Che tutto avviene così rapidamente da non lasciarmi il tempo di riflettere. A volte prego, ma senza troppa convinzione.
Mia moglie è tornata la sera stessa, aveva la faccia stanca e lo sguardo vuoto. Mi guardava come se non mi riconoscesse. Si è messa a letto senza spogliarsi. Di notte ho sentito sotto le dita la pelle consumata. In fondo ero quasi medico.
L’ho spogliata e ne ho contato lividi e cicatrici.
Al mattino ha risposto alle domande che non avevo pronunciato.
Mi ha detto che anche Rajia, la nostra seconda figlia. Aveva solo dodici anni.
Che non c’erano alternative.
Che arrivavano in tre, quattro, a tutte le ore.
Che avevano pensato di poter sopravvivere così, ma che questa non è vita.
Poi Rajia è scomparsa, ma gli uomini hanno continuato a venire.
Ma tutto è accaduto molti mesi fa e adesso ha davvero poca importanza.
Una volta uno mi ha pisciato in faccia mentre altri due si scopavano mia moglie.
Era biondo, come la donna con gli occhiali e le labbra rosse. Come l’uomo che rideva mentre l’altro la schiaffeggiava,
Poi è scomparsa anche mia moglie e non l’abbiamo più ritrovata.
Infine sono scomparso anche io, insieme a tutti quelli come me. Costretti a mentire per poter fuggire. Sì, sono frocio, sono tutto quello che volete. Purché mi teniate lontano dall’inferno.
 
(Il metodo del test fallometrico – inventato dal sessuologo ceco-canadese Kurt Freund (1914-1996) negli anni '50 – è usato per provare l'omosessualità delle persone che chiedono asilo dicendo di essere perseguitati per il loro orientamento sessuale in paesi come Iran, Siria, Egitto, Azerbaigian, Nigeria, Camerun. La dignità umana va a puttane, etero o omo che uno sia.)

Piccole marioliggie senza importanza

dicembre 6, 2010

Era da tra mesi che ci stavamo pensando, io, Giacchino e ‘o stuorto.
Ci avevamo cominciato a pensare una domenica di settembre, una mattina che eravamo andati a Bacoli per farci un bagno e per terra avevamo trovato un grattino del parcheggio nuovo nuovo, senza essere grattato. Quello che durava fino alle quattro e mezza.
Uà, e che ciorta!, aveva detto Giacchino. Ce ne vulesse uno accussì tutt’e dummeneche.
Che poi pure che non tenevamo la macchina comunque faceva specie di trovare un fatto così.
‘O stuorto invece teneva sempre qualcosa da dire, un carattere fetente che gli era venuto da bambino, quando dopo ogni ragazzata lo lasciavano là, a lui solo, e con quella coscia offesa non poteva correre come gli altri, e ne acchiappava solo mazzate.
‘O stuorto, che era di animo malinconico e insieme polemico, disse: uno solo? E che te ne fai? Ti accontenti di piaceri effimeri e volatili. Ce ne vulesse ‘na vrancata!
‘O stuorto sapeva un sacco di parole difficili che si imparava sul vocabolario del nonno e le buttava là per fare impressione. Lui arrancava con la coscia, noi con le parole. Lui teneva le idee, ne teneva assai. E noi gliele facevamo camminare.
Come quella volta che si era inventato che durante l’estate dovevamo lavorare come garzoni di salumeria dalla mamma di Giacchino e che per ogni consegna a domicilio che facevamo, ci imparavamo una poesia con le rime da recitare alla signora per aumentare la mancia. Lui scriveva le poesie e noi ci mettevamo la faccia.
Le poesie, mo’.
 “Signo’, v’o giuro annanz’a ‘stu prusutto/ che ‘o core mio annanz’a vvuje sta chino e strutto/e si nun fosse ca site già ‘nzurata/ je ve facessa ‘na bella cunsignata”.
Fino a che una mattina scese il marito della signora Marciano e si rivolse a Giacchino: giuvino’, si tenite ‘o core chino ‘e strutto, faciteve vede’ d’o cardiologo, sentite a ‘mme. O si no annanz’a ‘stu prusutto/pure finite co’ qualcosa ‘e rutto…
Però questa volta il fatto era ancora più serio, era un piano criminale.
Era qualcosa che non avevamo mai fatto.
Sì, ci eravamo fottuti qualcosa dai negozi, dai supermercati, una coca-cola, qualche maglietta sopra alle bancarelle. Ma non era come rubare veramente.
Era che certe volte non tenevamo i soldi, e altre volte, pure se li tenevamo, dovevamo fare gli sfaccimmi.
Questa volta invece ‘o stuorto voleva fare una rapina.
Io non lo so se me la sentivo. Giacchino non diceva niente. Giacchino non diceva mai niente, basta che poi dopo si mangiava. Teneva sedici anni e pesava centoquaranta chili.
Giacchi’, tu che ne pensi?, gli chiedevo quando stavamo da soli.
Stava un poco in silenzio, con gli occhi chiusi, poi li riapriva lentamente e con quella vocina che non ci azzeccava niente col resto del corpo, stabiliva: e addo’ sta ‘o  problema? Poi ce ne jammo add’o Merlone a ce fa’ ‘na pizza.
Il piano era questo: ci dovevamo scegliere un quartiere dove non ci conoscevano. Entravamo in una tabaccheria con la scusa delle sigarette. Il tabaccaio cominciava la jacovella: ma quanti anni tenete?
Noi dicevamo diciotto.
Il tabaccaio non ci credeva e noi insistevamo, fino a che non perdeva la pazienza e ci chiedeva di cacciare i documenti. A quel punto Giacchino faceva finta che si sentiva male e che sveniva. Noi ci scordavamo delle sigarette e chiedevamo al tabaccaio di aiutarci a tirarlo su da terra, che a due di noi, uno pure zoppo, non ce la potevamo fare. Il tabaccaio usciva da dietro al bancone, ‘o stuorto inciampava e gli cadeva addosso e io mi fottevo una vrancata di gratta e vinci e poi ce ne scappavamo.
Alla fin fine, diceva ‘o stuorto, non è che ce simmo arrubbati niente. Può essere pure che escono tutti negativi e ci troviamo con un montone di cartuscelle inutili. Se invece ci va bene, ce li dividiamo e ce li andiamo a incassare un poco alla volta, nel resto della città.
Ci demmo appuntamento il cinque dicembre a Fuorigrotta, dove non ci sapeva nessuno.
Entrammo e chiedemmo un pacchetto da dieci di Merit. Alla cassa stava una ragazza che chiese: le volete normali o light?
‘O stuorto si innervosì e cacciò due o tre delle parole che sapeva lui: signorì, voi non tenete deontologia professionale.
La ragazza lo guardò senza capire. Poi aggiunse: scusate, mi credevo che volevate le sigarette.
‘O stuorto le rivolse un’occhiata schifata: siamo minorenni, voi le sigarette non ce le dovete vendere. Ci dovete chiedere se teniamo i documenti. Poi fece perno sulla coscia funzionante, girò le spalle e se ne uscì.
Guagliu’, accussì ‘o piano nun po’ funziona’. Stammo dint’a ‘na città illegale e c’avimmo adegua’.
Lasciammo sta’ ‘e sigarette e concentriamoci sullo svenimento.
Facemmo due settimane di prove fino a che Giacchino acquistò una capacità teatrale che faceva paura. Una volta ci fece pure a noi. Ci fece mettere una tale paura che era morto che dopo un quarto d’ora, quando finalmente aprì gli occhi e noi stavamo bianchi come due fantasmi, e disse: e mo’ dateme nu kindèr ca me sento ‘e murì, ‘o stuorto si prese la coscia con le mani e con tutta la forza che gli restava gliela schiantò sotto. Poi disse: e muori, strunz’!
Nico’, gli dicevo, secondo me il piano non può funzionare. Quelli i biglietti tengono la serie stampata dietro. Basta che il tabaccaio fa la denuncia e ci acchiappano. Come appena ci andiamo a incassare quello vincente, ci chiedono: ma dove li avete presi? E noi non teniamo scuse.
‘O stuorto ci rimase male, che con tutte quelle parole difficili che pure sapeva, a questo fatto non ci aveva pensato e si sentiva un poco di fottere, che lui era sempre la mente del gruppo, ma questa volta aveva fatto acqua ‘a pippa.
Si innervosì assai e disse: vabbuo’, fottetevi. Vuol dire che per i regali di natale alle compagne vostre vi dovete ancora fregare i soldi dal portafogli di mammà, comm’e creature.
Io nun ‘a tengo ‘a cumpagna, disse Giacchino. A me nun me ne importa.
‘A tieni, ‘a tieni, rispose Nicola indicandogli la pancia enorme. E chest’è peggio ‘e ‘na guagliona: te sta semp’ ‘ncuollo.
Giacchino rideva. Si toccava la pancia come fosse stata una femmina e ci parlava, faceva la voce come nei film: sì, sì, faje accussì, accussì. Ancora, ahhh, sìììììì.
‘O stuorto non teneva il senso dell’umorismo. Rideva solo se le battute le faceva lui. Se no si metteva con la faccia appesa, l’espressione filosofica e guardava schifato. Poi dopo due o tre ore gli passava e ricominciava da dove aveva lasciato.
E se no, disse, se no ci rubiamo i francobolli e le marche da bollo. Quelli la serie non la tengono.
E che ce ne facciamo?, chiesi io.
Che ce ne facciamo? Chili so’ sordi. Ce li rivendiamo.
E a chi?, chiedevo io, forse ingenuamente. A chi li diamo?
E se no ce li allecchiamo, aggiunse Giacchino. Che una volta per sbaglio si era mangiato uno scatolino di colla, pensando che era gelatina, e gli era pure piaciuta. E di nuovo si toccava la pancia e tirava fuori quella lingua enorme, rossa, pastosa, fingendo di avere la ragazza di prima: vieni, bella, che ti allecco sana sana.
Voi non andrete mai da nessuna parte, ci diceva ‘o stuorto, schifatissimo. Siete due imbelli, due ignavi.
Giacchino mi si sporgeva all’orecchio e chiedeva: che vo’ dicere co’ duje imbelli? Sta sfuttenno?
Giacchi’, nun ‘o saccio. Cert’è che tutta sta bellezza je nun ‘a veco. Però pur’isso è bruttulillo.
Alla fine ci rubammo un pandoro fuori a un supermercato. Che non era rubare veramente. Stava là, a portata di mano.
Nicola disse che faceva schifo, che era dell’anno passato e che stava pieno di conservanti.
Giacchino gli tirò la fetta di mano e rispose: dammelo a me, che si moro mammà si leva ‘nu debito e piglia ‘na Sisal.
A me mi veniva da piangere. Glielo volevo chiedere a Nicola, il perché, ma stava troppo a filosofo e non gli volevo dare soddisfazione.