Le dimensioni non contano.

Dopo un po’ ci hanno fatto entrare in una stanza.
Faceva freddo.  Ci hanno detto di non preoccuparci, che di lì a poco la temperatura sarebbe diventata rovente.
Ci parlavano in inglese, un inglese semplice, scarno.
Ci siamo accomodati su delle poltroncine imbottite e riscaldate. Comode.
Ci hanno detto che non saremmo rimasti lì che per poco, che si trattava del disbrigo delle ultime formalità.
Poi hanno abbassato le luci ed è partita la musica. Poi le immagini.
Ci hanno detto di restare fermi e tenere le mani sui braccioli.
All’inizio la storia era semplice: una donna alla scrivania che fa una telefonata. Ha degli occhiali e le labbra rosse. Dalla porta alle sue spalle entra un uomo robusto e si avvicina lentamente. Poi le poggia le mani sulle spalle e lentamente gliele fa scendere sul petto.
Dopo un po’ entra un altro uomo che sembra arrabbiato, ma il primo gli dice qualcosa che non capisco.
La donna sorride e si slaccia la camicetta.
Ma il secondo uomo è sempre più arrabbiato, si avvicina e la schiaffeggia.
Poi le alza la gonna e la stende sulla scrivania, mentre il primo ride.
Poi tutto il resto.
E’ vero, nella stanza adesso fa più caldo. Me ne accorgo, anche se io continuo ad avere freddo.
Qualcuno dei miei compagni ride.
La donna adesso sembra contrariata. E’ entrata nella stanza anche una sua collega, ha la faccia cattiva e un fallo di gomma in mano. Si accorda con gli uomini per dare una punizione all’altra, forse non lavora abbastanza.
E’ che non capisco perché ci tengano lì.
Il mio vicino ha tolto la mano dal bracciolo e se l’è poggiata sulla coscia. Gli dicono di rimetterla al suo posto e dopo qualche istante lo chiamano fuori.
Passano tra le poltroncine e ci guardano. Uno alla volta li chiamano fuori, finché resto solo io.
Il film dura in tutto una ventina di minuti, poi accendono la luce e mi dicono che devono farmi ancora qualche domanda, ma prima devo rivestirmi.
Ho freddo e voglia di vomitare.
Prima che tutto questo cominciasse ci hanno offerto del caffè e dei biscotti. Non avevo voglia di mangiare, benché avessi fame, ma hanno insistito.
Mi chiedono della donna bionda con gli occhiali, se mi piacesse.
Dico che non lo so.
Non sto mentendo, è che davvero non lo so.
Mi chiedono della mia famiglia, dei miei studi.
Ho studiato medicina, ma non ho completato il corso a causa della guerra. Però ho fatto pratica negli ospedali di campo, ho imparato a suturare ferite, a estratte proiettili, ad amputare arti maciullati.
Mia moglie è rimasta al villaggio, con i bambini.
Non ci siamo incontrati per mesi.
Mi chiedono se mentre ero al campo abbia avuto altre donne.
No, non c’erano donne.
Ma se anche ci fossero state, penso tra me, era lei che volevo. Mia moglie.
Al campo c’erano feriti e morti. E tutti volevano tornare a casa.
Poi ci sono tornato anche io, era marzo.
Quando sono andato al villaggio era cambiato tutto. La casa sottosopra, i bambini sporchi.
Mia moglie non c’era, la grande mi ha detto che mancava da giorni.
Non dormivo da trentasei ore, erano state trentasei ore devastanti.
Ma me ne sono andato in giro per le campagne. C’era desolazione dappertutto.
Ma questo non sembra interessarli molto.
Mi chiedono se avessi amici, al campo. E che tipo di rapporti intrattenessi con loro.
Rispondo di sì, che al campo eravamo tutti amici, che non poteva essere diversamente. Dormivamo in una baracca non riscaldata, faceva freddo.
E il sonno era continuamente disturbato dall’arrivo di nuovi feriti.
Mi mostrano delle foto.
Ci sono ragazzi bellissimi e anche alcune donne. Sono tutti nudi.
Mi chiedono cosa ne pensi.
Non ne penso nulla. E’ da mesi che non penso, che non mangio, che non bevo, che non dormo, che non lavoro. Che tutto avviene così rapidamente da non lasciarmi il tempo di riflettere. A volte prego, ma senza troppa convinzione.
Mia moglie è tornata la sera stessa, aveva la faccia stanca e lo sguardo vuoto. Mi guardava come se non mi riconoscesse. Si è messa a letto senza spogliarsi. Di notte ho sentito sotto le dita la pelle consumata. In fondo ero quasi medico.
L’ho spogliata e ne ho contato lividi e cicatrici.
Al mattino ha risposto alle domande che non avevo pronunciato.
Mi ha detto che anche Rajia, la nostra seconda figlia. Aveva solo dodici anni.
Che non c’erano alternative.
Che arrivavano in tre, quattro, a tutte le ore.
Che avevano pensato di poter sopravvivere così, ma che questa non è vita.
Poi Rajia è scomparsa, ma gli uomini hanno continuato a venire.
Ma tutto è accaduto molti mesi fa e adesso ha davvero poca importanza.
Una volta uno mi ha pisciato in faccia mentre altri due si scopavano mia moglie.
Era biondo, come la donna con gli occhiali e le labbra rosse. Come l’uomo che rideva mentre l’altro la schiaffeggiava,
Poi è scomparsa anche mia moglie e non l’abbiamo più ritrovata.
Infine sono scomparso anche io, insieme a tutti quelli come me. Costretti a mentire per poter fuggire. Sì, sono frocio, sono tutto quello che volete. Purché mi teniate lontano dall’inferno.
 
(Il metodo del test fallometrico – inventato dal sessuologo ceco-canadese Kurt Freund (1914-1996) negli anni '50 – è usato per provare l'omosessualità delle persone che chiedono asilo dicendo di essere perseguitati per il loro orientamento sessuale in paesi come Iran, Siria, Egitto, Azerbaigian, Nigeria, Camerun. La dignità umana va a puttane, etero o omo che uno sia.)

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6 Risposte to “Le dimensioni non contano.”

  1. anonimo Says:

    A me questa cosa mi ha un po' commosso. Forse sono frocio pure io.
    El Secretario

  2. hobbs Says:

    tra i più belli che io abbia mai letto qui, e pure altrove.

  3. Flounder Says:

    hobbs, lo penso – immodestamente – pure io.

    secre, spero di no.
    ma per sicurezza ho intenzione di sottoporti a un test fallometrico con contestuale somministrazione della corazzata potemkin.

  4. aitan Says:

    Sarà per l’ispirazione pseudo-praghese del doktor Freund, ma questo mi pare il più kafkiano dei tuoi racconti.
    Davvero bello, molto molto bello.

  5. anonimo Says:

    Mi piace come scrivi Flounder..

  6. Flounder Says:

    ti ringrazio, o anonimo/a

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