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As Animal Locomotion. As an emotion in motion.

gennaio 30, 2011

Fondamentalmente, e a dispetto del mio smodato amore per la parola scritta, sono una che pensa per immagini, per suggestioni visive. Ed è così che quando ho visto espresso graficamente il 2011, ho pensato che fosse un anno con le corna. E che lungi dall’essere un segno nefasto, si trattasse di corna benevole. Ho pensato che dopo tanto tempo fosse arrivato finalmente l’anno del Toro, della riscossa, della determinazione, della rivalsa, della soddisfazione.
E’ da sempre che sogno di andare a vedere una corrida, per quanto cruento possa apparire il mio desiderio.
In realtà tiferei per il toro, in una sorte di Morte nel pomeriggio al contrario.
Pensavo alle foto di Muybridge, la scorsa settimana, al modo in cui l’attenzione al dettaglio del movimento annulla il movimento stesso, lo raggela, sicché c’è un attimo in cui nell’andatura dell’animale le quattro zampe sono sollevate da terra e la fissità dell’immagine, benché ci restituisca una verità assoluta, una verità che l’occhio umano da solo non riesce a possedere, nulla ci dice circa il futuro dell’azione: dell’animale sospeso a mezz’aria non conosciamo più intenzione né direzione.
Immortalare un movimento raggelato equivale a vedere una verità di fatto, a spiegarci la fisiologia di un’azione, il modo in cui si compie. Nulla ci insegna del passo precedente o successivo, se non l’ostinata ripetizione di una necessità e la sua scomposizione in fattori.
Ne ho concluso che la verità istantanea, la verità di fatto non sa essere riassuntiva e neppure predittiva e come tale non ci aiuta. Per contro, la finzione artistica, con la sua inesattezza fisiologica e la sua imprecisione, ci delinea scenari più compiuti, ma da verificare e scremare.
Ne ho concluso che la vita è a metà strada tra verità e finzione, tra arte e scienza. E in ogni caso, come diceva quello là, o si vive seriamente o si fa elegia.
Ne ho concluso anche altre cose, che al momento accantono da qualche parte.
All’inizio di questo mese – un mese che è volato – ho pensato che sarei tornata a casa e avrei riempito queste pagine delle visioni di Tangeri, Asilah, Chefchaouen. Di questo Marocco spuntato in pieno inverno come un fiore nei miei desideri. Il mio regalo di Natale.
Poi ho saputo che non sarebbe stato più possibile: il toro era rimasto sospeso a mezz’aria e occorreva dimenticare le sequenze fotografiche per inventare il cinema.
Il cinema nasce muto, con un narratore esterno e una grande anarchia nelle vicende. Evolve lentamente e si specializza per generi. Poi impara anche a mischiarli.
Gennaio, questo gennaio, è stato lo spartiacque.
Questo gennaio lo ricorderò per sempre, credo che sia il mese della mia vita in cui ho imparato di più.
Credo che il mondo mi sia improvvisamente franato addosso nella forma di milioni di immagini fotografiche e che mi sia stato assegnato il compito di numerarle, metterle in sequenza e osservarne la storia che compongono. Per ricostruire il movimento prima devi conoscere le fasi che lo compongono.
Gennaio è stato la lanterna magica della mia vita.
Gennaio, questo gennaio, a dispetto del dolore e delle preoccupazioni che mi ha causato, è stato un mese bellissimo.
E’ stato il mese che ha visto nascere il cinema, i movimenti di camera, la sincronizzazione tra immagine e sonoro. E’ stato il mese che mi ha permesso di uscire dalla camera oscura, dove le cose apparivano capovolte, e mi ha permesso di seguire la storia, la trama, i colpi di scena.
Ho rimesso le zampe a terra, sono uscita dalla sospensione del dolore gelido e fermo, privo di direzione.
Di questo gennaio ricorderò per sempre i sogni che lo hanno accompagnato, dal primo e fino a stamattina. Sogni che parlano, cantano, insegnano.
Di questo gennaio sono stata pellicola e spettatrice. Ho pagato il prezzo salatissimo del suo biglietto e mi sono assicurata la poltrona migliore e i pop corn nell’intervallo. Ho scoperto di essere affezionata agli attori, anche quando interpretano la parte dei cattivi. Di aver imparato a riconoscere le pose e le espressioni anche al mutare del personaggio.
Ho scoperto di essere come l’ingenuo e coraggioso spettatore di inizio secolo, che all’arrivare del treno sullo schermo pensa che gli deraglierà addosso e tuttavia si fa forza per tenere gli occhi aperti e godere dello stupore.
Come era scritto nella schermata blu del mio blog chiuso per riflessione, “tutti gli errori umani sono impazienza, interruzione precipitosa di ciò che è metodico, apparente recinzione intorno all’apparente”.
E’ una frase di Kafka, che ha marcato ogni singolo giorno di questo mese e riesce a riassumere tutto quello che c’è da imparare per esserci. Tutto quello che non avevo mai voluto imparare.
Sono rimasta nuda e senza portafogli, come mi ero augurata. E pure il bancomat smagnetizzato.
Un giorno credo che scriverò della bellezza di Tangeri e di come fosse collegata al prima e al dopo. Perché tutte le cose hanno un senso, un peso nell’economia della storia, anche quelle meno comprensibili, anche quelle orribili. Uno degli errori umani, frutto dell’impazienza, consiste nel voler anticipare i finali.
E invece la fine non è mai quella che prevedi.
E anche quando sembra che lo sia, c’è sempre la curiosità che ti porta a esplorare un’altra direzione possibile, la bellezza di un movimento nuovo. Un’apertura inaspettata. La soluzione semplice ad una faccenda scabrosa.
Sono disperata e felice, furiosa e placida.
Mi chiedi come sia possibile, amico mio, e non so dirtelo. E tuttavia non riesco a soffrirne.