Il Natale è un poco una matrioska, non sai mai quante ne possono uscire.

E’ passato così, il Natale. Lieve, più lieve del solito. 
Senza morti né feriti apparenti. Poi chissà, solo il tempo può dirlo.
Già questa mattina uno squarcio ha strappato via la patina e ci ha rivelato il fondo sottostante.
Pensavamo di poterlo celare, ma non tutto è possibile. Non tutto, no.
La lingua a volte è cartavetrata e i gesti non bastano.
Il tempo.
Occorre tempo e quella specifica attitudine della memoria a rimescolare le carte del passato in modo da farlo quadrare con il presente.
Che tanto ci riesce sempre, lo sappiamo. Nel bene e nel male.
La memoria è una finestra che il presente apre o richiude sul futuro. Va un poco educata, ché lasciata a se stessa è infantile e indisciplinata. La memoria, più di quanto si creda, è smemorata.
Abbiamo cominciato Natale ballando. Era tanto tempo che non ballavo così contenta. Immagino fosse per colpa mia, ma non ne sarei tanto certa. Del resto si balla sempre in due.
A passo di ballo abbiamo proseguito languidi, morbidi, farciti di ricotta e canditi, sonnacchiosi, spolverati di zucchero a velo, adagiati su fondi di cottura, avanzati felicemente a noi stessi.
Il Natale ci ha portato varie cose: un nipotino nuovo, tanto per cominciare. Liscio liscio e bellissimo.
Si chiama Simone, e se non fosse che la neo-mamma ci tiene tantissimo, io me lo ruberei. Mi ha toccato il cuore,  ha ammosciato gli aculei, scartavetrato le asperità.
Mi sono fatta una chiacchieratella con i miei ovuli residui e ho chiesto e voi? Voi che pensate di fare, mangiapane a tradimento?
Mi hanno risposto che c’è crisi, che vogliono il rinnovo del contratto, più giorni di malattia senza trattenute,  diritto di sciopero e sindrome premestruale senza essere precettati e per finire hanno minacciato il prepensionamento.
Condizioni esosissime, forse senza margini per la trattativa. Forse li licenzierò in blocco. Lavativi.
Mia sorella la spagnola mi ha regalato un beauty-case tutto trendy che io pensavo fosse una borsa termica e di fatto forse la userò come tale e dove vanno i pennellini da trucco ci infilerò le posatine.
Nell’esplorazione delle numerose tasche, mia madre ha infilato la mano in un tascone esterno e ci ha trovato sei preservativi: tre alla cioccolata e tre alla banana.
Mia sorella non ne sapeva niente. Figuriamoci io, che l’avevo appena scartato dai fiocchetti.
Io ho due teorie: o la commessa del negozio ha una tresca con l’uomo della vigilanza notturna e quando si incontrano, sul limitare della saracinesca mezza chiusa, per fare presto li tengono a portata di mano in tutti gli oggetti in vendita nel negozio, oppure è una politica del governo spagnolo, che per partito preso, ogni volta che vai fuori casa per una notte, pensa che ci devi andare protetto.
In ogni caso non mi piacciono né le banane né la cioccolata. E neppure i frutti di bosco, il babà al rhum e il capretto, a dirla tutta.
Poi.
Disossare i piccioni è un’esperienza a metà strada tra una pratica zen e i lavori forzati. Farlo più di una volta all’anno può indurre disturbi della percezione o istigare alla cattiveria. Di quest’ultima cosa ne ho avuto conferma eviscerando quelli avanzati,  in maniera così cruenta e senza provare disgusto alcuno che per un attimo ho avuto paura di me. Ho strappato polmoni, cuori, fegatini e intestini in un colpo solo, imbrattata di sangue. Poi li riempirò di couscous e mandorle, tra qualche tempo, quando la cattiveria sarà scemata.
Abbiamo infranto la tradizione con un sartù di riso al pesce. Al posto delle polpettine di carne, polpettine di cernia. E all’interno di ciascuna polpettina, un chicco di uva passa. Indescrivibilmente buono. Ne voglio ancora, ne voglio moltissimo. Lo voglio per tutti i Natali a venire.
Ne voglio quasi quanto il dulce de leche che ieri sera ho mangiato a cucchiaiate e a ogni cucchiaiata sapevo che ne avrei voluto ancora, incapace di fermarmi. Che non mi basta, che mi lascia un poco incompleta. Come i marron glacés, il foie-gras, lo strudel di mele e Filippo. Se non posso averli tutti e ingozzarmici fino a star male, non li voglio per niente. Ecco.
C’erano dei vuoti, a tavola. Li sentivamo fortissimi.
E’ bene che esistano dei tipi umani, dei cliché, delle riproduzioni. Così puoi amare, in mancanza di quelli che hai perduto, i depressi, gli asociali, i rumorosi, i filosofi e i pazzaglioni degli altri.
Come fossero i tuoi. E i vuoti si riempiono un poco. Almeno un poco.
Non abbiamo giocato a tombola, né a mercante in fiera, né a sette e mezzo. Non abbiamo giocato a niente di niente. Ma questo non vuol dire che siamo tipi seri. E’ che eravamo vecchi, quest’anno.
I bambini soliti, tutti i nostri bambini non c’erano, sembrava la favola del pifferaio di Hamelin.
La sera della Vigilia a tavola eravamo in diciotto: diciassette adulti contro una bambina di diciotto mesi. Una sproporzione assurda. Quand’ero piccola, numericamente ci difendevamo meglio.
Quand’ero piccola banane e cioccolato si mangiavano. Oggi se ne fanno preservativi.
E poi non vi lamentate dell’immigrazione e di tutti questi stranieri che vengono qua a fare i figli, per piacere.
La piccola Emilia di diciotto mesi pagherà la pensione ai restanti diciassette familiari.
E poi non vi lamentate che esistono Omar ed Erika, per piacere.
Ieri sera abbiamo fatto un sacco di strada per andare a Mondragone, terra di confine, terra di immigrazione, terra di camorra, terra di abuso edilizio, terra di mozzarelle blu. Siamo andati a sentire storie natalizie raccontate con parole e musiche, intrecci di cristianesimo, giudaismo, zoroastrismo. Storie di ebrei, romanì, curdi, greci.
E nella chiesa che ci ospitava nemmeno un nigeriano, un piccolo ghanese, una senegalese del circondario.
E allora ti chiedi: ma che senso ha una serata sull’integrazione se non ci integriamo nello spazio ristretto che ci ospita?
Fariborz Kamkari, che ci raccontava la storia di sua nonna, ha occhi bellissimi. Filippo diceva che assomigliava a Ferraù, e pure un poco era vero.
Moni Ovadia stava un poco modello Saviano, sermoneggiante oltre il limite accettabile.
Il presidente della provincia di Caserta stava assai modello democristiano d’antan, demagogico oltre il limite accettabile.
I musicisti rom invece stavano bravissimi.
Mi sono ricordata che Filippo ha qualcosa di rom abruzzese nelle vene e a volte, quando lo guardo senza essere vista, riesco a immaginarmelo su un vurdòn verde e rosso, e un gilè e un’alta fascia di panno in vita. 
Prima o poi gli regalerò un organetto. Sono anni, che ci penso. E’ stata la prima cosa che avrei voluto regalargli, ma mi sono sempre inspiegabilmente trattenuta. Un organetto Castagnari in otto bassi.
(La scelta dei bassi è fondamentale, come si legge sul sito ufficiale dell’Organetto:
E' di sinistra, almeno lui! Possiamo starne certi! Anche se con dei distinguo… il due bassi calabrese è la sinistra extraparlamentare, sempre arrabbiato e col chiodo fisso della rivoluzione, sbuffa e si dimena, urla più forte di tutti e si fa sentire in piazza, la gente è con lui finchè suona, poi gli girano le spalle e tutti a casa. Il quattro e otto bassi in celluloide, di lacca rossa e madreperla, è la sinistra sindacale, quella che va a fare i blocchi in autostrada perchè non la vogliono la discarica nucleare in quel paese, proprio no! Ma quel camionista nerboruto che lo suona lo sa che quelli del partito su a Roma suonano ben altra roba. L'otto bassi Castagnari è riformista, moderato, elegante, la rivoluzione a tempo debito. L'otto bassi è morettiano, è girotondista, suona "Oh bella Ciao" (nella versione originale delle mondine che fa più figo e più filologo impegnato…) sfoggiando nostalgici accordi minori per addolcire gli animi, placarli perchè l'otto bassi sa che la rivoluzione va guidata con intelligenza e riflessione. Strizza l'occhio a quel no-global del 12 bassi, con quella terza fila che gli fa suonare cose strane, un po' orientali, è esotico e ci fa capire che un altro mondo (musicale) è possibile! Il tre file con 18 bassi, certo, anche lui è di sinistra, ma è arrivato per ultimo e alcuni lo guardano con sospetto. I due bassi calabresi addirittura lo accusano di tradimento: "Ti sei venduto alle fisarmoniche! Voltagabbana!". Il 18 bassi in effetti è un po' rutelliano, è mastelliano "ceppalonico", non si sa bene se stà di quà o di là… Ma alla fine la cosa più importante è suonare tutti insieme).
Ci sono strumenti musicali che secondo me hanno poteri magici. Per me il violino e l’organetto. E il corpo umano, pure.
Ad averci coraggio, augurerei a tutti un’altra vita, innanzitutto a me. Una vita su una roulotte, con poche, pochissime cose, moltissimi bambini e tanta musica gipsie. Moltissimi tappeti a fare casa.
E poi baratti, scambi, cose gratis. E tempo. Per non far niente. Per esserci, per starsi vicino.

Annunci

3 Risposte to “Il Natale è un poco una matrioska, non sai mai quante ne possono uscire.”

  1. blulu Says:

    felice dell'apertura
    dopo aver letto e sbrodolato dietro ai dulce de leche:)

  2. aitan Says:

    T'ho citato e ricitato sul mio tumblr, stasera.

  3. Flounder Says:

    ahahaha, "gomorrea" è bellissimo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: